sabato 29 novembre 2008

Penitentiagite, orrore, orrore!

E' cosa nota e universalmente riconosciuta che la satira è ormai morta, che non fa più audience e che non fa neppure ridere. Lo scrivono e lo dicono tutti. Ma a me, che probabilmente sono un po' antiquata e stento a stare al passo coi tempi, questo sketch sembra proprio esilarante. Quindi, buona visione e buon week-end!

venerdì 28 novembre 2008

No, non è quello dei jeans

"Il mondo che ho conosciuto, quello che ho amato, aveva 2,5 miliardi di abitanti."
Lo disse qualche anno fa, in un'intervista, Claude Lévi-Strauss, che proprio oggi compie 100 anni e che rischia di insidiare Hans-Georg Gadamer nel record di pensatore più longevo della storia della filosofia occidentale. Mi unisco al coro degli auguri (nell'attesa delle lamentele degli antropologi, che salteranno sulla sedia di fronte all'etichetta 'filosofia').

lunedì 24 novembre 2008

Sub specie aeternitatis

Oggi compirebbe 376 anni, ma ne ha vissuti poco più di 44. Un'esistenza senza acuti, umile, riservata, solitaria, che sarebbe probabilmente passata inosservata se non avesse prodotto due monumenti della storia del pensiero: il Trattato teologico-politico e l'Etica dimostrata geometricamente.

Storicizzare il testo biblico e, con esso, la genesi delle religioni rivelate. Invitare il proprio lettore ad una comprensione geometrica e rigorosa dell'idea di Dio. Combattere la superstizione, propugnare l'ideale della tolleranza, elidere la trascendenza, analizzare le passioni umane. E fare tutto questo tra il 1660 e il 1677, in un povera casa da tornitore di lenti, dopo essere stato scomunicato dalla sinagoga di Amsterdam e dopo aver rifiutato una cattedra prestigiosa ad Heidelberg pur di continuare a filosofare in libertà. Da vero rivoluzionario del pensiero, rigoroso, lucido e inflessibile nella sua dedizione.

Ci si può chiedere se Baruch Spinoza abbia mai realizzato la portata del suo sistema o se abbia mai sospettato che generazioni di studiosi (e di studenti...) si sarebbero arrovellate sulla sue definizioni e proposizioni, sui suoi assiomi e scoli, sul suo latino asciutto ed efficace. Io risponderei con un , perché era un genio, credeva fermamente nel valore di quello che scriveva ed era capace di sostenerlo e difenderlo con passione nelle lettere che inviava ai suoi pochi corrispondenti (la maggior parte dei quali, devota ma allarmata, lo invitava amicalmente alla cautela - Caute!).

Per me, che ho speso giorni, mesi e pagine e pagine di tesi, tra laurea e dottorato, ad analizzare e cercare di comprendere la ricezione, il saccheggio e lo stravolgimento del suo pensiero da parte di chi è venuto subito dopo di lui, è ormai diventato una figura senza tempo. D'altra parte, è stato in grado di ispirare e influenzare i propri contemporanei, da Bayle a Toland, così come i miei, da Althusser, a Deleuze, a Negri, e di attraversare i secoli e le correnti di pensiero mantenendo inalterato il suo fascino e il suo mistero. Insomma, è andato ben oltre i 44 anni della sua esistenza, tanto da non appartenere più soltanto alla sua epoca - ho dovuto ammetterlo anche io, storica, dopo essermi sforzata in tutti i modi di storicizzarlo, di limitarlo, di circostanziarlo.

L'ebreo scomunicato di Amsterdam, il razionalista cartesiano, il meccanicista, l'esegeta biblico, il profeta della tolleranza religiosa, l'ateo virtuoso dell'Aja, il panteista ante litteram, il saggio confuciano, l'eretico materialista: tante etichette un po' logore e abusate tra le quali ogni studioso solitamente sceglie la propria chiave interpretativa, ma che non potranno mai riassumere, cogliere a pieno o esaurire la complessità che il filosofo Baruch Spinoza porta con sé, oggi come trecento anni fa.

domenica 23 novembre 2008

Human or dancer: sono dilemmi!

Ok, sapete benissimo che sono una pattumiera musicale. Ascolto una cosa lì e una cosa qui, con gran poca logica, nessun rigore e con la massima incostanza possibile. Detto questo, i primi due album dei Killers mi sono piaciuti davvero moltissimo. Ad essere sinceri, più Hot Fuss (2004) che Sam’s Town (2006). Neanche un paio di annetti fa mi è capitato uno di quei periodi noiosamente monotematici nel corso dei quali si ascolta sempre e solo lo stesso autore o lo stesso gruppo e, tra Mr. Brightside, Somebody told me, Smile like you mean it e Read my Mind ho praticamente annichilito le mie incolpevoli coinquiline.

Tutto questo preambolo per dire 1. che è domenica e non mi va di pensare a cose serie; 2. che la prossima settimana dovrebbe uscire il nuovo album dei quattro baldi giovani di Las Vegas, Day and Age, anticipato lo scorso settembre dal singolo Human. Le (mie) aspettative sono piuttosto alte, anche se l'ascolto del singolo mi ha lasciato addosso il sospetto che la sindrome da terzo album abbia colpito ancora (avete presente i Coldplay?).

Nel senso che Human è una canzoncina godibilissima, che ti contagia immediatamente e si insinua nella tua testa con il suo martellante “are we human or are we dancer” (pare si tratti di una citazione, ma a me ricorda tanto il refrain “I don’t mind if you don’t mind, I don’t shine if you don’t shine”, della serie: non so bene quello che sto dicendo o che voglio dire – se proprio devo voler dire qualcosa - ma mi pare che detta così suoni proprio bene). Dati i precedenti, però, Human mi sembra una canzoncina tirata via, che riassume un po' quello che la band ha fatto finora andando sul sicuro. Le pulsazioni anni Ottanta di Mr. Brightside si sono perse in un pop facilotto, e tutto il condimento elettronico non attenua, anzi, aumenta la sensazione di essere stati catapultati di domenica pomeriggio in una discoteca popolata da liceali.

Dopo essermi lasciata andare alle critiche, devo comunque ammettere che il singolo è meglio di moltissime altre cose che si sentono in giro, e che la voce dell'istrionico Brandon Flowers non si discute neanche per un istante. E' soltanto che mi aspettavo qualcosa di diverso, di più energico, di più coraggioso. Magari poi l’album si dimostrerà una vera bomba e le mie impressioni saranno del tutto smentite. Che dire: ben venga.

sabato 22 novembre 2008

Mal comune, nessun gaudio

Ieri scoprivamo che il Pd non esiste (a dire il vero, erano in pochi a illudersi ancora riguardo alla sua effettiva esistenza...). Oggi leggiamo sui giornali che anche il Ps francese non se la passa troppo bene (per certi versi, se la passa persino peggio, diviso a metà come una mela tra due lady di ferro che non vogliono arretrare di un millimetro, con l'aggiunta di spettri di brogli, ricorsi e riconteggi... come scrive Le Monde, "il faut croire qu'avec le Parti Socialiste, le pire est toujours à venir"...). Di fronte a tanta, generalizzata, desolazione, comincio a credere nell'ipotesi di una sindrome da immunodeficienza della sinistra europea. Staremo a vedere.

venerdì 21 novembre 2008

Thanksgiving turkey

Certo che ce ne vuole di originalità (chiamiamola così, dato che non mi viene un termine migliore...) per scegliere come sfondo di un'intervista un tizio che macella un tacchino... ed io che pensavo che la Palin ce l'avesse soltanto con le alci!

Réservé aux dames

Questa sera il Ps sceglie il successore di François Hollande alla segreteria. Dopo l'eliminazione al primo turno di Benoit Hamon, esponente della sinistra del partito, la sfida è tutta tra il sindaco di Lille, Martine Aubry (il cui cognome da nubile è Delors, non so se...) e la presidente del consiglio regionale del Poitou-Charantes, Ségolène Royal.

Se, come si suppone, i voti di Hamon andranno alla Aubry, starà a quest'ultima il compito di sciogliere i nodi che attanagliano il partito e di traghettarlo verso le presidenziali del 2012. Un compito decisamente impegnativo, che comporterà scelte difficili all'interno di una compagine dalle diverse anime, spesso "l'una contro l'altra armata".

Ma il risultato di questa sera non è ancora scritto al 100%, nonostante la contiguità ideologica tra Aubry e Hamon: bisogna sempre fare i conti con il personaggio Ségolène Royal, e con il suo innegabile appeal (e cioè, con quanto la rende odiosa ai suoi compagni di partito e ai suoi avversari politici e, nello stesso tempo, la fa adorare dalla base). Di fatto, il voto di stesera potrebbe diventare un vero e proprio referendum su di lei. Insomma, stay tuned.

lunedì 17 novembre 2008

La semidipendenza del lettore austenmaniaco

In linea di principio, non si dovrebbe giudicare un romanzo che non si è letto, o che si è soltanto spulciato (nel senso di una pagina qui e una lì, per vedere l'effetto che fa). Tuttavia, dopo aver visto sullo scaffale della Feltrinelli L'indipendenza della signorina Bennet di Colleen McCullough (l'autrice australiana di Uccelli di rovo, giusto per citare un titolo tra i tanti) e averlo leggiucchiato per un po', sento di dover fare alcune noiosissime considerazioni da austenmaniaca.

Perché l'ho aperto e sfogliato? Facile: il riferimento del titolo ad una non meglio identificata "signorina Bennet" faceva tanto Orgoglio e Pregiudizio, e di fronte ad una simile insinuazione austeniana non era possibile resistere. Urgeva andare oltre la quarta di copertina, e spulciare, leggiucchiare, esaminare. Ed ecco cosa ho scoperto. Il romanzo è un sequel di Orgoglio e Pregiudizio, ambientato a vent'anni di distanza dal duplice matrimonio Jane-Bingley ed Elizabeth-Darcy. Rispetto ai diversi altri tentativi sequel, la sua originalità è data dal concentrarsi su Mary Bennet, la sorella mediana - noiosa, bigotta e generalmente negletta dal lettore (io le avrei fatto sposare Mr. Collins, pensate voi quanto poteva essermi simpatica...). Non a caso, il titolo inglese è The Independence of Miss Mary Bennet, tanto per essere subito chiari e abbastanza sconvolgenti.

L'autrice racconta che Mary è l'unica delle Bennet a non essersi mai sposata. Ma, sorprendentemente, è anche l'unica che, con il trascorrere del tempo, ha notevolmente migliorato le sue qualità. E già, perché le sorelle accasate, in primo luogo Elizabeth, sono drammaticamente sfiorite, tra mariti freddi, infedeli e addirittura corrotti. Lei invece ha perfezionato modi, intelletto e aspetto fisico. Il tutto assistendo per vent'anni una madre terribilmente ipocondriaca ed egocentrica: insomma, ci sarebbe da chiedersi come abbia fatto a sopravvivere, in quei vent'anni, altro che affinare le proprie doti...

Il romanzo inizia quando Mrs. Bennet muore, dopo essere stata tenuta il più possibile lontana dalla vita mondana, affinché non creasse imbarazzi al genero (Darcy), che comunque provvedeva alle sue necessità. Jane è la moglie innamorata di un marito un po' farfallone, e per giunta è sempre incinta. Elizabeth ha un suo circolo mondano, e la sua massima attività risiede nel curare l'immagine di se stessa e del marito, a tutto vantaggio della carriera politica di quest'ultimo. Kitty ha sposato un vecchio Lord ed è rimasta ben presto felicemente e riccamente vedova (per inciso: ma vi pare che un Lord andava a sposare proprio Kitty Bennet?). Lydia non è cambiata di una virgola, va ancora in estasi per gli ufficiali e la sua condotta matrimoniale è piuttosto discutibile (d'altra parte, c'erano tutte le premesse perché andasse esattamente così...).

Alla morte della madre, sorelle e cognati sognano un matrimonio dignitoso per la zitella Mary, che però, deludendo tutti, decide di intraprendere una strada decisamente poco convenzionale: nell'intento di raccontare la storia dei più poveri e dei più disagiati, vale a dire, delle classi lavoratrici dell'Inghilterra del XIX secolo, inizia uno scandaloso (nel senso che all'epoca non era esattamente un'attività per signore...) viaggio in solitaria per il paese, per scoprire, capire e descrivere ciò che vede. E, ovviamente, nel corso delle proprie peripezie, incontrerà il grande amore - insomma, come poteva mancare il grande amore?

In genere, i sequel non incontrano i miei favori, specie se scritti a due secoli di distanza. In linea teorica, mi sembra un modo furbetto per assicurarsi un discreto numero di fruitori. Aggiungiamo poi che la Austen aveva il potere di chiudere le sue storie al momento giusto, lasciando al lettore serenità e buoni sentimenti, e che da lettrice non vedo motivi ragionevoli per andare a turbare quel serafico equilibrio. Tra le altre cose che non mi convincono, c'è il titolo, con il termine "indipendenza" in primissima battuta: molto poco ottocentesco e molto poco austeniano. E c'è la caratterizzazione della protagonista. Per esempio, non è dato sapere come abbia fatto la chiusa e bigotta Mary a diventare, in vent'anni di solitudine domestica, una perfetta sintesi di bellezza, curiosità, umanitarismo, ampie vedute e protofemminismo. Voglio dire: stiamo parlando di Mary, la sorella bruttina, stonata, inopportuna e drammaticamente ottusa. Certo, ha letto molti libri, dice l'autrice, ma da qui a stravolgere completamente il proprio carattere e la propria indole....

Nonostante io sia una purista di Orgoglio e pregiudizio, non sono rimasta particolarmente infastidita dalla connotazione ambiziosa, fredda e tendenzialmente negativa del personaggio di Darcy, né dal suo matrimonio più o meno infelice con Elizabeth (anche se è ovvio che li avevamo lasciati felici, contenti e pieni di buoni propositi, e ci dispiace non poco sapere che la magia si è dissolta molto molto in fretta, e che il nostro eroico, mitico e meraviglioso Darcy, alla fin fine, è un uomo assolutamente ordinario e con un sacco di difetti...). Quello che mi rimane più difficile da digerire resta il fatto che si infondano caratteristiche e sensibilità contemporanee in personaggi del XIX secolo: l'anacronismo è evidente, e stride con il tentativo di realizzare un sequel austeniano - insomma, non mi sarei scocciata più di tanto se si fosse trattato di una storia a sé, ma quando si fa un seguito ci si mette in relazione con un prima, e il confronto diventa inevitabile, nel bene e nel male.

La Austen non avrebbe mai potuto fare di una sua eroina una coraggiosa paladina degli ultimi e degli oppressi, e il massimo dell'avventura per lei concepibile doveva essere una passeggiata solitaria da Longbourn a Netherfield o, al più, il fatto di scrivere e di pubblicare i propri romanzi. Le sue storie sono così affascinanti anche perché riflettono il suo tempo, con tutte le sue convenzioni, i suoi pregiudizi e con la sua mentalità decisamente rigida. Come accade anche per le sorelle Bronte, per Thackeray o per la Gaskell. Ecco, nella mia opionione di lettrice, un romanzo di ambientazione storica non dovrebbe tentare di ridipingere il passato inserendovi eroi moderni, ma dovrebbe piuttosto immergersi nel periodo che vuole rappresentare, per coglierne sfumature, contraddizioni e limiti. Insomma, saltando di palo in frasca: anch'io avrei voluto che Ivanhoe si innamorasse di Rebecca piuttosto che della smorta e piagnucolosa Lady Rowena, ma sir Walter Scott non poteva assolutamente permetterlo. Ad un cavaliere cristiano del XII secolo non sarebbe passato nemmeno per l'anticamera del cervello di poter sposare una ragazza ebrea!

Non so come il romanzo della McCullough proceda e si concluda, come si arrivi alla grande storia d'amore e come evolvano i personaggi: suppongo, date le premesse, che ci sia un catartico lieto fine... In ogni caso, dopo aver esposto le mie pregiudiziali, ho una rivelazione sorprendente per quei puristi di Orgoglio e Pregiudizio che non vogliono leggere L'indipendenza della signorina Bennet (quindi, se volete leggerlo o se non siete dei puristi di O & P e non ve ne frega niente, fermatevi pure qui). Vi ricordate il Colonnello Fitzwilliam, il cugino di Darcy? Ebbene, di lui - che oltretutto mi era molto simpatico - si racconta che ha sposato Anne de Bourgh (sì, proprio lei, la figlia malaticcia e pallida di Lady Catherine, nonché erede di Rosings, che nei disegni materni avrebbe dovuto sposare proprio il cugino Darcy). Rimasto ben presto (prevedibilmente) vedovo, e anche molto riccamente vedovo, Fitzwilliam sposa la ben più giovane e avvenente Georgiana (sì, proprio lei, la sorella minore di Darcy) e diventa persino generale! Una riuscita niente male per un figlio cadetto che non poteva permettersi di sposarsi in modo del tutto disinteressato...

venerdì 14 novembre 2008

Romeo e Giulietta 2008

Prima del week-end di riposo, posto una scenetta divertente, per sollevare il morale di questo blog.

giovedì 13 novembre 2008

Il momento del silenzio

Ora che la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura di Milano, sulla famiglia Englaro dovrebbe calare un rispettoso silenzio, perché un dolore privato non si trasformi nell'ennesima occasione di sciacallaggio politico e mediatico.

Per me, vale quanto avevo scritto in luglio, dopo la sentenza della Corte di Appello di Milano. Ciascun individuo adulto dovrebbe godere del pieno diritto di decidere della propria vita e di disporre del proprio corpo.

martedì 11 novembre 2008

Il tappo generazionale

E' cosa nota e universalmente riconosciuta che l'infanzia si protragga fino ai trent'anni.
Per carità, hai la patente, quasi certamente hai ottenuto un diploma, forse anche una laurea e, se proprio hai voluto esagerare, persino un dottorato di ricerca. Ma è evidente che non sei pronto per incarichi di responsabilità, abbi pazienza! Le tue spalle saranno anche giovani e forti, ma sono troppo strette. Avrai pure tanta energia da spendere, ma non è quella che conta: la verità è che hai davvero troppa poca esperienza del mondo. Non stare a lamentarti, un contratto di tre mesi rinnovabile è già una gran risultato. Fidati.

Poi, dai trenta ai quaranta-quarantacinque, è il momento dell'adolescenza.
Scalpiti (saranno gli ormoni, è tipico di questa fase della vita...), sono anni che fai gavetta, che obbedisci a capi canuti e occhialuti, che salti da un contratto di tre mesi a uno di quattro o, al massimo, se sei proprio fortunato, di sei, e l'unica cosa che sembra progredire davvero è la tua frustrazione. Insomma, la domanda nasce spontanea nella tua testa: ma quand'è che si dovrebbe iniziare a fare quella cosa lì, sì quella, come diavolo si chiama???? - Ah, certo: carriera. Ma che carriera, abbi pazienza, figliolo, sei appena un ragazzino!

Più o meno intorno ai cinquant'anni inizia l'età adulta.
Finalmente ora hai dei diritti, ti è riconosciuta la capacità di assumerti una qualche responsabilità e la tua opinione viene ascoltata da quelli più giovani di te. Ti senti mediamente appagato mentre fai sgobbare ai tuoi ordini il piccolo e volenteroso stagista di turno. E' bello essere ritenuti 'autorevoli': anche se, a dirla tutta, è un peccato esserci arrivato con pochi capelli, e per giunta bianchi, con un accenno (abbondante, a voler essere sinceri) di pancetta e per giunta con il mal di schiena...

Tutto questo post per dire che, a volte, si ha come l'impressione di vivere in un paese per vecchi. Ne hanno scritto oggi su Repubblica Tito Boeri ed Ettore Livini, analizzando la situazione da un punto di vista politico-culturale.

lunedì 10 novembre 2008

La voce dell'Africa

Non sono brava nelle commemorazioni, perché tutto quello che mi viene da dire o da scrivere in questo tipo di situazioni mi sembra sempre assolutamente banale e superfluo.

Quindi, mi limito a scrivere che la morte di Miriam Makeba, grande artista sudafricana, avvenuta la scorsa notte qui in Italia, a Castelvolturno, dopo un concerto anticamorra, mi ha molto colpita e commossa.

venerdì 7 novembre 2008

Un altro punto di vista

Ecco un servizio della CNN dedicato al nostro premier e al suo ineffabile senso dell'umorismo. Può risultare utile, ogni tanto, guardarsi dall'esterno...



Aggiungo un po' di rassegna stampa estera sul tema, già che ci sono: The Wall Street Journal, The New York Times, Times on line, BBC, Le Monde, Le Figaro, El Pais, El Mundo, FAZ - e l'elenco potrebbe continuare...

mercoledì 5 novembre 2008

Emozioni a Grant Park

Barack Obama è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America.

Ora che l'ho visto, ci credo anch'io. I pronostici della vigilia sono stati ampiamente confermati, senza essere invalidati da un qualche rigurgito razzista. Gli Stati Uniti hanno dimostrato di avere davvero bisogno e voglia di cambiare rotta, e di questo, con ogni probabilità, dobbiamo ringraziare soprattutto la gestione Bush.

Comunque sia, aver vissuto queste ore di attesa, aver visto la folla trepidante e quindi festante assemblata a Chicago per festeggiare il primo presidente afroamericano della storia degli USA, aver ascoltato il dignitosissimo discorso dello sconfitto John McCain e, poco dopo, quello appassionato del vincitore, è stato davvero emozionante. Ora posso andare a nanna per qualche ora...

martedì 4 novembre 2008

Presidenziali 2008 - finalmente ci siamo

L'unica cosa veramente originale che un qualsiasi possessore di blog potrebbe fare in questi giorni sarebbe NON occuparsi ASSOLUTAMENTE delle presidenziali americane. Evitarle, fingere che non esistano (Obama chi???? McCain chi???), scrivere di fiori, alberi e uccellini cinguettanti piuttosto che di sondaggi, della nonna di Barack o dei costosissimi vestiti di Sarah.

Perché ormai ne parlano tutti in modo ossessivo-compulsivo, tra tg, speciali televisivi (che poi, non so se ci avete fatto caso, ma gli ospiti sono sempre gli stessi, con una specie di turn over tra i diversi canali - e, ovviamente, dicono tutti le stesse inutili cose...), video e appelli su internet, fino alla tua parrucchiera di fiducia che, proprio mentre ti taglia i capelli, ti chiede, come se fosse la cosa più ovvia da chiedere: "secondo te, di quanto vincerà Obama?".

Purtroppo per voi non ho sufficiente talento letterario per tuffarmi nella romantica descrizione di fiori, alberi e uccellini cinguettanti. Per cui mi tocca rinunciare ancora una volta all'originalità, essere un po' mediocre e unirmi alla folla che parla, anzi, straparla di elezioni americane. Pur pensando con un certo sollievo che la cosa migliore che possa accadere dopo questo 4 novembre è già praticamente inevitabile: da gennaio non avremo più George W. alla Casa Bianca. Dico: ma vi pare poco???

Ok, non credo che Barack Obama sia il salvatore dell'umanità o un grande innovatore, e non credo neppure che, in fondo in fondo, sia così tanto meglio di John McCain (ma della Palin mille volte sì...). Tuttavia, spero proprio che vinca, per tutta una serie di motivi generali e particolari che non sto ad elencare, e anche se la sua vittoria avrà riflessi tendenzialmente negativi sulle mie finanze - nel senso che dovrò offrire una cena al Ragazzo (già, perché forse voi non lo ricorderete, ma alcuni mesi fa ho scommesso con lui sulla vittoria di McCain... e lui se lo ricorda benissimo).

Non fidandomi assolutamente dei sondaggi (ditemi voi qual è stata l'ultima volta in cui sono stati veritieri...), né dei riflessi condizionati dell'America più profonda (che spero mi smentisca, ma se non lo vedo, davvero, non ci credo), dovrò attendere l'alba di domani prima di sapere se la cena in palio la offrirò io o mi verrà offerta. Sperando che non si vada ad un estenuante (e un po' umiliante) riconteggio dei 'buchi', come accadde in Florida nell'ormai lontanissimo 2000... - a quel punto, però, chiunque dei due candidati la spunti, il pagamento della fatidica cena dovrà essere alla romana... ;)