domenica 30 settembre 2007

La complice indifferenza

Per motivi di lavoro mi sono trovata a leggere una lettera che la fisica Lise Meitner, ebrea austriaca rifugiatasi in Svezia nel 1938 in seguito all'Anschluss, scrive da Stoccolma all'amico Otto Hahn, chimico tedesco e suo collaboratore per trent'anni all'Università di Berlino, nonché premio Nobel per la Chimica nel 1944.

E' l'estate del 1945, la Germania nazista è stata sconfitta dagli alleati, e la Meitner rimprovera all'amico - e agli intellettuali tedeschi in genere - di non aver voluto vedere ciò che stava accadendo intorno a loro e, in particolare, di non aver reagito di fronte ai crimini perpetrati contro la popolazione ebraica. L'indifferenza - travestita da amore per il quieto vivere - ha reso l'intelligentia tedesca complice delle azioni dei suoi vertici politici.

"Caro Otto,

questa lettera la darò a un americano, arriverà tra poco e quindi ti scrivo molto in fretta, anche se avrei cosí tante cose nel cuore da dirti. Ti prego di leggerla, per favore, con la certezza della mia amicizia più profonda.
In questi mesi ho immaginato di scriverti molte lettere, perché mi era chiaro che anche le persone come te e Laue non abbiano veramente compreso la situazione... E questa è proprio la disgrazia della Germania, che tutti voi abbiate perso il senso della giustizia e della moralità. Tu stesso mi hai raccontato nel marzo 1938 che Hörlein ti aveva informato delle cose terribili che venivano commesse contro gli Ebrei. Sapeva quindi di tutte le azioni criminali programmate e poi messe in atto ed era, malgrado ciò, membro del partito, e tu lo consideravi — malgrado ciò — una persona perbene e ti sei fatto influenzare da lui nel tuo comportamento verso il tuo migliore amico.
Avete tutti lavorato per la Germania nazista e non avete provato a fare nemmeno resistenza passiva. Certo, per tranquillizzare la coscienza, quando capitava, avete aiutato una persona in pericolo, ma avete lasciato assassinare milioni di innocenti, e nessuna voce di protesta si è levata contro.
Ti devo scrivere tutto questo, in quanto da questo dipende molto per voi e per la Germania, che vi rendiate conto che cosa avete permesso che accadesse. Qui nella Svezia neutrale si discute da molto prima della fine della guerra, che cosa si debba fare con gli intellettuali tedeschi dopo la fine della guerra. Che cosa penseranno gli americani e gli inglesi? Io e altri siamo dell'idea che ci sarebbe una strada per voi: ammettere apertamente che siete consapevoli che con la vostra passività vi siete assunti una co-responsabilità per ciò che è capitato in Germania, e che sentite il bisogno di contribuire a rimediare, per quanto possibile, a ciò che è stato fatto. Tuttavia molti pensano che sia troppo tardi. Dicono che abbiate tradito innanzitutto i vostri amici, poi i vostri uomini e i vostri figli, in quanto li avete trascinati in una guerra criminale, e infine abbiate tradito la Germania stessa, in quanto voi, quando la guerra era già senza speranza, non vi siete ribellati nemmeno una volta contro l'inutile distruzione della Germania. Sembra spietato ma, credimi, è con un sentimento di amicizia sincera che ti scrivo tutto ciò. Che il resto del mondo compatisca la Germania, non potete proprio aspettarvelo. Quello che in questi giorni si apprende delle inaudite atrocità commesse nei campi di concentramento supera le più orribili aspettative. Quando ho sentito alla radio inglese un rapporto molto dettagliato degli inglesi e degli americani su Belsen e Buchenwald ho pianto disperatamente e non sono riuscita a dormire tutta la notte. E se avessi visto quegli uomini, sopravvissuti dai lager che sono arrivati qui... Forse ti ricorderai che io, quando ero ancora in Germania, ... ti dicevo spesso: finché saremo solo noi a passare le notti insonni e voi continuerete a dormire tranquilli, fino a che succede questo le cose non potranno migliorare in Germania. Ma voi non avete avuto notti insonni, non avete voluto vedere, era troppo scomodo. Potrei portarti molti esempi, grandi e piccoli. Ti prego di credere che tutto ciò che ti scrivo in questa lettera ha il solo scopo di aiutarvi.

I miei saluti più affettuosi a tutti,
Tua Lise"


giovedì 27 settembre 2007

Non tutto è provvisorio, non tutto è superficiale

Ci sono storie che commuovono davvero e che fanno riflettere. Storie che ci ricordano che siamo esseri umani, fragili, transeunti, certo, ma pur sempre capaci di grandi sentimenti.
Quella del filosofo André Gorz e di sua moglie, che si sono tolti la vita qualche giorno fa, dopo sessant'anni trascorsi insieme, per non essere separati dalla malattia degenerativa di lei, è secondo me una di queste.


"Non voglio più, secondo la formula di Georges Bataille, “rimandare l’esistenza a più tardi”. Sono attento alla tua presenza come ai nostri inizi e mi piacerebbe fartelo sentire. Mi hai dato tutta la tua vita e tutto di te; vorrei poterti dare tutto di me durante il tempo che ci resta. Hai appena compiuto 82 anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Viviamo insieme da cinquantotto anni e ti amo più che mai. Recentemente mi sono innamorato ancora una volta di te e porto in me un vuoto divorante che riempie solo il tuo corpo stretto contro il mio. La notte vedo talvolta il profilo di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un feretro. Quest’uomo sono io. Il feretro ti porta via. Non voglio assistere alla tua cremazione: non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri… Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. A ognuno di noi due piacerebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo passarla insieme."

Da A. Gorz, Lettre à D. Histoire d'un amour, 2006.

Solidarietà è partecipazione

Se siete di Roma/a Roma:

"Il Campidoglio invita tutti a manifestare oggi giovedì 27 settembre 2007, alle 18.30 la loro solidarietà al popolo birmano. Una grande foto di Aung San Suu Kyi sarà esposta sullo scalone del Palazzo del Campidoglio per chiedere simbolicamente la sua immediata liberazione."

Ovunque voi siate:

"A sostegno dei nostri amici incredibilmente coraggiosi in Birmania: venerdì 28 settembre indossiamo tutti quanti, in tutto il mondo, una maglietta rossa."

mercoledì 26 settembre 2007

Echi più o meno vicini e più o meno lontani

Oggi, tornando a cazzeggiare su internet dopo qualche giorno di assenza forzata, ho fatto ben due scoperte:

- il blog di Peter Gomez, Pino Corrias e Marco Travaglio, significativamente intitolato Voglioscendere. Dato che, come è universalmente noto, ho un vero debole per Travaglio, per il suo stile e per il suo sarcasmo, non posso fare a meno di girarvi il link;

- il blog della BBC che raccoglie testimonianze su quanto sta accadendo in Birmania, con una prospettiva diversa e più dinamica rispetto a quella offerta in questi giorni dalle televisioni. Una segnalazione che mi è stata ispirata anche dalla lettura di questo post sul sito de iMille.

domenica 23 settembre 2007

Curiosità anagrafiche

Su suggerimento della mia acuta e perspicace sorella, e a seguito di tutte le polemiche sul numero chiuso e sui vari e costosi modi escogitati per superare l'ostacolo, ho fatto un giro nel sito di un'università abruzzese e ho dato un'occhiata all'elenco dei partecipanti al test di medicina, più di ottocento in tutto (ma perché poi tutti vorranno diventare medici? Possibile che così tante persone sentano la vocazione ad aiutare il prossimo? O non sarà piuttosto che nella professione medica sono riposte ancora oggi aspettative di benessere economico e di avanzamento sociale?).

L'elenco riporta nominativi e date di nascita. Riguardo a queste ultime, ho notato alcune cosette che mi sono parse... 'curiose': la maggior parte dei partecipanti, com'è naturale, è nata tra il 1987 e il 1988; ci sono poi dei nati nel 1990 (poche persone, che avranno fatto la 'primina'...), altri nel 1986; altri ancora nel 1985, nel 1984 e nel 1983 (insomma, ho dedotto io: quelli che si sono impuntati e hanno fatto del superamento del test una questione di principio...); ci sono anche alcuni miei coetanei, classe 1981 (e già pensare che un giovane si iscriva a medicina - sei anni vari ed eventuali più altri quattro anni di specializzazione - a ventisei anni, mi fa venire i brividi...), e addirittura persone più grandi di me, nate nel 1980, nel 1978, nel 1977, nel 1976, nel 1974, nel 1972, nel 1970, nel 1966, nel 1960, nel 1959 e, addirittura, nel 1948...


Ora, non vorrei essere quella che pensa male, ma immaginare che delle persone di età prossima o superiore ai trent'anni decidano di frequentare (a tempo perso? per puro piacere personale?) una facoltà come medicina, che implica un certo tipo di frequenza ai corsi e un impegno serrato e quotidiano, mi pare un po' singolare... Mi viene quasi da pensare che qualcuno dei più giovani e (si suppone...) motivati abbia portato con sé un aiutante o ghost writer più cresciuto, ché non si sa mai...

Sfortunatamente, altri siti di facoltà di medicina italiane che ho visitato presentavano codici anziché nominativi e date di nascita, e così non ho potuto verificare la diffusione del fenomeno del 'concorsista un po' attempato'... In ogni caso, è evidente che la questione del numero chiuso, così come è strutturata, non funziona granché e non garantisce una selezione meritocratica (anche se non penso, e non voglio pensare, che si entri solo se si è 'aiutati'). Tanto più che affidarsi a dei quiz per giudicare una persona, le sue motivazioni, la sua intelligenza e la sua preparazione mi sembra davvero un po' arbitrario e riduttivo...

giovedì 20 settembre 2007

L'ottimismo della ragione

Carissimi, ci sono ancora, oberata da una marea di impegni, ma decisa a resistere (pur non vedendo l'ora che arrivi il 20 dicembre, giorno in cui so già che mi dedicherò ad una sana dormita da manuale).

Il Festival filosofia si è concluso domenica sera, e il bilancio è stato nettamente positivo. Grazie a tre giorni di sole e caldo (a parte il diluvio universale che ha interrotto dopo un quarto d'ora l'ultimo intervento in scaletta, quallo dell'economista Jeremy Rifkin, costringendo gli organizzatori a spostare relatore e folla da piazza Grande alla Chiesa San Carlo...), il numero delle presenze è aumentato notevolmente, e non ci sono stati particolari intoppi.
Purtroppo io il Festival non l'ho proprio visto (le foto che allego le ho scattate in dieci minuti di libertà 'rubati' alla sala stampa domenica pomeriggio, durante l'intervento di Salvatore Natoli). Lavorare in sala stampa è stato interessante, ma, appunto, un po' straniante: vedevo giornalisti e relatori, mi occupavo di inviare alle diverse testate le immagini che ci pervenivano dalle piazze, conoscevo le opinioni di media e autorità su quanto stava accadendo a Modena, Carpi e Sassuolo e tenevo sotto controllo i dati sull'affluenza ai diversi appuntamenti, ma nello stesso tempo non avevo alcun contatto diretto, reale con l'esterno.


Certo, è stato buffo vedere le cose da un'altra prospettiva, quella degli organizzatori e dei giornalisti, con telefonate interminabili ai relatori affinché partecipassero a interviste e conferenze stampa, bidoni tirati all'ultimo momento, divismo filosofico e così via. Una giornalista bidonata all'ultimo momento dal relatore che le aveva promesso un'intervista mi ha detto che il Festival "ha creato dei mostri", e forse non ha proprio tutti i torti. Ma il Festival ha anche avuto il merito di riempire Modena, una città statica e un po' provinciale, di gente, di colori, di suoni, e ha animato la solitamente vuota piazza Grande, una delle piazze più belle del mondo.


Che dirvi? Quando sono arrivata a Modena dalla Scuola Normale, l'idea di un Festival filosofia mi sembrava una specie di tradimento della ricerca, quella seria, quella vera, quella con la R maiuscola. Poi, vivendo a contatto con questa realtà per me nuova, ho decisamente cambiato idea. Bisogna infatti distinguere ricerca scientifica e divulgazione scientifica: si tratta di due modi diversi di concepire la filosofia, che però non si escludono né si limitano a vicenda. Da laureata in filosofia, posso dire di essere stata lieta di sapere che per tre giorni più di 120 mila persone si sono interessate alla mia materia di studio e hanno ascoltato relazioni in cui facevano capolino personaggi come Spinoza, Platone, Agostino, Hobbes: tornata a casa, nessuna di quelle persone scriverà articoli di valore scientifico, ma di certo saprà un po' di più di un mondo che prima non conosceva, rifletterà su qualcosa di diverso e di nuovo, condividerà con altri le proprie idee, le proprie impressioni, i propri commenti. Insomma, non è giusto che un certo tipo di sapere sia limitato ad un pubblico di soli a specialisti, ossia a quei quattro gatti che della filosofia hanno fatto un mestiere.

E poi, non so voi, ma io trovo eccezionale che tanta gente affolli ordinatamente le piazze per sentir parlare di sapere, piuttosto che di umanità o, il prossimo anno, di fantasia. Non si tratta di pecore, ma di persone consapevoli (almeno per la maggior parte - non nego che ci siano anche dei presenzialisti duri e puri, come in tutte le manifestazioni), che scelgono cosa ascoltare e cosa non ascoltare, e che hanno una gran voglia di partecipare, di fare, di vedere, di conoscere. Una partecipazione massiccia che concretizza per una volta quel concetto astratto di 'società civile' a cui tutti i gruppi politici si richiamano, in modo vuoto, oltre che 'logoro e abusato'. Una partecipazione che rende ottimisti anche i pessimisti cronici come me, nel brutto momento politico che stiamo vivendo. Le cose stanno cambiando, quaggiù "in basso": sarebbe il caso che cominciassero ad accorgersene anche quelli lassù "in alto"...

mercoledì 12 settembre 2007

Tutto e il contrario di tutto

La polemica sui lavavetri continua, e la sua portata è tale da coinvolgere anche eminenti filosofi del passato. L'Unità di oggi tira in ballo proprio Spinoza, in un articolo che devo menzionare per forza, dato che cita sia il filosofo che mi ha accompagnata in tutti questi anni, che il mio relatore di laurea, insieme alla sua opera più nota. A proposito di Baruch e dell'assessore del Comune di Firenze Graziano Cioni, si scrive:

"[...] entrambi, Spinoza e Cioni, si sono occupati di sicurezza. Scriveva nel Trattato teologico politico il grande filosofo di Amsterdam: «Se gli uomini potessero dirigere con fermo proposito tutte le loro vicende o se la fortuna fosse sempre benigna nei loro confronti, non sarebbero preda di alcuna superstizione».
Non avverandosi le prime due condizioni, accade invece che gli uomini oscillino «miseramente tra la speranza e il timore». Il problema posto da Spinoza è dunque come ridurre le «fluttuazioni» del nostro animo, l’insicurezza derivante dalle cose «che non sono in nostro potere» (Remo Bodei, Geometria delle passioni), spesso causa di odi, paure, nonché di «molti disordini civili e di guerre atroci», come scriveva nella sua Amsterdam il mite molatore di lenti.
Se il vecchio Baruch partecipasse al dibattito sui lavavetri divampato in quest’ultimo scorcio d’estate, ci inviterebbe a distinguere tra conoscenza e superstizione e a non confondere le cause con gli effetti, anche per evitare trasmutazioni dei fischi in fiaschi, reazione alchemica frequente nel ribollente alambicco mediatico dove scelte politiche e comunicazione si incontrano per
sfornare spot."

Ora, il Trattato Teologico-Politico (1670) è un testo a mio parere eccezionale, che contiene sia una difesa appassionata e appassionante delle libertà individuali e della tolleranza che una condanna della superstizione, a partire da un'analisi filologica e circostanziata del testo biblico. Detto questo, non è in quella sede che Spinoza (e non 'il vecchio Baruch'...) affronta il tema della sicurezza dello Stato, bensì nel successivo Trattato Politico, edito postumo nel 1678. Proprio nel Trattato Politico - un testo che io (libera 'pensatrice' orientata a sinistra e con tendenze moderatamente femministe) non amo molto, ma con il quale ho dovuto fare i conti in diverse occasioni -, Spinoza antepone la sicurezza dello Stato ad ogni altra esigenza, sostenendo che solo un'organizzazione politica stabile e a riparo da minacce e da disordini può effettivamente garantire la libertà dei suoi cittadini. Ricordo che sono rimasta di sasso leggendo che il 'mite molatore di lenti' prevedeva la pena di morte nel caso di 'reato di lesa maestà', identificato con il tentativo di modificare l'ordine vigente... Non so se o quanto tutto questo abbia a che vedere con Cioni, con i lavavetri fiorentini o con l'opposizione alla costruzione di una moschea a Bologna. In ultima analisi, la mia posizione è: invitiamo pure i lettori alla ragionevolezza, all'ascolto e alla tolleranza, citiamo pure le opinioni dei pensatori più illustri, ma non facciamo dire ad un filosofo tutto e il contrario di tutto, non snaturiamolo e non coinvolgiamolo anacronisticamente in polemiche che sono nostre!

Sarà che ho poca fantasia e che sono una noiosissima e prevedibilissima storica, ma a mio parere le affermazioni di un qualsiasi pensatore vanno contestualizzate, riportate nell' ambito dell'opera e all'interno del tempo storico di chi le ha pronunciate, senza cedere alla tentazione di farne astrazione o di applicare ad esse categorie di pensiero successive o, peggio, 'etichette'. Spinoza non è né progressista né conservatore, né comunista né fascista: è Spinoza, punto. Per fare un esempio: la tesi proposta ne L'anomalia selvaggia di Toni Negri ha un fascino strepitoso e contagioso, con Spinoza a fare la parte del marxista e del rivoluzionario ante litteram, del 'teologo della moltitudine'. Si tratta di una specie di colpo di genio teoretico, che ha conquistato un'intera generazione di pensatori, e in particolare gli attuali spinozisti francesi. Tuttavia, nello stesso tempo, si tratta di un'intepretazione che esula dalla storia, che cerca di far dire ai testi molto di più di quanto essi dicano o lascino intuire e che attribuisce più di quanto sia realmente ipotizzabile. Lo Spinoza di Negri non è più Spinoza: ne è una specie di trasfigurazione o proiezione, per quanto affascinante e interessante.

Nella mia prospettiva un po' romantica, bisognerebbe piuttosto far parlare l'autore, esplicitarne le posizioni con cautela, facendo ben attenzione al quando, al dove, al perché. Se nel 1672, in piena invasione francese delle Province Unite, la folla inferocita non avesse aggredito e assassinato il Gran Pensionario Jan De Witt e suo fratello Cornelius, forse Spinoza non avrebbe sentito l'esigenza di comporre il Trattato Politico. Ma questa è un'altra storia...

martedì 11 settembre 2007

Ricordi di sei anni fa

Ogni volta in cui si parla di 11 settembre 2001, io non riesco a non fare amarcord. Rivedo le immagini del WTC e mi tornano in mente il chiassoso collegio Carducci, com'era prima che lo ristrutturassero, e le battute conclusive del mio anno da matricola all'università e alla SNS, poco prima del mio trasloco nel più composto e silenzioso collegio D'Ancona.

Ricordo la mia stanza al primo piano del collegio, lunga, stretta e poco luminosa, la 101, decisamente imparagonabile alla spaziosa 109 del D'Ancona (sarà anche che alla 109 mi sono davvero affezionata, dato che ci sono rimasta per i successivi tre anni, fino alla fine del mio percorso pisano...). Ricordo Lili che ad un tratto viene a bussare alla mia porta e mi dice in modo concitato che le hanno telefonato da casa e che a New York deve essere successo qualcosa di terribile. Ricordo il testo che stavo leggendo per l'esame di filosofia teoretica del 18 settembre 2001,
Essere e tempo di Martin Heidegger (odioso, a mio parere...), e che ho lasciato aperto sulla scrivania per scendere nella sala tv del collegio, quella dei film da guardare (e commentare...) in compagnia, da Le relazioni pericolose a Ufficiale e gentiluomo, a molti altri. Ricordo i volti di altri normalisti carducciani (quasi tutti più grandi e della classe di scienze, nettamente maggioritaria in collegio) con i quali ho assistito all'edizione speciale di non so più quale tg, rimanendo davanti alla televisione per un tempo indefinito. Ricordo Lisi, che il giorno dopo ci ha riportato la testimonianza di uno dei suoi fratelli maggiori, newyorkese di adozione. Ricordo un rapidissimo scambio di battute con un mio vicino di stanza del terzo anno, e un po' mi viene da sorridere, perché nessuno dei due in quel momento poteva sapere o anche soltanto immaginare la storia infinita che sarebbe nata di lì a qualche mese.

Ma, soprattutto, ricordo il silenzio di quel pomeriggio, un silenzio decisamente insolito per il Carducci, il collegio delle feste, dei compleanni, delle sfide a bigliardino e del ping pong all'americana, dei cineforum, della chitarra del Dam e del violino di Jacopo, del the con i biscotti e delle lunghe chiacchierate nei salottini. Il collegio brulicante di vita in cui solitamente c'erano musica e rumore anche di notte. E invece quel pomeriggio di sei anni fa era come se tutto si fosse fermato, ed eravamo senza parole, increduli, e ci chiedevamo che cosa avremmo dovuto aspettarci dai giorni a venire.

domenica 9 settembre 2007

Si ricomincia...

Rieccomi, abbastanza riposata, molto più serena e (quasi) pronta a rimettermi al lavoro. A parte qualche giorno di freddo e burrasca (nel pieno rispetto della legge di Murphy, come poteva essere altrimenti?), tutto è andato bene.
Essendo domenica, santifico la festa a modo mio evitando di parlare di cose spiacevoli, e mi limito a postare qualche foto-ricordo.













Come potete immaginare osservando il colore del cielo, le ultime due foto sono state scattate pochi minuti prima che una bella bufera di pioggia e vento si abbattesse sul Montefeltro... sempre per la legge di Murphy di cui sopra... ;)

sabato 1 settembre 2007

Come September

Come sapete, la mia estate è stata una lunga marcia forzata sui sentieri tortuosi della ricerca. Una fatica incredibile e non ancora ultimata, per quanto ora io abbia in mano una tesi, da correggere, da ampliare, da rifinire, ma pur sempre una tesi. E nei prossimi giorni il mio professore la leggerà e annoterà, magari stroncandola: insomma, i soliti rischi del mestiere... ;)

In ogni caso, è tempo per la sottoscritta di prendersi una pausa dal suo amato computer. Anche perché, lo scorso giovedì sera il mio Mr. Big è atterrato all'aeroporto di Bologna, dopo un anno di post-doc californiano e a ben sette mesi di distanza dal suo ultimo rientro in Italia. Insomma, almeno per il momento, niente più differenze di fuso orario e lunghe attese su Skype, e stesso continente. Almeno per il momento...

Questo pomeriggio la sottoscritta, compiuti i doveri che si era prefissata per l'estate, si rimetterà su un treno e raggiungerà il suo matematico preferito in Romagna, per il tanto atteso ricongiungimento familiare. E anche per trascorrere qualche giorno di vacanza - perché un po' di riposo lo merito anch'io, no? ;)

Vi ringrazio per avermi fatto compagnia in questi mesi di ritiro forzato e di ritmi di lavoro davvero poco estivi. Tornerò ad aggiornare il blog più o meno tra una settimana, spero che riusciate a sopravvivere qualche giorno senza di me... ;)
Un caro saluto e un abbraccio a tutti voi!