venerdì 25 aprile 2008

63 anni della nostra democrazia

Alcune testimonianze tratte dalle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943-25 aprile 1945), Einaudi, infinitamente più significative di qualsiasi mia parola o commento:


[Paolo Braccini (Verdi) Di anni 36 - docente universitario - nato a Canepina (Víterbo) il 16 maggio 1907 -- Incaricato della cattedra di zootecnia generale e speciale all'università di Torino, specializzato nelle ricerche sulla fecondazione artificiale degli animali presso l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte e della Liguria - nel 1931 allontanato dal corso allievi ufficiali per professione di idee antifasciste - all'indomani dell'8 settembre 1943 abbandona ogni attività privata ed entra nel movimento clandestino di Torino - è designato a far parte del I° Comitato Militare Regionale Piemontese quale rappresentante dei Partito d'Azione - pur essendo braccato dalla polizia fascista, per quattro mesi dirige l'organizzazione delle formazioni GL -. Arrestato il 31 marzo 1944 da elementi della Federazione dei Fasci Repubblicani di Torino, mentre partecipa ad una riunione del CMRP nella sacrestia di San Giovanni in Torino -. Processato nei giorni 2-3 aprile 1944, insieme ai membri del CMRP, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato -. Fucilato il 5 aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, Con Franco Baibís ed altri sei membri del cmrp. - Medaglia d'Oro al Valor Militare.]

3 aprile 1944

Gianna, figlia mia adorata,

è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.

Sarò fucilato all'alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno. Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l'infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.

Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore.

Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.

Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.


[Antonio Brancati Di anni 23 - studente - nato a Ispica (Ragusa) il 21 dicembre 1920 -. Allievo ufficiale di Fanteria, il 1° marzo 1944 entra a far parte del "Gruppo di Organizzazione" del Comitato Militare di Grosseto, di stanza a Monte Bottigli sopra Grosseto ~. Catturato il 22 Marzo 1944 sul monte Bottigli, nel corso di un rastrellamento di forze tedesche e fasciste che lo sorprendono assieme ad altri dieci compagni nella capanna in cui dormono -. Processato il 22 marzo 1944 nella scuola di Maiano Lavacchio (Grosseto) da tribunale misto tedesco e fascista -. Fucilato lo stesso 22 marzo 1944, a Maiano Lavacchio, con Mario Becucci, Rino Cíattini, Silvano Guidoni, Alfiero Grazi, Corrado Matteini, Emanuele Matteini, Alcide Mignarri, Alvaro Nfinucci, Alfonso Passananti e Attilio Sforzi.]

Carissimi genitori,

non so se mi sarà possibile potervi rivedere, per la qual cosa vi scrivo questa lettera. Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l'Italia.

Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all'Italia, nostra amabile e martoriata Patria.

Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti.

Se muoio, muoio innocente.

Vi prego di perdonarmi se qualche volta vi ho fatto arrabbiare, vi ho disobbedito, ero allora un ragazzo.

Solo pregate per me il buon Dio. Non prendetevi parecchi pensieri. Fate del bene ai poveri per la salvezza della mia povera anima. Vi ringrazio per quanto avete fatto per me e per la mia educazione. Speriamo che Iddio vi dia giusta ricompensa.

Baciate per me tutti i fratelli: Felice, Costantino, Luigi, Vincenzo e Alberto e la mia cara fidanzata.

Non affliggetevi e fatevi coraggio, ci sarà chi mi vendicherà.

Ricompensate e ricordatevi finché vivrete di quei signori Matteini per il bene che mi hanno fatto, per l'amore di madre che hanno avuto nei miei riguardi. Io vi ho sempre pensato in tutti i momenti della giornata.

Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra; ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo.

Ricordatevi sempre di me.

Un forte bacione

Antonio

Sappiate che il vostro Antonio penserà sempre a voi anche dopo morto e che vi guarderà dal cielo.


[Bruno Parmesan (Venezia) Di anni 19 - meccanico tornitore - nato a Venezia il 14 aprile 1925 -. Partigiano nel Battaglione "Val Meduna", 4^ Brigata, I Divisione delle Formazioni Osoppo-Friuli -. Catturato nel gennaio 1945 a Meduno (Udine), in seguito a delazione, per opera di militi delle Brigate Nere -. Processato il 2 febbraio 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine -. Fucilato alle ore 6 dell'11 febbraio 1945, contro il muro di cinta del cimitero di Udine, con Gesuino Manca ed altri ventidue partigiani.]

Udine, 10 febbraio 1945

Caro Papà e tutti miei cari di famiglia e parenti,

dalla soglia della morte vi scrivo queste mie ultime parole. Il mondo e l'intera umanità mi è stata avversa. Dio mi vuole con sé.

Oggi 10 febbraio, il tribunale militare tedesco mi condanna. Strappa le mie carni che tu mi avevi fatto dono, perché hanno sete di sangue.

Muoio contento perché lassù in cielo rivedrò la mia adorata mamma. Sento che mi chiama, mi vuole vicino come una volta, per consolarmi della mia dura sorte. Non piangete per me, siate forti, ricevete con serenità queste mie parole, come io sentii la mia sentenza.

Ore mi separano dalla morte, ma non ho paura perché non ho fatto del male a nessuno; la mia coscienza è tranquilla.

Papà, fratelli e parenti tutti, siate orgogliosi del vostro Bruno che muore innocente per la sua terra.

Vedo le mie care sorelline Ida ed Edda che leggono queste ultime mie parole: le vedo così belle come le vidi l'ultima volta, col loro dolce sorriso. Forse qualche lacrima righerà il loro volto. Dà loro coraggio, tu Guido, che sei il più vecchio.

Quando finirà questa maledetta guerra che tanti lutti ha portato in tutto il mondo, se le possibilità ve lo permetteranno fate che la mia salma riposi accanto a quella della mia cara mamma.

Guido abbi cura della famiglia, questo è il mio ultimo desiderio che ti chiedo sul punto di morte. Auguri a voi tutti miei cari fratelli, un buon destino e molta felicità. Perdonatemi tutti del male che ho fatto. Vi lascio mandandovi i miei più cari baci.

Il vostro per sempre

Bruno


[Lorenzo Viale Di anni 27 - ingegnere alla FIAT di Torino - nato a Torino il 25 dicembre 1917 -. Addetto militare della squadra "Diavolo Rosso", poi ufficiale di collegamento dell'organizzazione "Giovane Piemonte" - costretto a lasciare Torino, si unisce alle formazioni operanti nel Canavesano -. Catturato l'8 dicembre 1944 a Torino, nella propria abitazione, in seguito a delazione, per opera di elementi delle Brigate Nere, essendo sceso dalla montagna nel tentativo di salvare alcuni suoi compagni -. Processato l'8 febbraio 1945, dal Tribunale Co. Gu. (Contro Guerriglia) di Torino, perché ritenuto responsabile dell'uccisione del prefetto fascista Manganiello -. Fucilato l'11 febbraio 1945 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, con Alfonso Gindro ed altri tre partigiani.]

Torino, 9 febbraio 1945

Carissimi,

una sorte dura e purtroppo crudele sta per separarmi da voi per sempre. Il mio dolore nel lasciarvi è il pensiero che la vostra vita è spezzata, voi che avete fatti tanti sacrifici per me, li vedete ad un tratto frustrati da un iniquo destino. Coraggio! Non potrò più essere il bastone dei vostri ultimi anni ma dal cielo pregherò perché Iddio vi protegga e vi sorregga nel rimanente cammino terreno. La speranza che ci potremo trovare in una vita migliore mi aiuta a sopportare con calma questi attimi terribili. Bisogna avere pazienza, la giustizia degli uomini, ahimè, troppo severa, ha voluto così. Una cosa sola ci sia di conforto: che ho agito sempre onestamente secondo i santi principi che mi avete inculcato sin da bambino, che ho combattuto lealmente per un ideale che ritengo sarà sempre per voi motivo di orgoglio, la grandezza d'Italia, la mia Patria: che non ho mai ucciso, né fatto uccidere alcuno: che le mie mani sono nette di sangue, di furti e di rapine. Per un ideale ho lottato e per un ideale muoio. Perdonate se ho anteposto la Patria a voi, ma sono certo che saprete sopportare con coraggio e con fierezza questo colpo assai duro.

Dunque, non addio, ma arrivederci in una vita migliore. Ricordatevi sempre di un figlio che vi chiede perdono per tutte le stupidaggini che può aver compiuto, ma che vi ha sempre voluto bene.

Un caro bacio ed abbraccio

Renzo


giovedì 24 aprile 2008

Invito alla lettura: Contro l'etica della verità

Sono sempre stata affascinata dal diritto e dalla giurisprudenza, sin da quando, ai tempi del liceo, assistevo con i miei compagni alle verbose elucubrazioni di un avvocato civilista, il mio professore di diritto ed economia [frequentavo un Liceo Classico maxi- o super- sperimentale, n.d.r. :) ].

Ho fatto questo piccolo preambolo autobiografico per introdurre e giustificare (almeno in parte) una segnalazione: Gustavo Zagrebelsky, Contro l'etica della verità, una raccolta di saggi percorsi da un interessante filo conduttore, il rapporto tra verità e dubbio, tra religione e laicità, tra democrazia e autorità religiosa. I nodi tematici affrontati dall'autore sono numerosi e piuttosto attuali, dal Concordato, al cosiddetto 'ateismo devoto', alla polemica riguardo alle radici cristiane d'Europa, al referendum sulla legge 40. Il tutto viene esaminato dal duplice punto di vista dell'analisi storica e della filosofia del diritto. Insomma, a mio parere è un libro da leggere (anche perché Zagrebelsky, oltre ad essere un rinomato costituzionalista, ha il merito di scrivere molto bene).

[per una recensione 'seria': nelle prossime settimane, da queste parti]

mercoledì 23 aprile 2008

Hit parade post elettorale

Non so se vi è capitato di sbirciare la classifica dei singoli più venduti della settimana. In caso contrario, ci penso io ad illuminarvi:

- al primo posto stazionano i vincitori del (logoro e abusato) Festival di Sanremo, Lola Ponce e Giò Di Tonno (alias Esmeralda e Quasimodo, direttamente da Notre Dame de Paris), con la loro (ormai logora e abusata)
Colpo di fulmine, altrimenti nota come "melenso duetto romantico";
- al secondo posto incappiamo (per l'ennesima volta...) in Leona Lewis e nella sua
Bleeding love (non so voi, ma questa canzone mi ha proprio rintronato: ti capita di ascoltarla ovunque, al centro commerciale, al supermercato, in radio mentre sei ferma al semaforo, su Mtv mentre fai zapping... In tutta sincerità, a me non è mai piaciuta, e poi, nel video la tipa si dispera in modo davvero eccessivo...);
- al terzo posto (udite, udite!) Anna Tatangelo con
Il mio amico, altrimenti definibile come "serie di luoghi comuni abbastanza superficiali mista a parole e costruzioni sintattiche assolutamente imbarazzanti" (si vedano le illuminanti battute di Elio e le Storie tese riguardo al "messaggio nascosto nel testo").

Ora, è evidente che la classifica rispecchia i gusti musicali della maggioranza: come per il risultato delle elezioni
, ci sono cose che non si possono capire, l'unica cosa che ci rimane/mi rimane da fare è accettarle, stoicamente, nonostante tutto...

giovedì 17 aprile 2008

Let's go fly a kite!

A parte la citazione dall'istruttivissimo Mary Poppins (che ho preferito a Pascoli, spero che gli amici letterati - e il Ragazzo romagnolo - possano perdonarmi....), questa idea riguardo alla produzione di energia eolica mi sembra davvero molto interessante.
Date un'occhiata al sito, quando avete un po' di tempo!

mercoledì 16 aprile 2008

Autocritica

Oggi mi sento un po' così:

"Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.
"
W. Shakespeare, Amleto

lunedì 14 aprile 2008

Il secondo sesso

Presa dal turbine elettorale, non ho commentato la formazione del secondo governo Zapatero, in cui i ministri donne superano addirittura quelli uomini, il ministro più giovane ha 31 anni e alla Difesa si insedia una trentasettenne incinta, l’astro nascente del PSOE Carme Chacon.

Anche solo a livello simbolico, quest’ultima è una nomina eccezionale, perché la gravidanza non viene considerata un ostacolo alla vita pubblica di una donna. Pensate a quante aziende assumerebbero una donna incinta o sarebbero pronte ad investire su di lei (risposta: nessuna), per quanto brava possa dimostrarsi e per quanto brillante possa essere il suo curriculum; a quanti datori di lavoro scoraggiano, di fatto, la maternità; a quante persone pensano che una donna sia in genere meno adatta a ricoprire determinati ruoli (ad esempio, ad essere ministro della Difesa: proprio non capisco, perché un Martino o un Parisi sì, e una donna no?) e ritengono che, nel momento in cui diventa madre, diventi automaticamente, nello stesso tempo, meno capace e meno produttiva.

E invece, in Spagna una donna incinta può entrare a far parte di un governo, ed essere la prima donna ministro della Difesa: insomma, non parliamo né di una lady di ferro né di una ‘mascolinizzazione’ a fini carrieristici (rimprovero che troppo spesso viene mosso alle donne che ricoprono determinati ruoli, e che non è altro che un goffo tentativo di camuffare un vecchio pregiudizio), ma di una donna che, oltre ad essere molto qualificata, ha anche il pancione (e, si suppone, una vita privata).

Qualche tempo fa, una mia amica – una di quelle brave davvero, che hanno perseguito per anni un sogno professionale e che l’hanno realizzato dopo essersi impegnate, aver investito nel proprio futuro e aver primeggiato nel corso degli studi – mi diceva che se avesse un bambino ora, la sue prospettive di carriera e di guadagno (e non stiamo parlando di compensi da favola, sia detto) crollerebbero irrimediabilmente. E lo diceva con un misto di rabbia e di rammarico. Della serie, non basta impegnarsi e non è sufficiente essere le migliori per essere garantite, per poter scegliere serenamente se e quando diventare madri, e per gestire in piena autonomia la propria vita privata, le proprie relazioni e il proprio corpo. E quel che è peggio, aggiungeva, è che trovi sempre qualcuno pronto a pontificare a tue spese, a darti dell’egoista, a giudicare i tuoi desideri, ad intromettersi nelle tue cosiddette ‘priorità’, a criticare le tue scelte, ad offrirti ‘modelli’ a cui fare riferimento, e - ciliegina sulla torta - a dirti che ti stai piegando ad una mentalità maschile (!?!). La verità, incontrovertibile e tacitamente accettata, è che sei un cittadino di serie B, perché a parità di forze spese non c’è parità di opportunità, di esiti e di riscontri. Mentre tu ti ostini a voler essere giudicata dal mondo del lavoro sulla base di quello che sai e che sai fare, non sulla base del tuo sesso o della tua età. Illusa.

Insomma, anche in questo caso gli Spagnoli ci rifilano una lezione di civiltà, di progresso e di pari opportunità (reali e non semplicemente verbali, come quelle che vanno tanto di moda dalle nostre parti e nelle nostre campagne elettorali). E intanto io mi preparo al peggio.

sabato 12 aprile 2008

Odissea tragicomica di un'elettrice vagante

Ho piena consapevolezza dei ‘giorni nevralgici’, quelli in cui prendere un treno diventa un’avventura. E il venerdì preelettorale è decisamente tra i peggiori. Ma questa volta sono fortunata (o, almeno, credo di esserlo). Da Pisa a Cesena viaggio comodamente in auto con il mio ragazzo e tutto scorre tranquillamente, nonostante il traffico del venerdì. Il treno su cui ho il posto prenotato parte da Cesena alle 18.18. E’ un Intercity proveniente da Venezia – il Manin: l’ho preso varie volte in passato, era la mia coincidenza per il sud quando arrivavo a Bologna da Pisa. Da Cesena a Giulianova ci sono 200 km e 2 ore e 40 di treno. Così, alle 18 il mio ragazzo mi accompagna in stazione.

Alle 18.05, mentre sostiamo sulla banchina del secondo binario, una vocina metallica ci annuncia che il treno viaggia con 25 minuti di ritardo per via di “coda sulla linea” (una motivazione originale, direi). Ok, c’era da aspettarselo. Magari nel tragitto recupera qualcosina, non è da escludere. Il tipo seduto sulla panchina accanto alla nostra comincia ad agitarsi e a telefonare, lamentandosi moderatamente della “solita” Trenitalia. Alle 18.10, un nuovo annuncio: i minuti sono diventati 30. Ok, penso, non cambia molto. Alle 18.15, un nuovo annuncio: 35 minuti. Il tipo della panchina accanto si agita in modo via via più vistoso e le telefonate si moltiplicano: “ogni minuto il ritardo aumenta di cinque minuti”, dice, camminando nervosamente su e giù per la banchina. Io e il mio ragazzo riflettiamo che, se così fosse, il ritardo del treno tenderebbe all’infinito, e allora sarebbe davvero un bel problema... Alle 18.15, arriva un ulteriore annuncio: 40 minuti. Nel frattempo, un regionale diretto a Rimini si ferma, carica, e riparte. In banchina rimaniamo ad attendere in cinque. Il mio ragazzo, impietosito, va a comprarmi dei biscotti per il viaggio, dato che non è ben chiaro né quando partirò né, tanto meno, quando riuscirò ad arrivare a casa. Intanto gli annunci si susseguono (l’ultimo, verso le 19, stabilirà che il ritardo è di 65 minuti). Comincio a familiarizzare con gli altri viaggiatori (ho notato che i momenti di crisi fanno diventare loquaci quasi tutti), ci interroghiamo se il treno successivo, un Intercity plus proveniente da Milano e previsto per le 19.18, possa essere o meno in ritardo, e se non sia il caso di salire su quello (ma ha un ritardo di 10 minuti, scopriamo poi: praticamente, i due treni diretti a Pescara centrale viaggiano l’uno dietro l’altro). Ad un certo punto, sul binario due compare persino un treno fantasma, che si rivela essere una locomotiva senza carrozze.

Alle 19.20 il nostro intercity viene annunciato. In 5 minuti arriva, ci carica, e riparte. Saluto il mio ragazzo e mi dirigo al mio posto sollevando la valigia, depositandola poi in corridoio, perché dentro allo scompartimento non c’è spazio (e anche perché ci vorrebbe un supereroe per sollevarla e piazzarla sul portabagagli...). Il treno è un intercity di quelli più vecchiotti, lievemente maleodorante, ma non è affollato quanto temevo. Una ragazza mi spiega che il treno è arrivato a Bologna con un bel ritardo, che la stazione era gremita e che hanno atteso molto tempo prima di ripartire. Ok, tipico dei venerdì, soprattutto quando ci sono festività importanti o, come in questo caso, le elezioni. Prendo il cellulare e avverto mia madre che non sarò a casa prima delle 22, poi mi metto ad ascoltare un po’ di musica e a riflettere sui massimi sistemi. Nel frattempo, il treno arriva a Rimini. Ma la sosta è innaturalmente lunga. I minuti passano, e cominciamo a guardarci e a preoccuparci, noi dello scompartimento, fino a quando un volontario si alza e va in avanscoperta. Nel frattempo, l’intercity che ci seguiva, quello delle 19.18, ferma ad un altro binario. Il volontario torna e ci racconta che nel tragitto tra Cesena e Rimini abbiamo incrociato un altro treno; che nell’incrocio una pietra ha colpito un finestrino che, di conseguenza, si è rotto, e che, appena arrivati a Rimini, il capotreno lo ha abbattuto del tutto a colpi di martello sotto lo sguardo attonito di molti viaggiatori; per farla breve, non si sa ancora se e quando ripartiremo.

Ora, parliamone: Rimini non è esattamente la mia stazione fortunata. E’ la terza volta in sette anni e sei mesi di viaggi che un mio treno mi pianta lì per un tempo x. Ma è la prima volta in assoluto che la causa è un sassolino schizzato dalle rotaie e conficcatosi in un finestrino (negli altri due casi si era trattato di un tromba d’aria - non sto scherzando... - che aveva interrotto la linea ferroviaria a nord di Ancona, e di un suicidio…). Guardo fuori dal finestrino, e vedo due delle persone che erano in banchina con me a Cesena correre scompostamente verso l’intercity proveniente da Milano, tirandosi dietro i bagagli. Ok, posso farlo anch’io, ma ho bisogno di tempo per prendere valigia zaino giacca e borsa, scendere dal treno e cambiare binario correndo nel sottopassaggio: e se nel frattempo il treno riparte? (e se ripartono entrambi??). Nessuno ci fa sapere nulla, nessuno ci dice se ripartiremo o meno. E intanto sono già le 20, e nello scompartimento fa caldo. Ok, sono stoica, non mi scompongo, lascio che l’altro intercity si metta in moto senza di me. Tanto so che, nella peggiore delle ipotesi, c’è l’ultimo intercity della giornata, quello che parte da Bologna alle 19.29 circa e che alle 20.40 è a Rimini (ormai conosco a memoria gli orari della linea adriatica, e non soltanto...). Insomma, se il mio intercity rimane piantato fino alle 20.40, potrò sempre prendere quello.

Intanto, ho fatto conoscenza con gli altri occupanti dello scompartimento, una madre con la sua bambina, due studenti e un consulente. Torniamo tutti a casa per votare. “Tutto ‘sto casino per andare ad annullare la scheda!”, mi viene detto da uno dei miei compagni di sventura. E ancora: “E’ evidente che gli Italiani sono attaccati al voto, guarda tu quanta gente che torna a casa!”. Poi il treno, inaspettatamente, si rimette in moto, prima un po' dubbioso, poi spedito. Ok, in fondo lo sapevo che non potevano bloccare un intercity di dieci carrozze, e per di più pieno di gente, per un finestrino rotto! Solo che ormai il nostro ritardo è disastroso, e dobbiamo dare la precedenza a tutti i treni che incrociamo. Una vera via crucis! Meno male che trascorriamo il tempo conversando, parlando di lavoro, di università, dell’euro forte, di affitti, di mutui. Ad un certo punto, i miei compagni di viaggio maschi si lanciano in una accalorata filippica contro le quindicenni di oggi - che si truccano e vestono come delle trentenni e che ti fanno rischiare una condanna per pedofilia -, e contro l’uomo metrosexual, lampadato e depilato meglio di una donna.

Il treno mano a mano si svuota. Il ritardo ufficiale è di cento minuti, ma so che sono un po' di più. Mi sento abbastanza stanca, anche se chiacchierare rende l'atmosfera più leggera. Tanto più che ogni fermata in mezzo al nulla, in attesa di essere superati da altri convogli, aumenta il livello di comicità della situazione, e ci fa diventare più autoironici, e inclini alla battuta. “Prossima fermata, manicomio!” gridano di tanto in tanto dallo scompartimento accanto. Insomma, prendiamola con filosofia e con un po' di spirito, innervosirsi non sarebbe di molto aiuto. ;)

Mancano pochi minuti alle 23 quando il treno rallenta per entrare nella mia stazione, la penultima del suo tragitto, con quasi due ore di ritardo. Ma Trenitalia mi riserva un ultimo, inatteso momento di suspence, dato che la porta della carrozza non si apre: dobbiamo addirittura forzarla in tre! Poi scendo, la vocina metallica ripete “Giulianova, stazione di Giulianova” e vedo avvicinarsi mio padre e mio fratello. Ok, sono a casa, anche questo viaggio è andato. Mentre camminiamo verso il parcheggio, mi ricordo dello scambio di battute tra due dei miei compagni di viaggio. “Maledetta Trenitalia!”, “Non preoccuparti, tra due mesi la vendiamo ai Francesi”. Insomma, se almeno loro la facessero funzionare, non sarebbe poi così male…

mercoledì 9 aprile 2008

La top 50 dei telefilm

Ultimi giorni di campagna elettorale (-4...) e fuori piove: è decisamente il momento giusto per divagare un po'. Detto-fatto: la rivista Empire propone la classifica dei "50 Greatest Tv Shows of All Time".

Nella top ten, l'esilarante Friends, Buffy e gli immortali Simpsons (ok, sono decisamente d'accordo per Friends e per i Simpsons, ma piazzare Sarah Michelle Gellar, in arte Buffy, al secondo posto... ma stiamo scherzando???).

Più o meno a metà classifica, troviamo alcuni telefilm in camice bianco, ER e Scrubs, insieme a 'classici' come Twin Peaks e Futurama. In fondo alla classifica, tra la quarantesima e la cinquantesima posizione, stazionano (mestamente) Sex and the city e Veronica Mars (una serie pseudo-adolescenziale che aveva davvero un suo perché, dalla sigla decisamente contagiosa - a long time ago, we used to be friends...).

Note molto dolenti: restano fuori dalla top 50 le casalinghe disperate, la single per antonomasia Ally McBeal, i medici sempre un po' innamorati di Grey's Anatomy e persino il cinico ma insostituibile dottor House. Insomma, in sintesi: se l'avessi stilata io, la classifica sarebbe stata un po' diversa... :)

martedì 8 aprile 2008

lunedì 7 aprile 2008

Un bacio romantico - My blueberry nights

Il titolo scelto per la versione italiana dell’ultimo lavoro di Wong Kar Wai non è gran ché, per quanto non si arrivi ai livelli di un Se mi lasci ti cancello.
Detta così, Un bacio romantico mi fa pensare un po' troppo ad una commediola americana con Kate Hudson o Reese Whiterspoon, non ad un film come questo, che – con buona approssimazione - può essere considerato una storia d’amore, ma che è soprattutto un percorso, la combinazione di un viaggio reale e di un viaggio interiore (mi accorgo che la definizione che ho dato è davvero banale, ma il film secondo me non lo è).

Personalmente, non so come avrei tradotto My blueberry nights (Le mie notti al mirtillo???), probabilmente (per viltà o scarsa fantasia, direte voi) lo avrei lasciato in inglese, perché mi sembra la soluzione più suggestiva (accetto comunque suggerimenti). Certamente, nel film il “bacio romantico” c’è, all’inizio e alla fine del viaggio della protagonista, ma il riferimento alla metafora della torta ai mirtilli e ad una serie di atmosfere 'in notturna' racchiuso nel titolo inglese mi sembra molto più fedele alla trama. Elizabeth (Norah Jones) scopre che il proprio compagno l’ha tradita, e in una notte newyorchese di vuoto e di solitudine confida la propria rabbia e il proprio dolore ad un barista fino ad allora sconosciuto (Jeremy-Jude Law), davanti ad una fetta di torta ai mirtilli. Un evento assolutamente casuale che diventa mano a mano un’abitudine, un appuntamento serale fisso, un modo per raccontarsi e farsi compagnia da parte di due persone che non hanno ancora superato il proprio passato (da qui, la metafora delle porte e il vaso di chiavi a lungo conservato da Jeremy). Fino a quando Elizabeth decide di partire, perché insoddisfatta di sé e della propria condizione, per liberarsi definitivamente della propria delusione, intraprendendo così un percorso che è la premessa necessaria alla nascita di un nuovo amore.

Il suo viaggio attraverso gli Stati Uniti, fino al Tennessee e al Nevada, tra spazi interminabili, tavole calde e luci al neon, è costellato di incontri, di personaggi più o meno infelici, di piccoli-grandi drammi, descritti di volta in volta da Elizabeth nelle cartoline che invia regolarmente a Jeremy, e che mantengono vivo il loro legame (e lo rendono via via più romantico e più forte). Il percorso della protagonista è caratterizzato anche dalla molteplicità dei diminutivi che adotta, da Lizzie, a Betty a Beth: un modo per sottolineare la diversità dei rapporti che intrattiene con gli altri personaggi e la diversità delle opinioni e dei giudizi che questi ultimi si formano su di lei. Inquieta e commovente Rachel Weisz nella parte di una donna in crisi (e i suoi abitini sembrano la versione notturna di quelli di Maggie Cheung in In the mood for love), inquietante David Strathairn in quella del marito abbandonato, convincente Natalie Portman nei panni di una ricca e bugiarda giocatrice d’azzardo (che risulta simpatica, tutto sommato).

Il film è molto più raccontato rispetto a In the mood for love (di cui avevo parlato qui), e la storia è ben più (leggi: relativamente) lineare, persino prevedibile, anche se ci sono degli elementi comuni (una specie di marchio d’autore...): la fotografia, il soffermarsi con insistenza su volti, sguardi ed espressioni, la descrizione degli ambienti, i lunghi e significativi silenzi dei personaggi. Insomma, dovreste andare a vederlo se 1) vi piace il genere ma 2) non ne siete dei cultori. Infatti: 1) se non apprezzate il genere, potreste fare come le due ragazze che sabato sera hanno abbandonato la sala a metà proiezione (secondo me, dati il titolo e la presenza di Jude Law, si aspettavano una cosa un po’ diversa, più… ‘ritmata’); 2) se siete dei cultori del genere e degli esteti e, in particolare, se avete gridato al capolavoro per In the mood for love, potreste considerare My blueberry nights un film banalotto, un flop, un tradimento o una caduta di stile da parte di Wong Kar Wai (o, peggio, una sua auto-citazione o rivisitazione di se stesso). A me, personalmente e a prescindere dalla (comunque apprezzabile) presenza di Jude Law, il film è piaciuto: intimistico ma non troppo, romantico ma non troppo, lento ma non troppo, drammatico ma con lieto fine - forse, sì, un po’ prevedibile, ma non per questo banale.

mercoledì 2 aprile 2008

Dove eravate nel 1994?

Tenendo conto che tra poco più di dieci giorni Mr. B. potrebbe vincere le elezioni per la terza volta in 14 anni, Daria Bignardi racconta nel suo blog dove si trovava e cosa faceva nel marzo del 1994, quando l'uomo di Arcore era il 'nuovo', il leader venuto a inaugurare la seconda Repubblica, e gira poi la domanda ai suoi lettori.

Per quanto mi riguarda, nel marzo del 1994 compivo 13 anni (festeggiati con un taglio di capelli assolutamente... radicale!), frequentavo la seconda media, avevo da poco fissato il mio personale di salto in lungo a m 3,88 (in tutta la mia 'carriera' non sarei 'volata' troppo più in là, ma all'epoca non lo sapevo, ed ero molto orgogliosa del mio risultato), il giovedì pomeriggio andavo a lezione di chitarra classica e il venerdì pomeriggio al catechismo (mamma mia, avevo rimosso il catechismo!!!).

Un pomeriggio di febbraio, un mio cugino più o meno ventenne mi aveva mostrato con orgoglio il suo quaderno di appunti di matematica 'abbellito' dallo stemmino tricolore di Forza Italia (che a me, sospettosa e perplessa, sembrava una bandiera da sventolare in occasione degli imminenti mondiali americani piuttosto che un simbolo da scheda elettorale - probabilmente ero una ragazzina troppo seria...) e tutti i giorni Mediaset (che forse era ancora Fininvest...) trasmetteva uno spot in cui Mr. B., seduto dietro ad una scrivania, prometteva ai giovani che li avrebbe aiutati a mettere su famiglia con la propria ragazza o con il proprio ragazzo del cuore (questa cosa mi aveva profondamente colpita, più della colonna sonora da cartone animato che apriva e chiudeva il siparietto - sì, ero decisamente una ragazzina troppo seria...). E, a dirla proprio tutta, sapevo a malapena chi fosse Kurt Cobain... (ok, l'ho ammesso, e ora mi cospargo il capo di cenere...) ;)