martedì 30 dicembre 2008

L'anno che verrà


Si spera che vada un pochino meglio di questo 2008 ormai agli sgoccioli, sia in generale che in particolare.
In bocca al lupo a tutti!

mercoledì 24 dicembre 2008

martedì 23 dicembre 2008

In coda, in libreria, a Natale

Non so se avete mai regalato libri per Natale. A me capita spessissimo, sia per passione personale che per il fatto di avere poca fantasia (infatti tendo a regalare libri anche per compleanni e varie altre occasioni...). Così, ogni anno, di questi tempi, mi capita di fare una visita ad una o più librerie (solitamente la Feltrinelli di Pisa o una delle due Feltrinelli romane che prediligo; quest'anno ho persino aggiunto al mio personalissimo carnet la Feltrinelli di piazza Duomo, a Milano - mi sto espandendo!). E ogni anno, prevedibilmente, mi capita di osservare con un po' di scetticismo le proposte di lettura, che solitamente coincidono con i nuovi arrivi o con romanzi e saggi che stazionano da settimane nelle classifiche dei più venduti (o che hanno vinto, che ne so, il premio "piripicchio" o "pizza e fichi").

Quest'anno non c'è storia, dominano i romanzi di Stephanie Meyer, Twilight and co., grazie al traino cinematografico e ad una vigorosa campagna pubblicitaria televisiva. Per due volte mi è capitato di essere in coda ad una cassa e di intercettare per caso una conversazione che suonava più o meno così: "mi può consigliare un romanzo per una ragazza di quindici anni?", "perché non Twilight, è recentemente uscito anche il film, piace molto ai giovani". In uno dei due casi, l'acquisto è stato pressoché immediato, senza essere preceduto da un momento di analisi del volume, di lettura della quarta di copertina o - addirittura - di qualche pagina. Come se l'esistenza di un fortunato adattamento cinematografico garantisse di per sé la bellezza o l'intensità di un romanzo.

Intendiamoci: non ho niente contro Stephanie Meyer e non posso giudicare le avventure di Bella e del vampiro Edward perché non ho letto nessuno dei quattro romanzi della saga (a occhio direi che non è esattamente il mio genere, e che di vampiro mi è bastato Dracula, qualche anno fa): quello che è certo è che non acquisterei un romanzo solo perché la relativa pellicola sbanca al botteghino. Nel momento in cui faccio compere per altri, tento più o meno di personalizzare la mia scelta, di acquistare qualcosa che convinca me e che, nella mia opinione, si adatti al/alla destinatario/a. Ecco, questo sarebbe il criterio, in teoria. Poi, però, non so se "ci prendo" davvero (sulla bontà della scelta dovrebbero esprimersi le persone a cui ho regalato libri negli ultimi anni, anche se, di norma, sono troppo carine ed educate per tirarmeli dietro...).

La fortuna di Twilight mi ricorda quando, nel corso di una delle mie numerose visite in libreria (di solito di sabato pomeriggio - è un po' un rito da fine settimana...) mi capitò di vedere il volume di 1984 di George Orwell e quello di Pamela di Samuel Richardson contrassegnati da fascette rosse che dicevano, rispettivamente: "il romanzo a cui è ispirato il Grande Fratello" e "il romanzo che ha ispirato la serie televisiva Elisa di Rivombrosa" (più recentemente mi è capitato di vedere Orgoglio e Pregiudizio presentato come "il romanzo da cui è tratto il film con Keira Knightley" - a parte la riduttività, si tratta anche di un adattamento cinematografico che proprio non mi è piaciuto: quindi, eresia!!!).

Ora, posso capire le scelte di marketing e la necessità di accalappiare il maggior numero possibile di lettori, ma assimilare Orwell al Grande Fratello televisivo mi sembra ingiusto nei confronti di autore ed opera e anche un po' sleale nei confronti di un ipotetico, inavvertito lettore, che magari acquista il romanzo immaginando che parli di dieci persone chiuse in una casa sotto lo sguardo indiscreto delle telecamere di Canale 5... Non so cosa potrà pensare questo ipotetico acquirente quando comincerà a leggerlo davvero (magari, però, ha sbirciato la quarta di copertina, sfogliato qualche pagina e capito di essere un po' fuori strada).

A Natale la tendenza a ricondurre i vari libri a formule o volti noti (ad esempio personaggi televisivi o comunque famosi che più o meno improvvisamente si scoprono saggisti e romanzieri) è decisamente portata all'eccesso, determinando una grande omogeneità e ripetitività negli acquisti, quasi a seguire una griglia ben codificata. Ad esempio, se il destinatario del dono è un bimbo, andranno benone un Harry Potter o un Geronimo Stilton (a seconda dell'età); se si tratta di una ragazza, si tende ad optare per Twilight o per una storia romantica equivalente; se si tratta di un ragazzo, meglio un fantasy, da Eragon a Tolkien (anche se oggi Tolkien va molto meno rispetto a qualche anno fa); se si tratta di una donna, la scelta spazia dall'ultimo chick lit (immagino già che la Kinsella andrà alla grande nel 2009, quando uscirà il film Confessions of a shopaholic, come è accaduto in passato con i due Bridget Jones o con Il diavolo veste Prada) a qualche saggio psico-pedagogico sull'amore o sulla maternità, passando magari per la Littizzetto; se si tratta di un uomo, si tende a spaziare dall'ultimo giallo o thriller di autore noto all'ultimo saggio di politica e dintorni di autore televisivo, che fa sempre un po' impegno civile e intellettuale, non so se.

Tutto questo post per dire che si tende ad essere davvero poco originali nei regali natalizi e a prediligere lo stra-noto al poco conosciuto: per verificarlo, basta trascorrere un po' di tempo in coda alla cassa di una libreria (e di questi tempi le code sono generalmente molto lunghe). Insomma, provare per credere (poi, magari, sarete così estenuati da scrivere un post del tutto simile a questo...).

venerdì 19 dicembre 2008

Facebook mania

A conclusione di questa settimana di interrogativi più o meno profondi, vi lascio qualcosa su cui riflettere per tutta la durata del week-end: la gag che vede come protagonista Susanna, la ragazza di Facebook, quelle che "se non sei su Facebook, non esisti". Impegnativo...

mercoledì 17 dicembre 2008

Consolazioni geografiche (e ortografiche)

Dopo il ciclone che ha investito l'Abruzzo, bisogna sforzarsi di guardare al lato positivo della situazione - come canta Mary Poppins in "con un poco di zucchero, la pillola va giù", come fa Pollyanna con il "gioco della felicità". Ad esempio, grazie agli eventi degli ultimi mesi, un buon numero di telespettatori, elettori, cittadini e politici della penisola ha finalmente scoperto che:

- l'Abruzzo è una regione italiana;
- l'Abruzzo è una regione italiana del centro-sud;
- "Abruzzo" si scrive con una sola 'b';
- Pescara è in Abruzzo;
- Pescara è sul mare;
- in Abruzzo c'è il mare (in barba a quelli che conoscevano soltanto i pastori di d'Annunzio e quell'adorabile simpaticone dell'orsetto marsicano).

Certo, telespettatori, elettori, cittadini e politici avrebbero dovuto imparare tutto questo (e forse anche qualcosina in più) a scuola. Ma la geografia, si sa, è una materia negletta, per cui si rende necessario qualche scandalo, di tanto in tanto, per acculturarsi un po'.

martedì 16 dicembre 2008

Cranford: il paese è piccolo e la gente mormora


Men! They know everything except what is about to happen and how it can be stopped. My father was a man. I think I know the sex!
Miss Pole

I have never liked the notion that the world is round. It makes me feel so giddy.

Miss Matty

Se la BBC drama non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Trarre una miniserie televisiva da un romanzo più o meno noto non è semplice e, ciononostante, la maggior parte delle produzioni firmate BBC è davvero di ottima qualità: la sceneggiatura non 'uccide' il romanzo ma tende a valorizzarlo, gli attori sono credibili e le ambientazioni storiche accurate. Penso ai vari adattamenti tratti da Jane Austen (con l'eccezione forse dell'ultimo Mansfield Park e, in parte, dell'ultimo Persuasion) o anche al Jane Eyre del 2006. L'ultima frontiera BBC che ho attraversato è stata quella dei romanzi di Elizabeth Gaskell. Ho iniziato quasi per caso con North and South, un piccolo capolavoro che è quasi riuscito ad insidiare la mia preferenza per il Pride and Prejudice del 1995 (e con questo ho detto tutto...). Ho proseguito poi con il grazioso Wives and Daugthers, e sono arrivata fino a Cranford.

Cranford è una miniserie deliziosa, non esattamente fedele al romanzo da cui trae ispirazione, ma assolutamente deliziosa. L'azione si svolge nell'arco di un anno (tra il giugno del 1842 e il maggio del 1843) nel piccolo centro di Cranford, una cittadina immaginaria in cui tutti gli abitanti si conoscono, sanno tutto di tutti e tutti - dal reverendo, alla cameriera, alla vedova, al carpentiere, alla nobildonna, fino al bracconiere vagabondo e sfaccendato - si conformano al proprio ruolo sociale, quasi seguendo un copione prestabilito. La novità che innesca la narrazione è rappresentata dall'arrivo del nipote dell'anziano dottor Morgan, Frank Harrison, un giovane medico scapolo e affascinante, a cui tutte le zitelle e le vedove del paese attribuiscono (austenianamente, viene da dire) la volontà di trovarsi al più presto una moglie autoctona.

Se la protagonista assoluta del racconto è la vita cittadina, con un continuo moltiplicarsi dei punti di vista (soprattutto femminili), l'osservatorio privilegiato di quanto accade si situa nella casa delle anziane sorelle Jenkyns, dove trova ospitalità Mary Smith, figlia di un'amica defunta, in 'fuga' da una matrigna che vorrebbe vederla accasata al più presto. Nel romanzo della Gaskell Mary funge da narratrice, mentre nella serie è piuttosto un elemento unificatore e un deus ex machina, contribuendo con le proprie azioni al ristabilirsi degli equilibri, o meglio, al formarsi di un nuovo equilibrio, attraverso la progressiva integrazione dei nuovi arrivati nei meccanismi della vita cittadina. La narrazione alterna momenti di comicità e brio, che vedono come protagoniste assolute le attempate, ciarliere ma solidali comari del paese (tra le quali troviamo una strepitosa Miss Pole - Imelda Staunton alias Vera Drake e Dolores Umbridge - nei panni della ficcanaso allarmista dal cuore d'oro) a momenti di nostalgia e rimpianto (ad esempio quando Miss Matty Jenkyns - una Judy Dench finalmente buona e gentile - racconta a Mary di sognare spesso la figlia che non ha mai potuto avere) e ad autentiche tragedie domestiche (la morte del piccolo Hutton così come quella di Miss Deborah Jenkyns o della giovane Miss Brown).

Il tutto accompagnato dall'eco lontano di cambiamenti inevitabili, rappresentati sia dallo scontro tra i metodi dei due dottori, l'anziano e il giovane, con il prevalere di quest'ultimo, sia dalla costruzione della rete ferroviaria, il mezzo che, secondo l'inflessibile e infelice Lady Ludlow (Francesca Annis, forse il personaggio più tragico del racconto), contribuirà all'emancipazione delle classi povere, distruggendo ogni equilibrio sociale. Quella stessa Lady Ludlow che, anziana e delusa dalla prolungata assenza del suo scapestrato figlio Septimus, seleziona solo illetterati come propri servitori, pensando che anche semplicemente un briciolo di cultura possa nuocere alle classi povere, mentre il suo devoto braccio destro, il saggio e misurato Mr. Carter, impartisce lezioni al piccolo ladruncolo Harry Gregson perché, imparando a leggere e scrivere, possa emanciparsi ed uscire dalla propria povertà.

I caratteri dei numerosi personaggi sono tutti delineati con precisione, ciascuno con le proprie peculiarità, grazie anche alla qualità degli interpreti: spiccano così la bontà in Miss Matty, la severità e il rigoroso rispetto delle regole in Miss Deborah, il buon senso in Mary, la dedizione in Jessie Brown, l'ottusità nel dottor Morgan, l'ingenua galanteria nel dottor Harrison (che, proveniendo da Londra, non può certo immaginare quali conseguenze emotivo-sociali possano scaturire dalla sua cordialità e gentilezza...), l'ironia un po' goliardica nel dottor Marshland, la lealtà e la riconoscenza nel piccolo Harry, la dignitosa solitudine in Miss Galindo (prototipo di donna imprenditrice), le fantasticherie (o meglio, i vaneggiamenti) nelle sorelle Tomkinson e in Mrs. Rose, la dolcezza in Sophy Hutton, la costanza in Mr. Holbrook (Michael Gambon - Albus Silente), la pretenziosità in Mrs. Jamieson (e nei suoi fidi barboncini Carlo e Giuseppe) e così via.

Insomma, un racconto corale davvero ben confezionato, in cui le signore la fanno da padrone. Non mi stupisce l'enorme successo che la serie ha avuto in Inghilterra, e che ha spinto la BBC a ideare un seguito in due puntate da mandare in onda a Natale 2009.

venerdì 12 dicembre 2008

Private Practice: no, non ci siamo

Avvertenza: questo post contiene anticipazioni sulla quinta serie di Grey's Anatomy.

Non saprei dire cosa renda la maggior parte delle serie televisive americane qualitativamente superiore rispetto a quelle prodotte in altri paesi. Sarà l'attenzione nei confronti della sceneggiatura, con dialoghi ben studiati, colpi di scena e con una cornice narrativa generalmente coerente; sarà che certe situazioni ci piace proiettarle Oltreoceno, perché ci sembrerebbero ridicole se si verificassero dietro (o dentro) casa nostra (o nei nostri ospedali, per dire); sarà per l'estetica delle immagini e delle ambientazioni e per la cura spesso maniacale dei particolari; sarà per la caratterizzazione dei personaggi, che vengono resi immediatamente 'riconoscibili', nel senso che ciascuno di essi è dotato di peculiarità che emergono via via e influenzano le sue azioni e il corso della sua storia.

Insomma, solitamente gli Americani, con le serie televisive, ci sanno fare. Per quanto ci siano delle significative eccezioni. Mi riferisco a Private Practice, lo spin-off di Grey's Anatomy, da poco importato in Italia. Ora, due puntualizzazioni. 1. E' raro che uno spin-off sia qualitativamente pari alla serie da cui trae origine (basti pensare a Joey, spin-off dell'unico ed inimitabile Friends). 2. Ho seguito e seguo ancora Grey's Anatomy, come ho raccontato in passato, per quanto l'allungamento del brodo abbia progressivamente snaturato il prodotto. Le prime due serie erano oggettivamente brillanti, vivaci, divertenti. Con la quinta serie, in onda in questi giorni negli USA, si è davvero arrivati alla pantomima. Concedetemi qualche spoiler: se Derek e Meredith hanno finalmente trovato un po' di pace (ferme restando le tendenze psicolabili di lei, povero Derek!), Izzie Stevens è completamente impazzita ed è arrivata ad avere una tormentata relazione con il fantasma (sic) di Denny Duquette (forse gli sceneggiatori rimpiangono di averlo 'ucciso' al termine della seconda serie, anche se alcuni fan suggeriscono che si tratti di un modo - piuttosto perverso, a dire il vero... - per eliminare Izzie dalla serie. Certo è che hanno trasformato un personaggio simpatico in una tragedia ambulante); dopo l'imprevedibile relazione lesbo tra la dottoressa Callie Torres e la dottoressa Erika Hahn, quest'ultimo personaggio è stato cancellato dalla sera alla mattina, senza un motivo, e pare anche che l'attore che interpreta "Bambi" (George O'Malley) abbia chiesto di rescindere il contratto con la produzione perché insoddisfatto della piega che gli eventi hanno preso per il suo personaggio (come dargli torto!). Prima Preston Burke, poi Addison Montgomery, poi Erika Hahn, ed ora anche il caro, tenero e insostituibile George: non si poteva evitare lo stillicidio chiudendo la storia un paio di serie prima, senza dover ricorrere a tutte queste torsioni e a tutti questi salti mortali carpiati?

Tornando al punto di partenza del post, Private Practice racconta la storia della ginecologa e neonatologa Addison Montgomery, ex-moglie di Derek Shepherd: forse la donna più odiata nella storia delle serie televisive, perché non puoi avere la fortuna di stare con il dottor McDreamy (Stranamore, nella versione italiana) e tradirlo spudoratamente con il suo migliore amico e vostro testimone di nozze, che poi sarebbe il dottor Mark Sloan - McSteamy (Bollore...). Insomma, non si fa! Dopo essersi rassegnata alla fine del suo matrimonio (ricordiamo che ha impiegato ben tre serie per rassegnarsi...), la rossa e bellissima Addison (nota anche come "Satana"), decide di lasciare il suo lavoro al Seattle Grace e di trasferirsi a Santa Monica, per essere assunta nello studio privato diretto da un'amica.

Ok, l'abilissimo e ambiziosissimo chirurgo Addison rinuncia alla sala operatoria: le cose cambiano, i telespettatori dovranno farci l'abitudine. Ma per i fan non è l'unico rospo da ingoiare: perché la sarcastica e pungente Addison, che reagiva alla sua solitudine, alla sua sterilità e ai suoi fallimenti coniugali con orgoglio e determinazione, si è trasformata in una donna di mezza età in piena crisi emotivo-ormonale, pronta a vivere una nuova adolescenza a quarant'anni suonati. Insomma, una versione invecchiata di Meredith Grey. Orrore, orrore!!!!

Per non parlare delle altre donne della serie, dalla psichiatra Violet all'endocrinologa Naomi: un repertorio di sventure femminili da far rabbrividire, tutte portatrici insane di delusioni private e con un unico, ossessivo, argomento di conversazione (indovinate quale?). Quanto ai personaggi maschili, sono a dir poco stereotipati (e non c'è nessun Derek o Burke ad alzare il livello e a salvare la situazione): c'è il dottore bello e misterioso, che oltretutto è un cultore della medicina alternativa; c'è l'ex marito geloso ad intermittenza della sua ex moglie e collega (nonostante sia stato lui a lasciarla, apparentemente senza motivo); c'è il pediatra che esce con donne conosciute in internet benché sia innamorato della sua migliore amica... insomma, un altro repertorio decisamente poco incoraggiante.

Ecco, in tutta sincerità: l'unico momento esaltante delle prime puntate è stata la comparsa di un bambina blu (sic). Credo che questo la dica lunga sulla qualità della serie: uno psicodramma collettivo sulla mezza età e sul difficoltoso intersecarsi di professione medica e vita privata, senza i dialoghi briosi del primo Grey's Anatomy e senza la funzione di riequilibrio svolta dal pathos ospedaliero. Insomma, secondo me, non ci siamo proprio.

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Televisione... in corsia

mercoledì 10 dicembre 2008

"Liberi ed eguali in dignità e diritti"

Il 10 dicembre del 1948 veniva firmata la Dichiarazione universale dei diritti umani. Mi piace celebrare questo sessantesimo anniversario ricordando le parole di una delle persone che resero possibile la stesura del testo e la sua ratifica da parte delle Nazioni Unite, Eleanor Roosevelt:

"In fin dei conti, dove cominciano i diritti umani universali? In luoghi piccoli, vicini a casa; così vicini e così piccoli da non essere visibili su nessuna mappa del mondo. Eppure essi sono il mondo dell'individuo: il quartiere in cui vive; la scuola o l'università che frequenta; la fabbrica, l'azienda o l'ufficio in cui lavora. Questi sono i luoghi in cui ogni uomo, donna e bambino vuole una giustizia equa, pari opportunità, pari dignità senza alcuna discriminazione. Se questi diritti non sono significativi in quei luoghi, lo sono ben poco altrove. Senza uno sforzo comune dei cittadini per sostenere questi diritti negli ambienti in cui viviamo, sarà inutile aspettarsi un progresso su più vasta scala nel mondo"
(da un discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite, 27 marzo 1953)

martedì 9 dicembre 2008

La vita è fatta di priorità

"La vita è fatta di priorità": lo ripeteva, qualche tempo fa, una nota ed efficace campagna pubblicitaria. Il punto per ciascuno è decidere quali sono le proprie. Diciamolo meglio, dandoci un tono: bisogna fissare la propria agenda.

"La vita è fatta di priorità" è la prima cosa che mi è venuta in mente quando, tra i tanti (troppi...) servizi televisivi e articoli di giornale dedicati alla 'recessione' (che io eleggerei 'parola dell'anno', a questo punto), ho letto i dati diffusi da Confcommercio, che danno i consumi delle famiglie italiane in netta flessione. Con alcune significative eccezioni: cellulari, giochi e premi.

Sintetizzando: i nostri consumi rivelano che siamo un popolo estremamente socievole - forse anche un tantino chiacchierone... - che crede fermamente nella dea bendata. Non saprei dire se per eccesso di ottimismo o di pessimismo. O meglio: non saprei dire se il Superenalotto o il Gratta e Vinci sono la versione 2008 del 'miracolo italiano' o una riedizione del sempreverde 'io speriamo che me la cavo'. Come si suol dire: ai posteri...

giovedì 4 dicembre 2008

Love for all

Ecco uno spot che va in onda di questi tempi sulle reti televisive svedesi, per pubblicizzare una linea di biancheria della Bjorn Borg.



(segnalato dal blog di Tito Faraci)

martedì 2 dicembre 2008

La chick lit colpisce ancora

Avvertenza: questo post è stato incoraggiato da qualche ora di cazzeggio su Facebook

E' decisamente buffo quando, a distanza di alcuni mesi, ci si ritrova a scrivere più o meno lo stesso post (cavoli, persino l'episodio alla Feltrinelli di piazza Colonna, a Roma, è accaduto più o meno nello stesso identico modo, anche se questa volta non ero lì per ripararmi dalla pioggia ma ero passata a dare un'occhiata insieme al Ragazzo, in un tiepido e affollatissimo sabato pomeriggio). E' decisamente buffo, perché potrebbe significare che faccio sempre le stesse cose nella vita, e non mi pare un segnale troppo incoraggiante...

Comunque sia, veniamo al dunque: ho letto anche l'ultimo Kinsella in circolazione, Remember me? (Ti ricordi di me?), ed ora sono qui ad aspettare il prossimo, sperando che Sophie lo stia scrivendo e che il suo editore lo pubblichi presto. Perché è inutile: ad ogni romanzo dico che sarà l'ultimo (cascasse il mondo!!!), che le storie narrate sono praticamente tutte uguali (con la significativa eccezione di Sai tenere un segreto?, perché il primo chick lit della vita non si scorda mai...), che alla fin fine cambiano soltanto i nomi dei personaggi e che tutte quelle compere e firme e ambientazioni super-lusso sono assolutamente esagerate, inverosimili, superficiali ecc. ecc.... Poi, però, curiosamente, mi capita di ritrovarmi il volumetto tra le mani e non posso fare a meno di acquistarlo (e mi giustifico ogni volta davanti al tribunale del mio Super-Io riesumando la storia dell'inglese, e via discorrendo...).

Nel caso specifico di Ti ricordi di me? il livello mi è comunque sembrato un po' più alto sia rispetto alle avventure dell'irredimibile shopaholic Becky Bloomwood (con l'eccezione, forse, della prima puntata della serie) che rispetto a La regina della casa. Quest'ultimo, però, è l'unico romanzo della Kinsella che proprio non mi è piaciuto: sarà per l'ambientazione agreste, sarà per l'opacità della protagonista... Insomma, anche se troppo glamour mi indispettisce, devo ammettere che è proprio nella descrizione di un certo tipo di ambiente extra-lusso, extra-sofisticato e fondamentalmente un po' vuoto che l'autrice riesce a fare del suo meglio e a regalare alle sue lettrici alcuni momenti assolutamente esilaranti (e a questo punto mi viene da chiedere dove viva, la signora Wickham-Kinsella: forse in un loft o in una penthouse a Kensington???).

Tornando a Ti ricordi di me?: rispetto ad alcuni dei precedenti, c'è più storia e c'è persino un accenno di analisi psicologica, grazie alla trovata (non troppo originale, a dire il vero) dell'amnesia della protagonista, che si risveglia dopo un incidente stradale ricca, 'ritoccata', in carriera e con un marito milionario e bellissimo, e che inizialmente, non ricordando assolutamente nulla degli ultimi tre anni della sua vita, crede di essere una sorta di Cenerentola del XXI secolo. Solo che, ovviamente, non è tutto oro quello che luccica, e quindi la storia va avanti esattamente come deve andare, rispettando tutte le fasi dei romanzi della Kinsella: incidente o contrattempo iniziale, momento di (presunta) perfezione, parentesi di caos assoluto, redenzione (detto anche "la protagonista alla riscossa"), lieto fine immancabile (e assolutamente necessario: è esattamente quello il motivo per cui le persone stressate - tipo me... - divorano questo genere di romanzi. Qualsiasi cosa accada, tutto si sistemerà nel miglior modo possibile: che sollievo!).

Anche in questo romanzo non mancano i momenti da ridere, o alcuni personaggi un po' macchiette a fare da contorno: dal marito "da manuale" e "fascista della dieta", alla pseudo-amica-del-cuore pettegola; dalla sorellina teenager e un po' eccentrica, al collega rivale e concorrente (perché c'è sempre un 'cattivo' da dover 'combattere'). Insomma, se non siete in vena di affrontare questioni problematiche o dilemmi, avete voglia di distendervi e distrarvi un po', vi va di fantasticare di una Londra patinata e da rivista e di splendidi e costosissimi vestiti, ecco, questo è il libro giusto. Dei massimi sistemi ci occuperemo un'altra volta.

Chiudo e resto in attesa di un nuovo romanzo: nel caso, aspettatevi un terzo post...

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Letture lievi - Shopaholic & Co.

Bridget Jones - perché erano meglio gli anni Novanta
Twenties girl - La ragazza fantasma

lunedì 1 dicembre 2008

Elogio della società sufficiente

Voglio segnalare qui sul blog un'idea molto interessante, che a mio parere è geniale nella sua immediatezza e semplicità: si tratta del Last Minute Market, un progetto di sviluppo locale sostenibile, che si propone di limitare lo spreco quotidiano - quello di cui noi acquirenti e fruitori di prodotti tendiamo a non accorgerci - convertendolo in risorsa. Credo che l'idea di una 'società sufficiente' sia da prendere molto sul serio, in particolare in questo momento di crisi: di fatto, si tratta di assumere comportamenti più realistici e razionali nella propria vita di tutti i giorni. Un po' di lungimiranza, ogni tanto, non guasta.

E, dato che sono un po' sentimentale, accompagno e concludo questa segnalazione con alcuni passaggi del noto discorso di Robert Kennedy sulla discutibilità del PIL come parametro per giudicare la reale ricchezza di uno stato (Università del Kansas, 18 marzo 1968). Io lo trovo forte ed efficace, e mi fa piacere dargli un po' di spazio sul blog.

"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle […]. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani."

sabato 29 novembre 2008

Penitentiagite, orrore, orrore!

E' cosa nota e universalmente riconosciuta che la satira è ormai morta, che non fa più audience e che non fa neppure ridere. Lo scrivono e lo dicono tutti. Ma a me, che probabilmente sono un po' antiquata e stento a stare al passo coi tempi, questo sketch sembra proprio esilarante. Quindi, buona visione e buon week-end!

venerdì 28 novembre 2008

No, non è quello dei jeans

"Il mondo che ho conosciuto, quello che ho amato, aveva 2,5 miliardi di abitanti."
Lo disse qualche anno fa, in un'intervista, Claude Lévi-Strauss, che proprio oggi compie 100 anni e che rischia di insidiare Hans-Georg Gadamer nel record di pensatore più longevo della storia della filosofia occidentale. Mi unisco al coro degli auguri (nell'attesa delle lamentele degli antropologi, che salteranno sulla sedia di fronte all'etichetta 'filosofia').

lunedì 24 novembre 2008

Sub specie aeternitatis

Oggi compirebbe 376 anni, ma ne ha vissuti poco più di 44. Un'esistenza senza acuti, umile, riservata, solitaria, che sarebbe probabilmente passata inosservata se non avesse prodotto due monumenti della storia del pensiero: il Trattato teologico-politico e l'Etica dimostrata geometricamente.

Storicizzare il testo biblico e, con esso, la genesi delle religioni rivelate. Invitare il proprio lettore ad una comprensione geometrica e rigorosa dell'idea di Dio. Combattere la superstizione, propugnare l'ideale della tolleranza, elidere la trascendenza, analizzare le passioni umane. E fare tutto questo tra il 1660 e il 1677, in un povera casa da tornitore di lenti, dopo essere stato scomunicato dalla sinagoga di Amsterdam e dopo aver rifiutato una cattedra prestigiosa ad Heidelberg pur di continuare a filosofare in libertà. Da vero rivoluzionario del pensiero, rigoroso, lucido e inflessibile nella sua dedizione.

Ci si può chiedere se Baruch Spinoza abbia mai realizzato la portata del suo sistema o se abbia mai sospettato che generazioni di studiosi (e di studenti...) si sarebbero arrovellate sulla sue definizioni e proposizioni, sui suoi assiomi e scoli, sul suo latino asciutto ed efficace. Io risponderei con un , perché era un genio, credeva fermamente nel valore di quello che scriveva ed era capace di sostenerlo e difenderlo con passione nelle lettere che inviava ai suoi pochi corrispondenti (la maggior parte dei quali, devota ma allarmata, lo invitava amicalmente alla cautela - Caute!).

Per me, che ho speso giorni, mesi e pagine e pagine di tesi, tra laurea e dottorato, ad analizzare e cercare di comprendere la ricezione, il saccheggio e lo stravolgimento del suo pensiero da parte di chi è venuto subito dopo di lui, è ormai diventato una figura senza tempo. D'altra parte, è stato in grado di ispirare e influenzare i propri contemporanei, da Bayle a Toland, così come i miei, da Althusser, a Deleuze, a Negri, e di attraversare i secoli e le correnti di pensiero mantenendo inalterato il suo fascino e il suo mistero. Insomma, è andato ben oltre i 44 anni della sua esistenza, tanto da non appartenere più soltanto alla sua epoca - ho dovuto ammetterlo anche io, storica, dopo essermi sforzata in tutti i modi di storicizzarlo, di limitarlo, di circostanziarlo.

L'ebreo scomunicato di Amsterdam, il razionalista cartesiano, il meccanicista, l'esegeta biblico, il profeta della tolleranza religiosa, l'ateo virtuoso dell'Aja, il panteista ante litteram, il saggio confuciano, l'eretico materialista: tante etichette un po' logore e abusate tra le quali ogni studioso solitamente sceglie la propria chiave interpretativa, ma che non potranno mai riassumere, cogliere a pieno o esaurire la complessità che il filosofo Baruch Spinoza porta con sé, oggi come trecento anni fa.

domenica 23 novembre 2008

Human or dancer: sono dilemmi!

Ok, sapete benissimo che sono una pattumiera musicale. Ascolto una cosa lì e una cosa qui, con gran poca logica, nessun rigore e con la massima incostanza possibile. Detto questo, i primi due album dei Killers mi sono piaciuti davvero moltissimo. Ad essere sinceri, più Hot Fuss (2004) che Sam’s Town (2006). Neanche un paio di annetti fa mi è capitato uno di quei periodi noiosamente monotematici nel corso dei quali si ascolta sempre e solo lo stesso autore o lo stesso gruppo e, tra Mr. Brightside, Somebody told me, Smile like you mean it e Read my Mind ho praticamente annichilito le mie incolpevoli coinquiline.

Tutto questo preambolo per dire 1. che è domenica e non mi va di pensare a cose serie; 2. che la prossima settimana dovrebbe uscire il nuovo album dei quattro baldi giovani di Las Vegas, Day and Age, anticipato lo scorso settembre dal singolo Human. Le (mie) aspettative sono piuttosto alte, anche se l'ascolto del singolo mi ha lasciato addosso il sospetto che la sindrome da terzo album abbia colpito ancora (avete presente i Coldplay?).

Nel senso che Human è una canzoncina godibilissima, che ti contagia immediatamente e si insinua nella tua testa con il suo martellante “are we human or are we dancer” (pare si tratti di una citazione, ma a me ricorda tanto il refrain “I don’t mind if you don’t mind, I don’t shine if you don’t shine”, della serie: non so bene quello che sto dicendo o che voglio dire – se proprio devo voler dire qualcosa - ma mi pare che detta così suoni proprio bene). Dati i precedenti, però, Human mi sembra una canzoncina tirata via, che riassume un po' quello che la band ha fatto finora andando sul sicuro. Le pulsazioni anni Ottanta di Mr. Brightside si sono perse in un pop facilotto, e tutto il condimento elettronico non attenua, anzi, aumenta la sensazione di essere stati catapultati di domenica pomeriggio in una discoteca popolata da liceali.

Dopo essermi lasciata andare alle critiche, devo comunque ammettere che il singolo è meglio di moltissime altre cose che si sentono in giro, e che la voce dell'istrionico Brandon Flowers non si discute neanche per un istante. E' soltanto che mi aspettavo qualcosa di diverso, di più energico, di più coraggioso. Magari poi l’album si dimostrerà una vera bomba e le mie impressioni saranno del tutto smentite. Che dire: ben venga.

sabato 22 novembre 2008

Mal comune, nessun gaudio

Ieri scoprivamo che il Pd non esiste (a dire il vero, erano in pochi a illudersi ancora riguardo alla sua effettiva esistenza...). Oggi leggiamo sui giornali che anche il Ps francese non se la passa troppo bene (per certi versi, se la passa persino peggio, diviso a metà come una mela tra due lady di ferro che non vogliono arretrare di un millimetro, con l'aggiunta di spettri di brogli, ricorsi e riconteggi... come scrive Le Monde, "il faut croire qu'avec le Parti Socialiste, le pire est toujours à venir"...). Di fronte a tanta, generalizzata, desolazione, comincio a credere nell'ipotesi di una sindrome da immunodeficienza della sinistra europea. Staremo a vedere.

venerdì 21 novembre 2008

Thanksgiving turkey

Certo che ce ne vuole di originalità (chiamiamola così, dato che non mi viene un termine migliore...) per scegliere come sfondo di un'intervista un tizio che macella un tacchino... ed io che pensavo che la Palin ce l'avesse soltanto con le alci!

Réservé aux dames

Questa sera il Ps sceglie il successore di François Hollande alla segreteria. Dopo l'eliminazione al primo turno di Benoit Hamon, esponente della sinistra del partito, la sfida è tutta tra il sindaco di Lille, Martine Aubry (il cui cognome da nubile è Delors, non so se...) e la presidente del consiglio regionale del Poitou-Charantes, Ségolène Royal.

Se, come si suppone, i voti di Hamon andranno alla Aubry, starà a quest'ultima il compito di sciogliere i nodi che attanagliano il partito e di traghettarlo verso le presidenziali del 2012. Un compito decisamente impegnativo, che comporterà scelte difficili all'interno di una compagine dalle diverse anime, spesso "l'una contro l'altra armata".

Ma il risultato di questa sera non è ancora scritto al 100%, nonostante la contiguità ideologica tra Aubry e Hamon: bisogna sempre fare i conti con il personaggio Ségolène Royal, e con il suo innegabile appeal (e cioè, con quanto la rende odiosa ai suoi compagni di partito e ai suoi avversari politici e, nello stesso tempo, la fa adorare dalla base). Di fatto, il voto di stesera potrebbe diventare un vero e proprio referendum su di lei. Insomma, stay tuned.

lunedì 17 novembre 2008

La semidipendenza del lettore austenmaniaco

In linea di principio, non si dovrebbe giudicare un romanzo che non si è letto, o che si è soltanto spulciato (nel senso di una pagina qui e una lì, per vedere l'effetto che fa). Tuttavia, dopo aver visto sullo scaffale della Feltrinelli L'indipendenza della signorina Bennet di Colleen McCullough (l'autrice australiana di Uccelli di rovo, giusto per citare un titolo tra i tanti) e averlo leggiucchiato per un po', sento di dover fare alcune noiosissime considerazioni da austenmaniaca.

Perché l'ho aperto e sfogliato? Facile: il riferimento del titolo ad una non meglio identificata "signorina Bennet" faceva tanto Orgoglio e Pregiudizio, e di fronte ad una simile insinuazione austeniana non era possibile resistere. Urgeva andare oltre la quarta di copertina, e spulciare, leggiucchiare, esaminare. Ed ecco cosa ho scoperto. Il romanzo è un sequel di Orgoglio e Pregiudizio, ambientato a vent'anni di distanza dal duplice matrimonio Jane-Bingley ed Elizabeth-Darcy. Rispetto ai diversi altri tentativi sequel, la sua originalità è data dal concentrarsi su Mary Bennet, la sorella mediana - noiosa, bigotta e generalmente negletta dal lettore (io le avrei fatto sposare Mr. Collins, pensate voi quanto poteva essermi simpatica...). Non a caso, il titolo inglese è The Independence of Miss Mary Bennet, tanto per essere subito chiari e abbastanza sconvolgenti.

L'autrice racconta che Mary è l'unica delle Bennet a non essersi mai sposata. Ma, sorprendentemente, è anche l'unica che, con il trascorrere del tempo, ha notevolmente migliorato le sue qualità. E già, perché le sorelle accasate, in primo luogo Elizabeth, sono drammaticamente sfiorite, tra mariti freddi, infedeli e addirittura corrotti. Lei invece ha perfezionato modi, intelletto e aspetto fisico. Il tutto assistendo per vent'anni una madre terribilmente ipocondriaca ed egocentrica: insomma, ci sarebbe da chiedersi come abbia fatto a sopravvivere, in quei vent'anni, altro che affinare le proprie doti...

Il romanzo inizia quando Mrs. Bennet muore, dopo essere stata tenuta il più possibile lontana dalla vita mondana, affinché non creasse imbarazzi al genero (Darcy), che comunque provvedeva alle sue necessità. Jane è la moglie innamorata di un marito un po' farfallone, e per giunta è sempre incinta. Elizabeth ha un suo circolo mondano, e la sua massima attività risiede nel curare l'immagine di se stessa e del marito, a tutto vantaggio della carriera politica di quest'ultimo. Kitty ha sposato un vecchio Lord ed è rimasta ben presto felicemente e riccamente vedova (per inciso: ma vi pare che un Lord andava a sposare proprio Kitty Bennet?). Lydia non è cambiata di una virgola, va ancora in estasi per gli ufficiali e la sua condotta matrimoniale è piuttosto discutibile (d'altra parte, c'erano tutte le premesse perché andasse esattamente così...).

Alla morte della madre, sorelle e cognati sognano un matrimonio dignitoso per la zitella Mary, che però, deludendo tutti, decide di intraprendere una strada decisamente poco convenzionale: nell'intento di raccontare la storia dei più poveri e dei più disagiati, vale a dire, delle classi lavoratrici dell'Inghilterra del XIX secolo, inizia uno scandaloso (nel senso che all'epoca non era esattamente un'attività per signore...) viaggio in solitaria per il paese, per scoprire, capire e descrivere ciò che vede. E, ovviamente, nel corso delle proprie peripezie, incontrerà il grande amore - insomma, come poteva mancare il grande amore?

In genere, i sequel non incontrano i miei favori, specie se scritti a due secoli di distanza. In linea teorica, mi sembra un modo furbetto per assicurarsi un discreto numero di fruitori. Aggiungiamo poi che la Austen aveva il potere di chiudere le sue storie al momento giusto, lasciando al lettore serenità e buoni sentimenti, e che da lettrice non vedo motivi ragionevoli per andare a turbare quel serafico equilibrio. Tra le altre cose che non mi convincono, c'è il titolo, con il termine "indipendenza" in primissima battuta: molto poco ottocentesco e molto poco austeniano. E c'è la caratterizzazione della protagonista. Per esempio, non è dato sapere come abbia fatto la chiusa e bigotta Mary a diventare, in vent'anni di solitudine domestica, una perfetta sintesi di bellezza, curiosità, umanitarismo, ampie vedute e protofemminismo. Voglio dire: stiamo parlando di Mary, la sorella bruttina, stonata, inopportuna e drammaticamente ottusa. Certo, ha letto molti libri, dice l'autrice, ma da qui a stravolgere completamente il proprio carattere e la propria indole....

Nonostante io sia una purista di Orgoglio e pregiudizio, non sono rimasta particolarmente infastidita dalla connotazione ambiziosa, fredda e tendenzialmente negativa del personaggio di Darcy, né dal suo matrimonio più o meno infelice con Elizabeth (anche se è ovvio che li avevamo lasciati felici, contenti e pieni di buoni propositi, e ci dispiace non poco sapere che la magia si è dissolta molto molto in fretta, e che il nostro eroico, mitico e meraviglioso Darcy, alla fin fine, è un uomo assolutamente ordinario e con un sacco di difetti...). Quello che mi rimane più difficile da digerire resta il fatto che si infondano caratteristiche e sensibilità contemporanee in personaggi del XIX secolo: l'anacronismo è evidente, e stride con il tentativo di realizzare un sequel austeniano - insomma, non mi sarei scocciata più di tanto se si fosse trattato di una storia a sé, ma quando si fa un seguito ci si mette in relazione con un prima, e il confronto diventa inevitabile, nel bene e nel male.

La Austen non avrebbe mai potuto fare di una sua eroina una coraggiosa paladina degli ultimi e degli oppressi, e il massimo dell'avventura per lei concepibile doveva essere una passeggiata solitaria da Longbourn a Netherfield o, al più, il fatto di scrivere e di pubblicare i propri romanzi. Le sue storie sono così affascinanti anche perché riflettono il suo tempo, con tutte le sue convenzioni, i suoi pregiudizi e con la sua mentalità decisamente rigida. Come accade anche per le sorelle Bronte, per Thackeray o per la Gaskell. Ecco, nella mia opionione di lettrice, un romanzo di ambientazione storica non dovrebbe tentare di ridipingere il passato inserendovi eroi moderni, ma dovrebbe piuttosto immergersi nel periodo che vuole rappresentare, per coglierne sfumature, contraddizioni e limiti. Insomma, saltando di palo in frasca: anch'io avrei voluto che Ivanhoe si innamorasse di Rebecca piuttosto che della smorta e piagnucolosa Lady Rowena, ma sir Walter Scott non poteva assolutamente permetterlo. Ad un cavaliere cristiano del XII secolo non sarebbe passato nemmeno per l'anticamera del cervello di poter sposare una ragazza ebrea!

Non so come il romanzo della McCullough proceda e si concluda, come si arrivi alla grande storia d'amore e come evolvano i personaggi: suppongo, date le premesse, che ci sia un catartico lieto fine... In ogni caso, dopo aver esposto le mie pregiudiziali, ho una rivelazione sorprendente per quei puristi di Orgoglio e Pregiudizio che non vogliono leggere L'indipendenza della signorina Bennet (quindi, se volete leggerlo o se non siete dei puristi di O & P e non ve ne frega niente, fermatevi pure qui). Vi ricordate il Colonnello Fitzwilliam, il cugino di Darcy? Ebbene, di lui - che oltretutto mi era molto simpatico - si racconta che ha sposato Anne de Bourgh (sì, proprio lei, la figlia malaticcia e pallida di Lady Catherine, nonché erede di Rosings, che nei disegni materni avrebbe dovuto sposare proprio il cugino Darcy). Rimasto ben presto (prevedibilmente) vedovo, e anche molto riccamente vedovo, Fitzwilliam sposa la ben più giovane e avvenente Georgiana (sì, proprio lei, la sorella minore di Darcy) e diventa persino generale! Una riuscita niente male per un figlio cadetto che non poteva permettersi di sposarsi in modo del tutto disinteressato...

venerdì 14 novembre 2008

Romeo e Giulietta 2008

Prima del week-end di riposo, posto una scenetta divertente, per sollevare il morale di questo blog.

giovedì 13 novembre 2008

Il momento del silenzio

Ora che la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura di Milano, sulla famiglia Englaro dovrebbe calare un rispettoso silenzio, perché un dolore privato non si trasformi nell'ennesima occasione di sciacallaggio politico e mediatico.

Per me, vale quanto avevo scritto in luglio, dopo la sentenza della Corte di Appello di Milano. Ciascun individuo adulto dovrebbe godere del pieno diritto di decidere della propria vita e di disporre del proprio corpo.

martedì 11 novembre 2008

Il tappo generazionale

E' cosa nota e universalmente riconosciuta che l'infanzia si protragga fino ai trent'anni.
Per carità, hai la patente, quasi certamente hai ottenuto un diploma, forse anche una laurea e, se proprio hai voluto esagerare, persino un dottorato di ricerca. Ma è evidente che non sei pronto per incarichi di responsabilità, abbi pazienza! Le tue spalle saranno anche giovani e forti, ma sono troppo strette. Avrai pure tanta energia da spendere, ma non è quella che conta: la verità è che hai davvero troppa poca esperienza del mondo. Non stare a lamentarti, un contratto di tre mesi rinnovabile è già una gran risultato. Fidati.

Poi, dai trenta ai quaranta-quarantacinque, è il momento dell'adolescenza.
Scalpiti (saranno gli ormoni, è tipico di questa fase della vita...), sono anni che fai gavetta, che obbedisci a capi canuti e occhialuti, che salti da un contratto di tre mesi a uno di quattro o, al massimo, se sei proprio fortunato, di sei, e l'unica cosa che sembra progredire davvero è la tua frustrazione. Insomma, la domanda nasce spontanea nella tua testa: ma quand'è che si dovrebbe iniziare a fare quella cosa lì, sì quella, come diavolo si chiama???? - Ah, certo: carriera. Ma che carriera, abbi pazienza, figliolo, sei appena un ragazzino!

Più o meno intorno ai cinquant'anni inizia l'età adulta.
Finalmente ora hai dei diritti, ti è riconosciuta la capacità di assumerti una qualche responsabilità e la tua opinione viene ascoltata da quelli più giovani di te. Ti senti mediamente appagato mentre fai sgobbare ai tuoi ordini il piccolo e volenteroso stagista di turno. E' bello essere ritenuti 'autorevoli': anche se, a dirla tutta, è un peccato esserci arrivato con pochi capelli, e per giunta bianchi, con un accenno (abbondante, a voler essere sinceri) di pancetta e per giunta con il mal di schiena...

Tutto questo post per dire che, a volte, si ha come l'impressione di vivere in un paese per vecchi. Ne hanno scritto oggi su Repubblica Tito Boeri ed Ettore Livini, analizzando la situazione da un punto di vista politico-culturale.

lunedì 10 novembre 2008

La voce dell'Africa

Non sono brava nelle commemorazioni, perché tutto quello che mi viene da dire o da scrivere in questo tipo di situazioni mi sembra sempre assolutamente banale e superfluo.

Quindi, mi limito a scrivere che la morte di Miriam Makeba, grande artista sudafricana, avvenuta la scorsa notte qui in Italia, a Castelvolturno, dopo un concerto anticamorra, mi ha molto colpita e commossa.

venerdì 7 novembre 2008

Un altro punto di vista

Ecco un servizio della CNN dedicato al nostro premier e al suo ineffabile senso dell'umorismo. Può risultare utile, ogni tanto, guardarsi dall'esterno...



Aggiungo un po' di rassegna stampa estera sul tema, già che ci sono: The Wall Street Journal, The New York Times, Times on line, BBC, Le Monde, Le Figaro, El Pais, El Mundo, FAZ - e l'elenco potrebbe continuare...

mercoledì 5 novembre 2008

Emozioni a Grant Park

Barack Obama è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America.

Ora che l'ho visto, ci credo anch'io. I pronostici della vigilia sono stati ampiamente confermati, senza essere invalidati da un qualche rigurgito razzista. Gli Stati Uniti hanno dimostrato di avere davvero bisogno e voglia di cambiare rotta, e di questo, con ogni probabilità, dobbiamo ringraziare soprattutto la gestione Bush.

Comunque sia, aver vissuto queste ore di attesa, aver visto la folla trepidante e quindi festante assemblata a Chicago per festeggiare il primo presidente afroamericano della storia degli USA, aver ascoltato il dignitosissimo discorso dello sconfitto John McCain e, poco dopo, quello appassionato del vincitore, è stato davvero emozionante. Ora posso andare a nanna per qualche ora...

martedì 4 novembre 2008

Presidenziali 2008 - finalmente ci siamo

L'unica cosa veramente originale che un qualsiasi possessore di blog potrebbe fare in questi giorni sarebbe NON occuparsi ASSOLUTAMENTE delle presidenziali americane. Evitarle, fingere che non esistano (Obama chi???? McCain chi???), scrivere di fiori, alberi e uccellini cinguettanti piuttosto che di sondaggi, della nonna di Barack o dei costosissimi vestiti di Sarah.

Perché ormai ne parlano tutti in modo ossessivo-compulsivo, tra tg, speciali televisivi (che poi, non so se ci avete fatto caso, ma gli ospiti sono sempre gli stessi, con una specie di turn over tra i diversi canali - e, ovviamente, dicono tutti le stesse inutili cose...), video e appelli su internet, fino alla tua parrucchiera di fiducia che, proprio mentre ti taglia i capelli, ti chiede, come se fosse la cosa più ovvia da chiedere: "secondo te, di quanto vincerà Obama?".

Purtroppo per voi non ho sufficiente talento letterario per tuffarmi nella romantica descrizione di fiori, alberi e uccellini cinguettanti. Per cui mi tocca rinunciare ancora una volta all'originalità, essere un po' mediocre e unirmi alla folla che parla, anzi, straparla di elezioni americane. Pur pensando con un certo sollievo che la cosa migliore che possa accadere dopo questo 4 novembre è già praticamente inevitabile: da gennaio non avremo più George W. alla Casa Bianca. Dico: ma vi pare poco???

Ok, non credo che Barack Obama sia il salvatore dell'umanità o un grande innovatore, e non credo neppure che, in fondo in fondo, sia così tanto meglio di John McCain (ma della Palin mille volte sì...). Tuttavia, spero proprio che vinca, per tutta una serie di motivi generali e particolari che non sto ad elencare, e anche se la sua vittoria avrà riflessi tendenzialmente negativi sulle mie finanze - nel senso che dovrò offrire una cena al Ragazzo (già, perché forse voi non lo ricorderete, ma alcuni mesi fa ho scommesso con lui sulla vittoria di McCain... e lui se lo ricorda benissimo).

Non fidandomi assolutamente dei sondaggi (ditemi voi qual è stata l'ultima volta in cui sono stati veritieri...), né dei riflessi condizionati dell'America più profonda (che spero mi smentisca, ma se non lo vedo, davvero, non ci credo), dovrò attendere l'alba di domani prima di sapere se la cena in palio la offrirò io o mi verrà offerta. Sperando che non si vada ad un estenuante (e un po' umiliante) riconteggio dei 'buchi', come accadde in Florida nell'ormai lontanissimo 2000... - a quel punto, però, chiunque dei due candidati la spunti, il pagamento della fatidica cena dovrà essere alla romana... ;)

giovedì 30 ottobre 2008

Fare i conti con la realtà

In questi giorni, leggendo i quotidiani e assistendo ad alcuni telegiornali, ho notato che regna una confusione incredibile (e decisamente colpevole) riguardo ai provvedimenti governativi sulla scuola e alle conseguenti manifestazioni studentesche. Nessuno spiega a chiare lettere che i motivi di agitazione sono due: il decreto Gelmini, passato proprio ieri al Senato (il famoso 137, per capirsi) e la legge 133, approvata nella più totale 'discrezione' la scorsa estate, nell'ambito della manovra di programmazione finanziaria (una domanda sorge spontanea: dov'erano le opposizioni? O forse, essendo stata apposta la fiducia sul provvedimento, nessuno si era degnato di leggerlo?).

La legge 133, nella fattispecie, prevede tagli al sistema universitario e alla scuola secondaria superiore. Ecco perché in questi giorni licei e università sono occupati (e non di certo per la reintroduzione dei grembiulini alle elementari, come alcuni servizi dei tg farebbero supporre...). Tutti coloro che parlano di studenti "manovrati dalla sinistra" (che brutta cosa, poi, privare a priori un interlocutore potenziale della capacità di intendere e volere e, quindi, della dignità di interloquire) dovrebbero mettersi l'anima in pace: la legge 133, così come è ora, prevede davvero dei tagli, li prevede in modo del tutto indiscriminato e non presuppone alcun reinvestimento nell'istruzione pubblica. Vale a dire che non si tratta in alcun modo di tagli fondati su criteri meritocratici o sull'esigenza (sacrosanta) di razionalizzare il sistema e di eliminare gli sprechi. Allo stato attuale delle cose, non si dà nulla al sistema educativo nazionale, si toglie soltanto (e anche molto). E se proprio non ci credete andatevi a leggere il provvedimento.

Il senso che si può trarre dagli accadimenti degli ultimi mesi e, soprattutto, dalla loro cronologia è questo: prima il Ministro dell'Economia decide di tagliare alcuni finanziamenti per esigenze di bilancio, poi, nei mesi a seguire, il Ministro della Pubblica Istruzione è obbligato ad inventarsi una cosiddetta 'riforma' per giustificarli agli occhi dell'opinione pubblica. A questo punto, è inutile entrare nella bagarre "riforma sì, riforma no", perché in tutto l'iter decisionale governativo che ho brevemente riassunto l'idea di riformare, di aggiornare, di migliorare non ha mai fatto davvero capolino. E' stata soltanto e semplicemente una questione di conti.

In soldoni, la mia critica - il motivo per cui io, se fossi ancora studentessa, protesterei (e la politica non c'entra niente, proviamo ad essere seri) - è proprio questa: la più totale assenza di un vero progetto di miglioramento del sistema scolastico e, in particolare, universitario. E, già che siamo in tema di critiche, avrei lasciato fuori dalla discussione e da questo impeto riformatore la scuola primaria, che oggi è l'unica a funzionare davvero: chiedetelo ai genitori e agli insegnanti, se proprio non vi fidate delle valutazioni internazionali.

Intendiamoci: chi scrive sarebbe più che favorevole ad una riforma dell'università pubblica - che però deve rimanere tale, e non essere mandata sul lastrico per salvare, che ne so, Alitalia... -, ad un sistema che privilegi il merito (quello vero, senza scorciatoie del tipo "andare fare determinati concorsi al sud perché è più facile"...), che favorisca un costante e valido ricambio generazionale, che faccia sì che le università italiane possano attrarre ricercatori stranieri (cosa che oggi non accade, ed è gravissimo per un Paese occidentale), che non obblighi ad umilianti iter burocratici per avere a disposizione la strumentazione necessaria e indispensabile alla ricerca, che non tramuti la voglia di fare e di innovare in frustrazione e che non spinga i più giovani e motivati alla fuga (sia essa all'estero o in direzione di altri ambiti lavorativi). Come vedete, non si tratta di difendere i baroni e le baronie (lungi da me...). Si tratta di ribadire il concetto che per migliorare è necessario investire energie e risorse, oculatamente, razionalmente, certo, ma pur sempre investire. Ecco: se il Ministro volesse sposare questi principi di riforma (disponendosi un attimo al confronto, che ascoltare le ragioni altrui non fa mai male) non starei a fare le barricate preventivamente, perché sono ben consapevole del fatto che intervenire è sì difficilissimo, ma anche necessario.

Quello che non emerge dai nostri giornali, emerge a volte, curiosamente, da quelli stranieri. Per carità, l'Italia vista dall'estero deve sembrare un puntino geografico quasi trascurabile, dato che sono davvero poche le testate che si occupano di noi (a parte il delitto di Perugia, di cui scrivono tutti i quotidiani anglosassoni). Ciononostante, ho trovato dei buoni articoli, come questo su Le Monde e questo sul Financial Times. Come al solito, i francesi dimostrano di adorare le manifestazioni di piazza, mentre gli inglesi tentano di mettere alcune situazioni in prospettiva, a modo loro.

lunedì 27 ottobre 2008

Per la legge del contrappasso

C'era una volta una nota azienda specializzata nella vendita di elettrodomestici, il cui slogan pubblicitario suonava così: "non può morire l'ottimismo, che è il profumo della vita". Si trattava del verso di una poesia, che nella réclame televisiva veniva recitato dall'autore in persona nell'ambito di un piccolo monologo su quanto tutto fosse bello e su quanto le cose andassero bene. Qualcuno ricorderà, ad esempio, la storiella del bambino che aveva salutato il poeta dicendogli "buongiorno" in inglese, e che veniva suggellata dal solito ritornello "ma come si fa a non essere ottimisti????". Ecco, magari penserete che sono una persona triste e pessimista, ma ho il dovere morale di confessare che questa tipologia di sketch aveva il potere di indispormi, e anche un bel po'.

Ma prescindiamo per un attimo dalle mie personalissime reazioni, che non fanno testo. Non so quanto quella particolare strategia di comunicazione pubblicitaria fosse intelligente, elaborata o indovinata. Mi pare però di poter fare un'osservazione 'in tutta oggettività': non deve aver portato molta fortuna (anzi, è possibile che si sia tirata dietro una buona dose di sfiga...), dato che l'azienda in questione è in "ristrutturazione" (un elegante eufemismo che solitamente si usa quando le cose vanno male) e ha deciso di chiudere 43 dei suoi punti vendita entro la fine del 2008 e di cederne qualcun altro ad altri marchi. Dubito che qualcuno avrà il coraggio di andare a parlare di "ottimismo" ai dipendenti in esubero...

giovedì 23 ottobre 2008

Il succo della questione

Sono convinta che l'Università italiana vada riformata. Concorsi seri, revisione paritaria (la famosa peer review), razionalizzazione e ottimizzazione della spesa, un argine alla burocrazia dilagante: ci sono davvero tante idee su cui si potrebbe cercare il confronto con chi di dovere.

Detto questo, mi pare evidente che la legge 133/2008 del 6 agosto non contenga né una riforma né un abbozzo di riforma, ma rappresenti un modo come un altro per fare cassa. Perché una riforma si fa ascoltando le parti in causa, in primo luogo gli addetti ai lavori, e non a colpi di scure e - quel che è peggio - in assenza di un vero progetto.

La stessa cosa si potrebbe dire del piano sulla scuola e del decreto Gelmini (che poi, lasciatemelo dire, si parla tanto dell'improrogabile necessità di riformare proprio la scuola elementare, ignorando a bella posta che è l'unica tra le scuola italiane ad essere promossa dall'OCSE...).

Presidenziali 2008: this is Halloween 2

La Scary Mask di Sarah Palin (comodamente scaricabile in PDF) è una new entry (e anche piuttosto inquietante...) tra i suggerimenti per l'Halloween 2008. Vi segnalo il sito 1. perché è abbastanza buffa; 2. per completare la rassegna di Palin-idee inziata con un post di qualche giorno fa.

martedì 21 ottobre 2008

La febbre del martedì (o del giovedì, o del sabato)

Non ho mai giocato al Lotto o al Superenalotto in vita mia, e quindi ho sempre avuto idee molto molto vaghe sul come e sul quando questo si facesse (anche se le code in tabaccheria in determinati giorni della settimana avrebbero dovuto quanto meno insospettirmi...). Di fatto, per anni ho più o meno ignorato il fatto che qualcuno giocasse in qualche giorno della settimana. Fino a quando mi è diventato impossibile. Già, perché inizialmente si giocava una sola volta a settimana (il sabato); poi si è passati a due giorni (il mercoledì e il sabato) e infine, molto recentemente (credo con un decreto del 2005), a tre: si gioca di martedì, di giovedì e di sabato. Infatti, da quando c'è un Superenalotto con jackpot record, la notizia è diventata da Tg a reti unificate e non può più sfuggire neppure ai distratti cronici come me. E peggio dei servizi sull'attesa (compreso il: "ora vi spieghiamo come si riscuote una vincita") potranno essere solo i servizi sulla ricevitoria che verrà (quando? boh...) inondata dalla fortuna....

Detto questo, ho un dubbio riguardo all'eticità della questione. Voglio dire, è un dato di fatto: più si spende in Lotto e Superenalotto (così come in lotterie, ippica, videopoker e quant'altro), e più lo Stato guadagna. Quindi non è esattamente un caso se il numero di giornate in cui si può giocare sia progressivamente aumentato: molto semplicemente, si tratta di un espediente per tentare di recuperare più soldi. Tuttavia, vi pare etico (o anche giusto, o anche opportuno) che uno Stato, pur di fare cassa, incentivi un vizio privato?

Negli ultimi anni si è parlato sempre più frequentemente di "malattie da gioco d'azzardo", di persone che disastrano le proprie finanze familiari (e, successivamente, la propria vita privata) perché non riescono a non giocare, di cure e di percorsi di disintossicazione ad hoc. E lo Stato risponde a quello che ha tutti i tratti di un problema sociale aumentando le opportunità di essere "indotti in tentazione"? Tanto più che l'incremento del gioco d'azzardo va di pari passo con i periodi di crisi economica, quando si manifesta con maggiore vigore la tendenza a cercare soluzioni miracolistiche ai propri problemi (con l'esito, in alcuni casi patologici, di peggiorarli, anziché risolverli). A riprova di ciò, si pensi alla febbre da Superenalotto di queste ultime settimane: tutti alla ricerca dei non-so-quanti milioni di euro (che comunque saranno vinti una sola volta e solo da uno o da pochissimi - ma intanto le strade sono piene di persone che fantasticano di quanto potranno comprare con quella montagna di soldi...), mentre invece il gioco del Lotto, molto meno attraente dal punto di vista economico, mano a mano declina (Amen).

domenica 19 ottobre 2008

Presidenziali 2008: this is Halloween

So che vi siete stancati di sentir parlare di Obama, McCain e di Joe l'idraulico (che però non è un idraulico e non si chiama neanche Joe). Tenete duro, mancano solo un paio di settimane, e poi... no, per il momento preferisco non avventurarmi sul poi...

So anche che, oramai, mi capita piuttosto spesso di scrivere del governatore dell'Alaska e forse (oddio-chissà-ma anche no) prossimo vicepresidente degli US Sarah Palin. Ma, cosa volete che vi dica, nelle ultime settimane la hockey mum di Wasilla (denominazione geografica tutt'altro che rassicurante...) è riuscita a diventare una vera diva, anzi, un'autentica Musa della blogosfera (e non solo).

L'ultima trovata in cui è stata, diciamo... 'coinvolta' è abbastanza... 'di stagione': si avvicina infatti la notte di Halloween, ci si chiede cosa si potrà indossare di trendy quest'anno - già, perché streghe e vampiri sono un po', come dire, logori e abusati... -, e allora, ecco la vera genialata: perché non procurarsi un costume da Sarah Palin? Più in di così... E, dato che gli americani ritengono che la creatività e l'iniziativa privata siano parte integrante del loro DNA, all'improvviso nascono n siti che spiegano per filo e per segno come deve essere fatto un costume da Sarah Palin.

Ovviamante, non possono mancare gli occhiali, né l'acconciatura molto démodé, né i tradizionali riferimenti alla bandiera. Alcuni aggiungono armi, giusto per ricordare che la supermamma è anche una fiera cacciatrice; altri, lievemente più... arditi, si concentrano sui suoi trascorsi di reginetta di bellezza. Insomma, non sono una fan di Halloween, ma se la notte del prossimo 31 ottobre proprio non sapete cosa fare, potete sempre trarne qualche spunto... ;)

sabato 18 ottobre 2008

Il Ministro della Paura

Il nuovo personaggio di Antonio Albanese, accompagnato dal suo fido assistente, il Sottosegretario all'Angoscia. Personalmente, trovo il tutto molto inquietante ma anche piuttosto geniale (e la 'r' moscia fa molto Avvocato Agnelli). Constatate voi stessi...


venerdì 10 ottobre 2008

Presidenziali 2008 al femminile

Nonostante la crisi finanziara globale e la recessione alle porte, le presidenziali americane riservano anche dei momenti decisamente spiritosi. Come ad esempio il dibattito televisivo tra Sarah Palin (Tina Fey) e Hillary Clinton (Amy Poehler), le due donne di ferro della politica americana: guardare per credere!



Purtroppo, non ne ho trovato una versione migliore, né per audio e colore né per montaggio (avrei preferito che il video terminasse prima dei riferimenti alla vera Sarah Palin... in ogni caso, quest'ultima parte dimostra che la Fey ha fatto un ottimo lavoro di imitazione!).

mercoledì 8 ottobre 2008

Il modello reaganiano allo specchio

C'erano una volta i primi anni Novanta e la critica di Samuel Huntington nei confronti delle tesi dell'emergente Francis Fukuyama e del suo La fine della storia e l'ultimo uomo, a cui l'anziano accademico di New York rispondeva con Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Il fulcro del dibattito era costituito dalle prospettive di evoluzione culturale, politica ed economica dell'umanità dopo il crollo del muro di Berlino, tra fine del progresso, trionfo del liberismo reaganiano e conflitti con nuove realtà emergenti (Cina e mondo islamico su tutte). L'America intellettuale rifletteva su se stessa e si interrogava sul proprio futuro e sulle fondamenta della propria egemonia: democrazia, liberalismo e liberismo.

Ricordo una serie di lezioni di filosofia della storia (in assoluto il monografico più impegnativo che mi sia mai capitato di affrontare) in cui tale dibattito veniva interpretato come il momento più attuale di un percorso innescato dagli scritti politici di Kant, e proseguito poi con le grandi costruzioni di Hegel e di Marx. Da parte mia, non parteggiavo né per Huntington né per Fukuyama, ma trovavo particolarmente interessante il tentativo di rintracciare la genesi delle loro teorie, di osservare in quale sostrato affondavano le loro radici.

Questa mattina, leggendo l'intervento di Francis Fukuyama sulla crisi economica e finanziaria che gli Stati Uniti stanno attraversando (La fine del modello americano - The Fall of America, Inc.), mi è tornato in mente tutto questo. E ho anche pensato che lo studioso americano di origini giapponesi stia diventando, suo malgrado, una sorta di Cassandra di quello stesso neoconservatorismo che i suoi interventi e le sue riflessioni hanno contribuito a plasmare.

lunedì 6 ottobre 2008

Ragione e sentimento (qualche anno dopo...)

Come qualcuno ormai avrà capito, adoro i romanzi ottocenteschi, specie quelli di ambientazione inglese, e sono una spettatrice assidua, per quanto piuttosto critica ed esigente, delle loro versioni cinematografiche e televisive. Con una spiccata preferenza per gli adattamenti della BBC (che se non ci fosse, bisognerebbe inventarla!).

Dopo aver visto tutti i Mansfield Park, i Persuasion, i Pride and Prejudice e i Northanger Abbey possibili, lo scorso week-end mi sono concentrata sulle quattro puntate dell'adattamento di Jane Eyre del 2006 (proprio ben fatto!) e sulle 3 puntate dell'adattamento di Sense and Sensibility del 2008.

In particolare, rivedere Sense and Sensibility a circa dieci anni di distanza dalla lettura del libro (il mio primo Jane Austen in assoluto!) e dalla visione dell'omonimo film di Ang Lee mi ha fatto un certo effetto. All'epoca non avevo amato particolarmente né il romanzo né l'adattamento d'autore: Hugh Grant era decisamente troppo rigido anche per un personaggio timido come Edward, Emma Thompson sembrava sua zia piuttosto che la sua amata e Alan Rickman era per me sempre e comunque il perfido sceriffo di Nottingham del Robin Hood-Kevin Costner (oggi invece è Severus Piton, ma questa è decisamente un'altra storia...). L'unica che nel mio immaginario funzionava era Kate Winslet nei panni della giovane, tanto esuberante e un po' svampita Marianne Dashwood.

In seguito alla lettura del romanzo e alla visione del film ricordo di aver redatto un tema per letteratura inglese nel quale spiegavo come, a mio avviso, il tradimento, l'inaffidabilità e l'egoismo del giovane, passionale (e mettiamoci anche bellissimo...) Willoughby - che, dopo molte lacrime e vari struggimenti, determinano il matrimonio di Marianne con il più maturo colonnello Brandon - rivelavano una concezione conservatrice e cerebrale dei rapporti di coppia da parte della Austen. Come dire, una specie di 'imborghesimento sentimentale' che, da brava liceale, non potevo non disapprovare. E questo, nonostante già allora preferissi alla romantica Marianne la ben più riflessiva Elinor.

Riflettendo sulla storia ad una decina d'anni di distanza, devo confessare di aver cambiato radicalmente idea. Sarà eufemisticamente la 'maturità' - per non dire una forma di invecchiamento molto precoce - ma oggi mi ritrovo ad approvare la scelta dell'autrice: la coppia Willoughby-Marianne era tanto tanto carina e romantica, ma con limiti molto evidenti e scarsissime probabilità di riuscita. Molto meglio il solido, fedele e integerrimo colonnello Brandon. Devo però aggiungere che, nell'adattamento 2008, la differenza di età tra il colonnello e Marianne non è sottolineata come nel film di Ang Lee, e questo forse favorisce le conclusioni a cui sono giunta. Come giustificazione sarà forse un po' deboluccia, ma almeno ci ho provato...

venerdì 3 ottobre 2008

La metamorfosi di Ségolène

La stella di Ségolène Royal era uscita un po' appannata dalla primavera 2007, dopo una campagna presidenziale abbastanza difficile, in cui era stata bersaglio di critiche da parte di esponenti del suo stesso partito (dicesi autolesionismo della sinistra), e dopo la separazione dal compagno di una vita, François Hollande. In seguito agli impietosi rovesci della fortuna, qualcuno doveva averle consigliato una pausa di riflessione, per poi tornare alle luci della ribalta rinvigorita e pronta a giocarsi la leadership del proprio partito nel Congresso di Reims del 14-16 novembre 2008.

Ecco, quello a cui si è assistito sabato scorso al teatro Zenith di Parigi, nell'ambito del Gran concerto della Fratellanza, è stato ben più di un ritorno. La Royal è salita sul palco tra fumogeni e applausi, e da sola, senza leggio né appunti e con il semplice ausilio di un microfono appuntato alla scamiciata verdina, ha intrattenuto per circa un'ora i quattromila presenti, recitando (quasi in rima, guardare per credere) la parte della leonessa che non molla e che, nonostante tutte le avversità, è ancora pronta a battersi per chi crede in lei. Il cambio di look è evidente e abbastanza impressionante: dalla sobria tenuta presidenziale ad un abbigliamento decisamente più casual, a metà tra lo zen e il no-global; dai discorsi pacati e misurati ad un teatrale One Woman Show, un po' Giovanna d'Arco, un po' Cyrano de Bergerac, un po' predicatore televisivo americano.

Quasi un'ora di discorso senza mai entrare nel merito della leadership interna al PS e del confronto con coloro che, al Congresso di novembre, saranno i suoi diretti avversari: su tutti, il quotatissimo e favoritissimo sindaco di Parigi, Bertrand Delanoe (che gode dell'appoggio dello stesso Hollande) e il sindaco di Lille, Martine Aubry. Allo stesso modo, lo show di Ségolène ha solo vagamente sfiorato quelli che saranno i temi principali della sua mozione al Congresso, facendo intendere che lo scopo primario della sua apparizione settembrina non era riprendere le fila del discorso politico ma riaffermarsi e rinvigorirsi come personaggio, tornare a stupire e ad imporsi all'attenzione pubblica. E da questo punto di vista il colpo è decisamente riuscito, data la quantità di reazioni e commenti che la performance dello Zenith ha suscitato e continua a suscitare a quasi una settimana di distanza. Si possono strabuzzare gli occhi davanti al video (e devo confessare che io li ho strabuzzati, eccome), ma non si può negare che la signora sappia far parlare di sé.

Quanto ai (pochi) contenuti politici, credo che si possa parlare di un evidente spostamento a sinistra della Royal, della serie "c'è la crisi, e l'unica soluzione è più Stato, più Stato, più Stato". In fin dei conti, però, non dovrebbe stupire o sembrare così strano, dato che la medesima ricetta (o giù di lì...) in questi giorni viene gridata ai quattro venti da Nicolas Sarkozy in persona, che pure non è un socialista e non ha motivo di voler succedere ad Hollande sulla poltrona del PS. Nel caso specifico dell'istrionico presidente in carica, la morale della favola sembra essere che, se si è a corto di idee (e di risorse economiche...), si finisce sempre per tornare allo Stato, con buona pace dell'ideologia e dei programmi politico-economici.