giovedì 30 ottobre 2008

Fare i conti con la realtà

In questi giorni, leggendo i quotidiani e assistendo ad alcuni telegiornali, ho notato che regna una confusione incredibile (e decisamente colpevole) riguardo ai provvedimenti governativi sulla scuola e alle conseguenti manifestazioni studentesche. Nessuno spiega a chiare lettere che i motivi di agitazione sono due: il decreto Gelmini, passato proprio ieri al Senato (il famoso 137, per capirsi) e la legge 133, approvata nella più totale 'discrezione' la scorsa estate, nell'ambito della manovra di programmazione finanziaria (una domanda sorge spontanea: dov'erano le opposizioni? O forse, essendo stata apposta la fiducia sul provvedimento, nessuno si era degnato di leggerlo?).

La legge 133, nella fattispecie, prevede tagli al sistema universitario e alla scuola secondaria superiore. Ecco perché in questi giorni licei e università sono occupati (e non di certo per la reintroduzione dei grembiulini alle elementari, come alcuni servizi dei tg farebbero supporre...). Tutti coloro che parlano di studenti "manovrati dalla sinistra" (che brutta cosa, poi, privare a priori un interlocutore potenziale della capacità di intendere e volere e, quindi, della dignità di interloquire) dovrebbero mettersi l'anima in pace: la legge 133, così come è ora, prevede davvero dei tagli, li prevede in modo del tutto indiscriminato e non presuppone alcun reinvestimento nell'istruzione pubblica. Vale a dire che non si tratta in alcun modo di tagli fondati su criteri meritocratici o sull'esigenza (sacrosanta) di razionalizzare il sistema e di eliminare gli sprechi. Allo stato attuale delle cose, non si dà nulla al sistema educativo nazionale, si toglie soltanto (e anche molto). E se proprio non ci credete andatevi a leggere il provvedimento.

Il senso che si può trarre dagli accadimenti degli ultimi mesi e, soprattutto, dalla loro cronologia è questo: prima il Ministro dell'Economia decide di tagliare alcuni finanziamenti per esigenze di bilancio, poi, nei mesi a seguire, il Ministro della Pubblica Istruzione è obbligato ad inventarsi una cosiddetta 'riforma' per giustificarli agli occhi dell'opinione pubblica. A questo punto, è inutile entrare nella bagarre "riforma sì, riforma no", perché in tutto l'iter decisionale governativo che ho brevemente riassunto l'idea di riformare, di aggiornare, di migliorare non ha mai fatto davvero capolino. E' stata soltanto e semplicemente una questione di conti.

In soldoni, la mia critica - il motivo per cui io, se fossi ancora studentessa, protesterei (e la politica non c'entra niente, proviamo ad essere seri) - è proprio questa: la più totale assenza di un vero progetto di miglioramento del sistema scolastico e, in particolare, universitario. E, già che siamo in tema di critiche, avrei lasciato fuori dalla discussione e da questo impeto riformatore la scuola primaria, che oggi è l'unica a funzionare davvero: chiedetelo ai genitori e agli insegnanti, se proprio non vi fidate delle valutazioni internazionali.

Intendiamoci: chi scrive sarebbe più che favorevole ad una riforma dell'università pubblica - che però deve rimanere tale, e non essere mandata sul lastrico per salvare, che ne so, Alitalia... -, ad un sistema che privilegi il merito (quello vero, senza scorciatoie del tipo "andare fare determinati concorsi al sud perché è più facile"...), che favorisca un costante e valido ricambio generazionale, che faccia sì che le università italiane possano attrarre ricercatori stranieri (cosa che oggi non accade, ed è gravissimo per un Paese occidentale), che non obblighi ad umilianti iter burocratici per avere a disposizione la strumentazione necessaria e indispensabile alla ricerca, che non tramuti la voglia di fare e di innovare in frustrazione e che non spinga i più giovani e motivati alla fuga (sia essa all'estero o in direzione di altri ambiti lavorativi). Come vedete, non si tratta di difendere i baroni e le baronie (lungi da me...). Si tratta di ribadire il concetto che per migliorare è necessario investire energie e risorse, oculatamente, razionalmente, certo, ma pur sempre investire. Ecco: se il Ministro volesse sposare questi principi di riforma (disponendosi un attimo al confronto, che ascoltare le ragioni altrui non fa mai male) non starei a fare le barricate preventivamente, perché sono ben consapevole del fatto che intervenire è sì difficilissimo, ma anche necessario.

Quello che non emerge dai nostri giornali, emerge a volte, curiosamente, da quelli stranieri. Per carità, l'Italia vista dall'estero deve sembrare un puntino geografico quasi trascurabile, dato che sono davvero poche le testate che si occupano di noi (a parte il delitto di Perugia, di cui scrivono tutti i quotidiani anglosassoni). Ciononostante, ho trovato dei buoni articoli, come questo su Le Monde e questo sul Financial Times. Come al solito, i francesi dimostrano di adorare le manifestazioni di piazza, mentre gli inglesi tentano di mettere alcune situazioni in prospettiva, a modo loro.

lunedì 27 ottobre 2008

Per la legge del contrappasso

C'era una volta una nota azienda specializzata nella vendita di elettrodomestici, il cui slogan pubblicitario suonava così: "non può morire l'ottimismo, che è il profumo della vita". Si trattava del verso di una poesia, che nella réclame televisiva veniva recitato dall'autore in persona nell'ambito di un piccolo monologo su quanto tutto fosse bello e su quanto le cose andassero bene. Qualcuno ricorderà, ad esempio, la storiella del bambino che aveva salutato il poeta dicendogli "buongiorno" in inglese, e che veniva suggellata dal solito ritornello "ma come si fa a non essere ottimisti????". Ecco, magari penserete che sono una persona triste e pessimista, ma ho il dovere morale di confessare che questa tipologia di sketch aveva il potere di indispormi, e anche un bel po'.

Ma prescindiamo per un attimo dalle mie personalissime reazioni, che non fanno testo. Non so quanto quella particolare strategia di comunicazione pubblicitaria fosse intelligente, elaborata o indovinata. Mi pare però di poter fare un'osservazione 'in tutta oggettività': non deve aver portato molta fortuna (anzi, è possibile che si sia tirata dietro una buona dose di sfiga...), dato che l'azienda in questione è in "ristrutturazione" (un elegante eufemismo che solitamente si usa quando le cose vanno male) e ha deciso di chiudere 43 dei suoi punti vendita entro la fine del 2008 e di cederne qualcun altro ad altri marchi. Dubito che qualcuno avrà il coraggio di andare a parlare di "ottimismo" ai dipendenti in esubero...

giovedì 23 ottobre 2008

Il succo della questione

Sono convinta che l'Università italiana vada riformata. Concorsi seri, revisione paritaria (la famosa peer review), razionalizzazione e ottimizzazione della spesa, un argine alla burocrazia dilagante: ci sono davvero tante idee su cui si potrebbe cercare il confronto con chi di dovere.

Detto questo, mi pare evidente che la legge 133/2008 del 6 agosto non contenga né una riforma né un abbozzo di riforma, ma rappresenti un modo come un altro per fare cassa. Perché una riforma si fa ascoltando le parti in causa, in primo luogo gli addetti ai lavori, e non a colpi di scure e - quel che è peggio - in assenza di un vero progetto.

La stessa cosa si potrebbe dire del piano sulla scuola e del decreto Gelmini (che poi, lasciatemelo dire, si parla tanto dell'improrogabile necessità di riformare proprio la scuola elementare, ignorando a bella posta che è l'unica tra le scuola italiane ad essere promossa dall'OCSE...).

Presidenziali 2008: this is Halloween 2

La Scary Mask di Sarah Palin (comodamente scaricabile in PDF) è una new entry (e anche piuttosto inquietante...) tra i suggerimenti per l'Halloween 2008. Vi segnalo il sito 1. perché è abbastanza buffa; 2. per completare la rassegna di Palin-idee inziata con un post di qualche giorno fa.

martedì 21 ottobre 2008

La febbre del martedì (o del giovedì, o del sabato)

Non ho mai giocato al Lotto o al Superenalotto in vita mia, e quindi ho sempre avuto idee molto molto vaghe sul come e sul quando questo si facesse (anche se le code in tabaccheria in determinati giorni della settimana avrebbero dovuto quanto meno insospettirmi...). Di fatto, per anni ho più o meno ignorato il fatto che qualcuno giocasse in qualche giorno della settimana. Fino a quando mi è diventato impossibile. Già, perché inizialmente si giocava una sola volta a settimana (il sabato); poi si è passati a due giorni (il mercoledì e il sabato) e infine, molto recentemente (credo con un decreto del 2005), a tre: si gioca di martedì, di giovedì e di sabato. Infatti, da quando c'è un Superenalotto con jackpot record, la notizia è diventata da Tg a reti unificate e non può più sfuggire neppure ai distratti cronici come me. E peggio dei servizi sull'attesa (compreso il: "ora vi spieghiamo come si riscuote una vincita") potranno essere solo i servizi sulla ricevitoria che verrà (quando? boh...) inondata dalla fortuna....

Detto questo, ho un dubbio riguardo all'eticità della questione. Voglio dire, è un dato di fatto: più si spende in Lotto e Superenalotto (così come in lotterie, ippica, videopoker e quant'altro), e più lo Stato guadagna. Quindi non è esattamente un caso se il numero di giornate in cui si può giocare sia progressivamente aumentato: molto semplicemente, si tratta di un espediente per tentare di recuperare più soldi. Tuttavia, vi pare etico (o anche giusto, o anche opportuno) che uno Stato, pur di fare cassa, incentivi un vizio privato?

Negli ultimi anni si è parlato sempre più frequentemente di "malattie da gioco d'azzardo", di persone che disastrano le proprie finanze familiari (e, successivamente, la propria vita privata) perché non riescono a non giocare, di cure e di percorsi di disintossicazione ad hoc. E lo Stato risponde a quello che ha tutti i tratti di un problema sociale aumentando le opportunità di essere "indotti in tentazione"? Tanto più che l'incremento del gioco d'azzardo va di pari passo con i periodi di crisi economica, quando si manifesta con maggiore vigore la tendenza a cercare soluzioni miracolistiche ai propri problemi (con l'esito, in alcuni casi patologici, di peggiorarli, anziché risolverli). A riprova di ciò, si pensi alla febbre da Superenalotto di queste ultime settimane: tutti alla ricerca dei non-so-quanti milioni di euro (che comunque saranno vinti una sola volta e solo da uno o da pochissimi - ma intanto le strade sono piene di persone che fantasticano di quanto potranno comprare con quella montagna di soldi...), mentre invece il gioco del Lotto, molto meno attraente dal punto di vista economico, mano a mano declina (Amen).

domenica 19 ottobre 2008

Presidenziali 2008: this is Halloween

So che vi siete stancati di sentir parlare di Obama, McCain e di Joe l'idraulico (che però non è un idraulico e non si chiama neanche Joe). Tenete duro, mancano solo un paio di settimane, e poi... no, per il momento preferisco non avventurarmi sul poi...

So anche che, oramai, mi capita piuttosto spesso di scrivere del governatore dell'Alaska e forse (oddio-chissà-ma anche no) prossimo vicepresidente degli US Sarah Palin. Ma, cosa volete che vi dica, nelle ultime settimane la hockey mum di Wasilla (denominazione geografica tutt'altro che rassicurante...) è riuscita a diventare una vera diva, anzi, un'autentica Musa della blogosfera (e non solo).

L'ultima trovata in cui è stata, diciamo... 'coinvolta' è abbastanza... 'di stagione': si avvicina infatti la notte di Halloween, ci si chiede cosa si potrà indossare di trendy quest'anno - già, perché streghe e vampiri sono un po', come dire, logori e abusati... -, e allora, ecco la vera genialata: perché non procurarsi un costume da Sarah Palin? Più in di così... E, dato che gli americani ritengono che la creatività e l'iniziativa privata siano parte integrante del loro DNA, all'improvviso nascono n siti che spiegano per filo e per segno come deve essere fatto un costume da Sarah Palin.

Ovviamante, non possono mancare gli occhiali, né l'acconciatura molto démodé, né i tradizionali riferimenti alla bandiera. Alcuni aggiungono armi, giusto per ricordare che la supermamma è anche una fiera cacciatrice; altri, lievemente più... arditi, si concentrano sui suoi trascorsi di reginetta di bellezza. Insomma, non sono una fan di Halloween, ma se la notte del prossimo 31 ottobre proprio non sapete cosa fare, potete sempre trarne qualche spunto... ;)

sabato 18 ottobre 2008

Il Ministro della Paura

Il nuovo personaggio di Antonio Albanese, accompagnato dal suo fido assistente, il Sottosegretario all'Angoscia. Personalmente, trovo il tutto molto inquietante ma anche piuttosto geniale (e la 'r' moscia fa molto Avvocato Agnelli). Constatate voi stessi...


venerdì 10 ottobre 2008

Presidenziali 2008 al femminile

Nonostante la crisi finanziara globale e la recessione alle porte, le presidenziali americane riservano anche dei momenti decisamente spiritosi. Come ad esempio il dibattito televisivo tra Sarah Palin (Tina Fey) e Hillary Clinton (Amy Poehler), le due donne di ferro della politica americana: guardare per credere!



Purtroppo, non ne ho trovato una versione migliore, né per audio e colore né per montaggio (avrei preferito che il video terminasse prima dei riferimenti alla vera Sarah Palin... in ogni caso, quest'ultima parte dimostra che la Fey ha fatto un ottimo lavoro di imitazione!).

mercoledì 8 ottobre 2008

Il modello reaganiano allo specchio

C'erano una volta i primi anni Novanta e la critica di Samuel Huntington nei confronti delle tesi dell'emergente Francis Fukuyama e del suo La fine della storia e l'ultimo uomo, a cui l'anziano accademico di New York rispondeva con Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Il fulcro del dibattito era costituito dalle prospettive di evoluzione culturale, politica ed economica dell'umanità dopo il crollo del muro di Berlino, tra fine del progresso, trionfo del liberismo reaganiano e conflitti con nuove realtà emergenti (Cina e mondo islamico su tutte). L'America intellettuale rifletteva su se stessa e si interrogava sul proprio futuro e sulle fondamenta della propria egemonia: democrazia, liberalismo e liberismo.

Ricordo una serie di lezioni di filosofia della storia (in assoluto il monografico più impegnativo che mi sia mai capitato di affrontare) in cui tale dibattito veniva interpretato come il momento più attuale di un percorso innescato dagli scritti politici di Kant, e proseguito poi con le grandi costruzioni di Hegel e di Marx. Da parte mia, non parteggiavo né per Huntington né per Fukuyama, ma trovavo particolarmente interessante il tentativo di rintracciare la genesi delle loro teorie, di osservare in quale sostrato affondavano le loro radici.

Questa mattina, leggendo l'intervento di Francis Fukuyama sulla crisi economica e finanziaria che gli Stati Uniti stanno attraversando (La fine del modello americano - The Fall of America, Inc.), mi è tornato in mente tutto questo. E ho anche pensato che lo studioso americano di origini giapponesi stia diventando, suo malgrado, una sorta di Cassandra di quello stesso neoconservatorismo che i suoi interventi e le sue riflessioni hanno contribuito a plasmare.

lunedì 6 ottobre 2008

Ragione e sentimento (qualche anno dopo...)

Come qualcuno ormai avrà capito, adoro i romanzi ottocenteschi, specie quelli di ambientazione inglese, e sono una spettatrice assidua, per quanto piuttosto critica ed esigente, delle loro versioni cinematografiche e televisive. Con una spiccata preferenza per gli adattamenti della BBC (che se non ci fosse, bisognerebbe inventarla!).

Dopo aver visto tutti i Mansfield Park, i Persuasion, i Pride and Prejudice e i Northanger Abbey possibili, lo scorso week-end mi sono concentrata sulle quattro puntate dell'adattamento di Jane Eyre del 2006 (proprio ben fatto!) e sulle 3 puntate dell'adattamento di Sense and Sensibility del 2008.

In particolare, rivedere Sense and Sensibility a circa dieci anni di distanza dalla lettura del libro (il mio primo Jane Austen in assoluto!) e dalla visione dell'omonimo film di Ang Lee mi ha fatto un certo effetto. All'epoca non avevo amato particolarmente né il romanzo né l'adattamento d'autore: Hugh Grant era decisamente troppo rigido anche per un personaggio timido come Edward, Emma Thompson sembrava sua zia piuttosto che la sua amata e Alan Rickman era per me sempre e comunque il perfido sceriffo di Nottingham del Robin Hood-Kevin Costner (oggi invece è Severus Piton, ma questa è decisamente un'altra storia...). L'unica che nel mio immaginario funzionava era Kate Winslet nei panni della giovane, tanto esuberante e un po' svampita Marianne Dashwood.

In seguito alla lettura del romanzo e alla visione del film ricordo di aver redatto un tema per letteratura inglese nel quale spiegavo come, a mio avviso, il tradimento, l'inaffidabilità e l'egoismo del giovane, passionale (e mettiamoci anche bellissimo...) Willoughby - che, dopo molte lacrime e vari struggimenti, determinano il matrimonio di Marianne con il più maturo colonnello Brandon - rivelavano una concezione conservatrice e cerebrale dei rapporti di coppia da parte della Austen. Come dire, una specie di 'imborghesimento sentimentale' che, da brava liceale, non potevo non disapprovare. E questo, nonostante già allora preferissi alla romantica Marianne la ben più riflessiva Elinor.

Riflettendo sulla storia ad una decina d'anni di distanza, devo confessare di aver cambiato radicalmente idea. Sarà eufemisticamente la 'maturità' - per non dire una forma di invecchiamento molto precoce - ma oggi mi ritrovo ad approvare la scelta dell'autrice: la coppia Willoughby-Marianne era tanto tanto carina e romantica, ma con limiti molto evidenti e scarsissime probabilità di riuscita. Molto meglio il solido, fedele e integerrimo colonnello Brandon. Devo però aggiungere che, nell'adattamento 2008, la differenza di età tra il colonnello e Marianne non è sottolineata come nel film di Ang Lee, e questo forse favorisce le conclusioni a cui sono giunta. Come giustificazione sarà forse un po' deboluccia, ma almeno ci ho provato...

venerdì 3 ottobre 2008

La metamorfosi di Ségolène

La stella di Ségolène Royal era uscita un po' appannata dalla primavera 2007, dopo una campagna presidenziale abbastanza difficile, in cui era stata bersaglio di critiche da parte di esponenti del suo stesso partito (dicesi autolesionismo della sinistra), e dopo la separazione dal compagno di una vita, François Hollande. In seguito agli impietosi rovesci della fortuna, qualcuno doveva averle consigliato una pausa di riflessione, per poi tornare alle luci della ribalta rinvigorita e pronta a giocarsi la leadership del proprio partito nel Congresso di Reims del 14-16 novembre 2008.

Ecco, quello a cui si è assistito sabato scorso al teatro Zenith di Parigi, nell'ambito del Gran concerto della Fratellanza, è stato ben più di un ritorno. La Royal è salita sul palco tra fumogeni e applausi, e da sola, senza leggio né appunti e con il semplice ausilio di un microfono appuntato alla scamiciata verdina, ha intrattenuto per circa un'ora i quattromila presenti, recitando (quasi in rima, guardare per credere) la parte della leonessa che non molla e che, nonostante tutte le avversità, è ancora pronta a battersi per chi crede in lei. Il cambio di look è evidente e abbastanza impressionante: dalla sobria tenuta presidenziale ad un abbigliamento decisamente più casual, a metà tra lo zen e il no-global; dai discorsi pacati e misurati ad un teatrale One Woman Show, un po' Giovanna d'Arco, un po' Cyrano de Bergerac, un po' predicatore televisivo americano.

Quasi un'ora di discorso senza mai entrare nel merito della leadership interna al PS e del confronto con coloro che, al Congresso di novembre, saranno i suoi diretti avversari: su tutti, il quotatissimo e favoritissimo sindaco di Parigi, Bertrand Delanoe (che gode dell'appoggio dello stesso Hollande) e il sindaco di Lille, Martine Aubry. Allo stesso modo, lo show di Ségolène ha solo vagamente sfiorato quelli che saranno i temi principali della sua mozione al Congresso, facendo intendere che lo scopo primario della sua apparizione settembrina non era riprendere le fila del discorso politico ma riaffermarsi e rinvigorirsi come personaggio, tornare a stupire e ad imporsi all'attenzione pubblica. E da questo punto di vista il colpo è decisamente riuscito, data la quantità di reazioni e commenti che la performance dello Zenith ha suscitato e continua a suscitare a quasi una settimana di distanza. Si possono strabuzzare gli occhi davanti al video (e devo confessare che io li ho strabuzzati, eccome), ma non si può negare che la signora sappia far parlare di sé.

Quanto ai (pochi) contenuti politici, credo che si possa parlare di un evidente spostamento a sinistra della Royal, della serie "c'è la crisi, e l'unica soluzione è più Stato, più Stato, più Stato". In fin dei conti, però, non dovrebbe stupire o sembrare così strano, dato che la medesima ricetta (o giù di lì...) in questi giorni viene gridata ai quattro venti da Nicolas Sarkozy in persona, che pure non è un socialista e non ha motivo di voler succedere ad Hollande sulla poltrona del PS. Nel caso specifico dell'istrionico presidente in carica, la morale della favola sembra essere che, se si è a corto di idee (e di risorse economiche...), si finisce sempre per tornare allo Stato, con buona pace dell'ideologia e dei programmi politico-economici.

mercoledì 1 ottobre 2008

Voglia di stato - paradossi da crisi

Non so se ci avete fatto caso: per mesi, anni e varie campagne elettorali lo slogan più logoro e abusato suonava un po' così: "Meno Stato e più mercato". Questo in linea evidentemente teorica. Perché poi arriva un momento di crisi e in pratica le cose vanno molto diversamente.

Succede per esempio che una compagnia aerea venga privatizzata con maxi-aiuto statale e a tutto carico dei contribuenti; succede che alcune grandi banche (americane, ma potrei dire anche inglesi, irlandesi o belghe...) comincino a raccogliere i frutti di anni di speculazioni e che i governi decidano di intervenire per salvarle, di nuovo a tutto carico dei contribuenti. Mi sembra molto comodo che i profitti vengano liberisticamente intascati da pochi e le perdite vengano socializzate e pagate da tutti.

Non è per fare un discorso populistico o per pormi al di sopra delle mie reali capacità di analisi (sono pur sempre una profana in materia), ma mi sembra di rilevare una contraddizione: se si invoca a gran voce il libero mercato bisogna poi accettarne tutti i presupposti e gli esiti, anche il fatto che, se un'azienda (o una banca...) non è più produttiva o non regge la concorrenza o è insolvente, muore. E che nessuno ha il dovere di aiutarla o di salvarla. Anzi, mi pare piuttosto subdolo dire ai contribuenti che, se un governo decide di intervenire richiedendo loro uno sforzo economico supplementare, è solo ed esclusivamente per tutelare il loro interesse o quello dello stato. Infine, mi sembra un po' contraddittorio o quantomeno imbarazzante che qualcuno pretenda di fare il grande guru della finanza o il grande capitalista facendo affidamento sulle casse dello stato... a voi no?