martedì 27 maggio 2008

L'età barbarica

Finalmente, con la visione (un po’ tardiva, a dire il vero...) de L’età barbarica (2007), ho completato la trilogia di Denys Arcand (promemoria per i non-appassionati: gli episodi precedenti erano stati Il declino dell’impero americano, 1986, e il più recente Le invasioni barbariche, 2003). La prima constatazione che mi viene da fare è che il titolo originale, L’âge des ténèbres, rende assai meglio della traduzione italiana il clima del film, che è cupo nel senso di ‘assolutamente deprimente’, con le atmosfere grigie di una società post-industriale monotona, asettica e ripetitiva. Non a caso, all’inizio del film si fa riferimento ad un misterioso morbo che si starebbe diffondendo tra la popolazione del Quebec, causando tumori: un contagio simbolico, che da un lato spiega la paura del protagonista di ammalarsi e morire e dall’altro esemplifica il mondo malato dell’età delle tenebre, quella segnata dal trionfo dei barbari e il cui corso è scandito dalla più piatta delle routine (si pensi alla successione di auto, treno e metropolitana che scandisce il quotidiano percorso del protagonista verso il proprio luogo di lavoro).

Al centro della narrazione c’è un uomo di mezza età, insignificante per autodefinizione, frustrato e disilluso, che vive una vita qualunque in una grande casa nei sobborghi di Montréal, sposato con un’agente immobiliare con cui non ha più alcun tipo di rapporto o comunicazione e padre di due ragazze adolescenti che, di fatto, lo ignorano. Il tutto in un futuro prossimo caratterizzato da una convivenza sociale più rigida, regolamentata e conformista. L’inetto protagonista, Jean Marc Leblanc (Marc Labrèche), si è costruito una vita parallela fatta di fantasie e di successi, dominata da un’immaginaria moglie-attrice cinematografica (Diane Kruger) e da altri personaggi femminili tratti dalla sua realtà quotidiana e rimodellati all’occorrenza (la collega lesbica, il diretto superiore su cui rivalersi, una giornalista…) e colma di riferimenti al mondo medioevale, in particolare al tempo e allo spirito delle Crociate, in un continuo intersecarsi di piani narrativi. Tra i momenti onirici più riusciti, l’entrata e l’uscita di scena di Diane Kruger, circonfusa di rosso (un lenzuolo prima, un mantello principesco poi) e accompagnata dalla voce del cantante e principe medioevale (Rufus Wainwright).


Il percorso del mediocre Jean Marc si delinea come un affrancamento dalla propria frustrazione, che lo condurrà ad una sorta di ripiegamento su se stesso e ad una vita semplice, lontana dalla frenesia della città e dallo stress della sua vita passata. Un percorso scandito dalla malattia e morte di sua madre, dalla crisi coniugale cronica, dall’abbandono del posto di lavoro di funzionario provinciale e dall'addio al proprio mondo immaginario. La morale della storia non è incoraggiante: la vita contemporanea, con le sue logiche e con la totale assenza di comunicazione tra gli individui, è un inferno da cui fuggire. Il personaggio più esemplificativo del modello di vita che il protagonista finisce per rifiutare è la moglie, Sylvie (Sylvie Léonard) agente immobiliare in carriera ("al terzo posto, in tutto il Canada, tra gli agenti specializzati in aree periferiche", come tiene a precisare), perennemente al telefono e completamente tesa al risultato (vale a dire, a vendere più degli altri, un po’ come l’Elio Germano di Tutta la vita davanti), tra corsi di aggiornamento, palestra quanto basta e sedute motivazionali. Sullo sfondo, il sogno americano della villetta nei sobborghi, alla Desperate Housewives, e più in generale della vita al di sopra delle proprie possibilità (prima di realizzare le conseguenze nefaste della crisi dei mutui, potremmo dire adesso, con il senno di poi).


Rispetto ai due episodi precedenti della trilogia, L’età barbarica è un film spento, come spenta è la vita dei suoi personaggi: non sto muovendo una critica alla regia, credo al contrario che sia stata una scelta rispondente (e conseguente) al fatto di aver voluto mettere in scena delle esistenza grigie che si muovono in un tempo storico grigio. Non a caso, gli unici guizzi e gli unici abbozzi di dialogo brillante sono riservati alle fantasie del protagonista (geniale l’attrice da copertina che rimpiange di “vivere nell’immaginario di uomini mediocri” e non nelle “fantasie di Tiger Woods o Roger Federer”). Se ne Le invasioni barbariche i protagonisti erano certamente degli sconfitti, ma brillanti ed intellettualoidi, pronti a giudicare con supponenza e sarcasmo il mondo intero (e il film si reggeva in massima parte sui loro scambi di battute), qui i personaggi sono degli sconfitti assuefatti al corso delle cose, e quindi sono sconfitti due volte. In due scene compare anche Pierre (Pierre Curzi), uno dei protagonisti degli episodi precedenti della trilogia (nel primo, era un giovane professore di storia che intratteneva una relazione con un’allieva-massaggiatrice; nel secondo, era il marito attempato di una donna bella, giovane e incredibilmente stupida e il padre di due bimbe piccole, agli inizi di una crisi coniugale): la moglie lo ha lasciato e i contributi che deve versare al lei e alle figlie, insieme alle spese per il divorzio, gli portano via i quattro quinti dello stipendio; insomma, è un uomo più vecchio, più solo, più povero e più frustrato di come lo avevamo lasciato, appena qualche anno fa.


Insomma, io continuo a preferire Le invasioni barbariche, ma non per questo L’età barbarica è un brutto film: è soltanto un film triste, pessimista, che non lascia molte speranze e che forse non è il caso di guardare se si è depressi o se si ha paura di invecchiare senza aver realizzato le proprie aspirazioni giovanili.

venerdì 23 maggio 2008

Festose coincidenze

Ho appena scoperto che il primogenito della Ministra della Difesa spagnola è nato nello stesso giorno del Nipotino (il primo!!!) del Ragazzo: lo scorso 19 maggio, di lunedì, così da far iniziare bene la settimana a tutti, genitori, nonni, parenti, amici e conoscenti. :)

Entrambi i pargoli hanno deciso di fare capolino con un po' di anticipo rispetto alle previsioni; per completezza, però, devo riferire che l'italianissimo Nipotino pesa ben 100 grammi più del suo coetaneo spagnolo. ;)


Tempo di beatificazioni mediatiche

Si è concluso il processo di Cogne, uno dei procedimenti penali più mediatizzati, sciacallati e pubblicizzati degli ultimi anni. Si è concluso con una condanna a 16 anni per la madre della piccola vittima. Applicando l'indulto, come richiesto dalla stessa Procura, gli anni di detenzione diventeranno 13, senza contare ulteriori possibili sconti di pena (non so dove ho letto che, alla fine, la condanna si ridurrà più o meno a sei anni).

In ogni caso, c'è - ed era ora! - una verità processuale definitiva, dopo anni di discutibilissimi e stomachevoli colpi di scena. Eppure, proprio adesso che tutti potrebbero mettersi l'anima in pace, è cominciata la beatificazione mediatica della condannata, che - poverina!- è a rischio depressione e suicidio, le mancano i suoi due bambini, viene insultata dalle altre detenute, presto dovrà dividere la cella con un'altra persona, e via discorrendo.

Lungi da me l'idea di accanirmi su qualcuno. Ma, se ad un reato commesso corrisponde, a seguito di un procedimento giudiziario, una pena (tutti in Italia invocano la certezza della pena, specie di questi tempi, o sbaglio?), non mi sembra che vi sia nulla di brutale nell'arresto e nella detenzione della signora, che è stata condannata in Cassazione per infanticidio, cioè per aver ucciso a colpi di mestolo il proprio bambino di 3 anni.

Chissà perchè, però, questo bambino, una piccola vittima assolutamente ignara e innocente, è stato completamente rimosso dai media e dall'opinione pubblica. Così come sono generalmente ignorate le altre madri detenute, quelle non famose, che non possono vantare partecipazioni a Matrix o a Porta a Porta. E ce ne sono tantissime, così come ci sono dei nidi nelle carceri, dove i figli delle detenute sono ospitati fino all'età di tre anni, per poi essere affidati a parenti o istituti.

Forse dovremmo ammettere che la certezza della pena ci interessa solo fino ad un certo punto, che la nostra fermezza e il nostro desiderio di giustizia spesso dipendono dall'identità dell'imputato, dalla sua posizione sociale, dal suo essere o meno cittadino italiano, dalla sua etnia e, perchè no, dalla simpatia e dalla compassione che riesce a suscitare in noi, nel pubblico dei telespettatori. Altrimenti non si capisce come l'idea di un bambino massacrato possa essere completamente rimossa o anche soltanto tollerata.

Tra gli esiti possibili di questa 'giustizia relativista' ci sono schematismi del tipo: il padre dei fratellini di Gravina è un uomo ignorante e antipatico, quindi
deve essere colpevole; la madre di Cogne, invece, è una tenera e graziosa mamma casalinga, quindi deve essere innocente. Che poi, è lo stesso meccanismo che spinge a ritenere gli stupri dei reati gravi, tali da scuotere l'opinione pubblica e da meritare la prima pagina, solo quando sono commessi da stranieri, altrimenti chissenefrega.

mercoledì 14 maggio 2008

La sfiga è sempre di sinistra

Non so se si è capito, ma a me questo nuovo clima politico così pacificato e sereno, condito con un "inutile e stucchevole fair play" (come scrive Zoro), non convince proprio. Non mi piace, non ci siamo.

Tra un Presidente della Camera in carica da due settimane che si è già profuso in due
gaffes significative (c'è da chiedersi se ha intenzione di continuare con questo ritmo per tutti e cinque gli anni...) e un'opposizione parlamentare che, ad oggi, sembra più pidiellina del Pdl, mi consolo con un ritorno a Gaber (che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo, più o meno una decina di anni fa).

martedì 13 maggio 2008

Prove generali di dialogo bipartisan

"Colpirne uno per educarne cento".

Mao redivivo? No, Renato Brunetta, neo ministro della Pubblica Amministrazione e dell'Innovazione, in quota Fi, a proposito della possibilità di licenziare i dipendenti pubblici assenteisti o fannulloni. Un forzista che cita un comunista: sarà merito del "nuovo clima politico" della III Repubblica... (mica pizza e fichi)

sabato 10 maggio 2008

A ciascuno il suo

Ognuno ha i santi patroni che merita. Così, Monster (noto network trovalavoro - ma c'è qualcuno che un lavoro lo trova davvero così???) ha ideato una campagna pubblicitaria da prendere con filosofia e con una buona dose di autoironia:



La galleria, qui.

venerdì 9 maggio 2008

Esattamente trent'anni fa

Un mare di gente
a flutti disordinati
s'è riversato nelle piazze,
nelle strade e nei sobborghi.
E' tutto un gran vociare
che gela il sangue,
come uno scricchiolo di ossa rotte.
Non si può volere e pensare
nel frastuono assordante;
nell'odore di calca
c'è aria di festa.
(Peppino Impastato, 1948-1978
)

lunedì 5 maggio 2008

Il tempo che non c'è

Lo so che è un po' che non scrivo, che non ho commentato tante notizie o situazioni più o meno interessanti (sappiate, per inciso, che il destino dell'Ara Pacis mi sta profondamente a cuore...), e che, così facendo, la mia media di post mensili si abbasserà vertiginosamente. Ma, davvero, ho tantissimo lavoro da sbrigare, su più fronti, e so perfettamente che questo mese di maggio appena iniziato sarà di fuoco.

E' difficile spiegare in cosa le mie fatiche quotidiane consistano: da qualche mese a questa parte, faccio talmente tanti lavoretti diversi per mantenermi a galla nell'oceano del precariato post-dottorale che non saprei dire quale sia, di preciso, la mia occupazione nella vita (quindi siete tutti pregati di non chiedermelo, onde evitarmi spiacevoli riflessioni sull'universo, sulla sfiga e così via... :) ).

Tutto questo per dire che, nelle prossime settimane, aggiornerò il blog un po' meno del solito (ma, state pur tranquilli, non lo abbandonerò - oramai mi sono appassionata!). :)