martedì 30 dicembre 2008

L'anno che verrà


Si spera che vada un pochino meglio di questo 2008 ormai agli sgoccioli, sia in generale che in particolare.
In bocca al lupo a tutti!

mercoledì 24 dicembre 2008

martedì 23 dicembre 2008

In coda, in libreria, a Natale

Non so se avete mai regalato libri per Natale. A me capita spessissimo, sia per passione personale che per il fatto di avere poca fantasia (infatti tendo a regalare libri anche per compleanni e varie altre occasioni...). Così, ogni anno, di questi tempi, mi capita di fare una visita ad una o più librerie (solitamente la Feltrinelli di Pisa o una delle due Feltrinelli romane che prediligo; quest'anno ho persino aggiunto al mio personalissimo carnet la Feltrinelli di piazza Duomo, a Milano - mi sto espandendo!). E ogni anno, prevedibilmente, mi capita di osservare con un po' di scetticismo le proposte di lettura, che solitamente coincidono con i nuovi arrivi o con romanzi e saggi che stazionano da settimane nelle classifiche dei più venduti (o che hanno vinto, che ne so, il premio "piripicchio" o "pizza e fichi").

Quest'anno non c'è storia, dominano i romanzi di Stephanie Meyer, Twilight and co., grazie al traino cinematografico e ad una vigorosa campagna pubblicitaria televisiva. Per due volte mi è capitato di essere in coda ad una cassa e di intercettare per caso una conversazione che suonava più o meno così: "mi può consigliare un romanzo per una ragazza di quindici anni?", "perché non Twilight, è recentemente uscito anche il film, piace molto ai giovani". In uno dei due casi, l'acquisto è stato pressoché immediato, senza essere preceduto da un momento di analisi del volume, di lettura della quarta di copertina o - addirittura - di qualche pagina. Come se l'esistenza di un fortunato adattamento cinematografico garantisse di per sé la bellezza o l'intensità di un romanzo.

Intendiamoci: non ho niente contro Stephanie Meyer e non posso giudicare le avventure di Bella e del vampiro Edward perché non ho letto nessuno dei quattro romanzi della saga (a occhio direi che non è esattamente il mio genere, e che di vampiro mi è bastato Dracula, qualche anno fa): quello che è certo è che non acquisterei un romanzo solo perché la relativa pellicola sbanca al botteghino. Nel momento in cui faccio compere per altri, tento più o meno di personalizzare la mia scelta, di acquistare qualcosa che convinca me e che, nella mia opinione, si adatti al/alla destinatario/a. Ecco, questo sarebbe il criterio, in teoria. Poi, però, non so se "ci prendo" davvero (sulla bontà della scelta dovrebbero esprimersi le persone a cui ho regalato libri negli ultimi anni, anche se, di norma, sono troppo carine ed educate per tirarmeli dietro...).

La fortuna di Twilight mi ricorda quando, nel corso di una delle mie numerose visite in libreria (di solito di sabato pomeriggio - è un po' un rito da fine settimana...) mi capitò di vedere il volume di 1984 di George Orwell e quello di Pamela di Samuel Richardson contrassegnati da fascette rosse che dicevano, rispettivamente: "il romanzo a cui è ispirato il Grande Fratello" e "il romanzo che ha ispirato la serie televisiva Elisa di Rivombrosa" (più recentemente mi è capitato di vedere Orgoglio e Pregiudizio presentato come "il romanzo da cui è tratto il film con Keira Knightley" - a parte la riduttività, si tratta anche di un adattamento cinematografico che proprio non mi è piaciuto: quindi, eresia!!!).

Ora, posso capire le scelte di marketing e la necessità di accalappiare il maggior numero possibile di lettori, ma assimilare Orwell al Grande Fratello televisivo mi sembra ingiusto nei confronti di autore ed opera e anche un po' sleale nei confronti di un ipotetico, inavvertito lettore, che magari acquista il romanzo immaginando che parli di dieci persone chiuse in una casa sotto lo sguardo indiscreto delle telecamere di Canale 5... Non so cosa potrà pensare questo ipotetico acquirente quando comincerà a leggerlo davvero (magari, però, ha sbirciato la quarta di copertina, sfogliato qualche pagina e capito di essere un po' fuori strada).

A Natale la tendenza a ricondurre i vari libri a formule o volti noti (ad esempio personaggi televisivi o comunque famosi che più o meno improvvisamente si scoprono saggisti e romanzieri) è decisamente portata all'eccesso, determinando una grande omogeneità e ripetitività negli acquisti, quasi a seguire una griglia ben codificata. Ad esempio, se il destinatario del dono è un bimbo, andranno benone un Harry Potter o un Geronimo Stilton (a seconda dell'età); se si tratta di una ragazza, si tende ad optare per Twilight o per una storia romantica equivalente; se si tratta di un ragazzo, meglio un fantasy, da Eragon a Tolkien (anche se oggi Tolkien va molto meno rispetto a qualche anno fa); se si tratta di una donna, la scelta spazia dall'ultimo chick lit (immagino già che la Kinsella andrà alla grande nel 2009, quando uscirà il film Confessions of a shopaholic, come è accaduto in passato con i due Bridget Jones o con Il diavolo veste Prada) a qualche saggio psico-pedagogico sull'amore o sulla maternità, passando magari per la Littizzetto; se si tratta di un uomo, si tende a spaziare dall'ultimo giallo o thriller di autore noto all'ultimo saggio di politica e dintorni di autore televisivo, che fa sempre un po' impegno civile e intellettuale, non so se.

Tutto questo post per dire che si tende ad essere davvero poco originali nei regali natalizi e a prediligere lo stra-noto al poco conosciuto: per verificarlo, basta trascorrere un po' di tempo in coda alla cassa di una libreria (e di questi tempi le code sono generalmente molto lunghe). Insomma, provare per credere (poi, magari, sarete così estenuati da scrivere un post del tutto simile a questo...).

venerdì 19 dicembre 2008

Facebook mania

A conclusione di questa settimana di interrogativi più o meno profondi, vi lascio qualcosa su cui riflettere per tutta la durata del week-end: la gag che vede come protagonista Susanna, la ragazza di Facebook, quelle che "se non sei su Facebook, non esisti". Impegnativo...

mercoledì 17 dicembre 2008

Consolazioni geografiche (e ortografiche)

Dopo il ciclone che ha investito l'Abruzzo, bisogna sforzarsi di guardare al lato positivo della situazione - come canta Mary Poppins in "con un poco di zucchero, la pillola va giù", come fa Pollyanna con il "gioco della felicità". Ad esempio, grazie agli eventi degli ultimi mesi, un buon numero di telespettatori, elettori, cittadini e politici della penisola ha finalmente scoperto che:

- l'Abruzzo è una regione italiana;
- l'Abruzzo è una regione italiana del centro-sud;
- "Abruzzo" si scrive con una sola 'b';
- Pescara è in Abruzzo;
- Pescara è sul mare;
- in Abruzzo c'è il mare (in barba a quelli che conoscevano soltanto i pastori di d'Annunzio e quell'adorabile simpaticone dell'orsetto marsicano).

Certo, telespettatori, elettori, cittadini e politici avrebbero dovuto imparare tutto questo (e forse anche qualcosina in più) a scuola. Ma la geografia, si sa, è una materia negletta, per cui si rende necessario qualche scandalo, di tanto in tanto, per acculturarsi un po'.

martedì 16 dicembre 2008

Cranford: il paese è piccolo e la gente mormora


Men! They know everything except what is about to happen and how it can be stopped. My father was a man. I think I know the sex!
Miss Pole

I have never liked the notion that the world is round. It makes me feel so giddy.

Miss Matty

Se la BBC drama non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Trarre una miniserie televisiva da un romanzo più o meno noto non è semplice e, ciononostante, la maggior parte delle produzioni firmate BBC è davvero di ottima qualità: la sceneggiatura non 'uccide' il romanzo ma tende a valorizzarlo, gli attori sono credibili e le ambientazioni storiche accurate. Penso ai vari adattamenti tratti da Jane Austen (con l'eccezione forse dell'ultimo Mansfield Park e, in parte, dell'ultimo Persuasion) o anche al Jane Eyre del 2006. L'ultima frontiera BBC che ho attraversato è stata quella dei romanzi di Elizabeth Gaskell. Ho iniziato quasi per caso con North and South, un piccolo capolavoro che è quasi riuscito ad insidiare la mia preferenza per il Pride and Prejudice del 1995 (e con questo ho detto tutto...). Ho proseguito poi con il grazioso Wives and Daugthers, e sono arrivata fino a Cranford.

Cranford è una miniserie deliziosa, non esattamente fedele al romanzo da cui trae ispirazione, ma assolutamente deliziosa. L'azione si svolge nell'arco di un anno (tra il giugno del 1842 e il maggio del 1843) nel piccolo centro di Cranford, una cittadina immaginaria in cui tutti gli abitanti si conoscono, sanno tutto di tutti e tutti - dal reverendo, alla cameriera, alla vedova, al carpentiere, alla nobildonna, fino al bracconiere vagabondo e sfaccendato - si conformano al proprio ruolo sociale, quasi seguendo un copione prestabilito. La novità che innesca la narrazione è rappresentata dall'arrivo del nipote dell'anziano dottor Morgan, Frank Harrison, un giovane medico scapolo e affascinante, a cui tutte le zitelle e le vedove del paese attribuiscono (austenianamente, viene da dire) la volontà di trovarsi al più presto una moglie autoctona.

Se la protagonista assoluta del racconto è la vita cittadina, con un continuo moltiplicarsi dei punti di vista (soprattutto femminili), l'osservatorio privilegiato di quanto accade si situa nella casa delle anziane sorelle Jenkyns, dove trova ospitalità Mary Smith, figlia di un'amica defunta, in 'fuga' da una matrigna che vorrebbe vederla accasata al più presto. Nel romanzo della Gaskell Mary funge da narratrice, mentre nella serie è piuttosto un elemento unificatore e un deus ex machina, contribuendo con le proprie azioni al ristabilirsi degli equilibri, o meglio, al formarsi di un nuovo equilibrio, attraverso la progressiva integrazione dei nuovi arrivati nei meccanismi della vita cittadina. La narrazione alterna momenti di comicità e brio, che vedono come protagoniste assolute le attempate, ciarliere ma solidali comari del paese (tra le quali troviamo una strepitosa Miss Pole - Imelda Staunton alias Vera Drake e Dolores Umbridge - nei panni della ficcanaso allarmista dal cuore d'oro) a momenti di nostalgia e rimpianto (ad esempio quando Miss Matty Jenkyns - una Judy Dench finalmente buona e gentile - racconta a Mary di sognare spesso la figlia che non ha mai potuto avere) e ad autentiche tragedie domestiche (la morte del piccolo Hutton così come quella di Miss Deborah Jenkyns o della giovane Miss Brown).

Il tutto accompagnato dall'eco lontano di cambiamenti inevitabili, rappresentati sia dallo scontro tra i metodi dei due dottori, l'anziano e il giovane, con il prevalere di quest'ultimo, sia dalla costruzione della rete ferroviaria, il mezzo che, secondo l'inflessibile e infelice Lady Ludlow (Francesca Annis, forse il personaggio più tragico del racconto), contribuirà all'emancipazione delle classi povere, distruggendo ogni equilibrio sociale. Quella stessa Lady Ludlow che, anziana e delusa dalla prolungata assenza del suo scapestrato figlio Septimus, seleziona solo illetterati come propri servitori, pensando che anche semplicemente un briciolo di cultura possa nuocere alle classi povere, mentre il suo devoto braccio destro, il saggio e misurato Mr. Carter, impartisce lezioni al piccolo ladruncolo Harry Gregson perché, imparando a leggere e scrivere, possa emanciparsi ed uscire dalla propria povertà.

I caratteri dei numerosi personaggi sono tutti delineati con precisione, ciascuno con le proprie peculiarità, grazie anche alla qualità degli interpreti: spiccano così la bontà in Miss Matty, la severità e il rigoroso rispetto delle regole in Miss Deborah, il buon senso in Mary, la dedizione in Jessie Brown, l'ottusità nel dottor Morgan, l'ingenua galanteria nel dottor Harrison (che, proveniendo da Londra, non può certo immaginare quali conseguenze emotivo-sociali possano scaturire dalla sua cordialità e gentilezza...), l'ironia un po' goliardica nel dottor Marshland, la lealtà e la riconoscenza nel piccolo Harry, la dignitosa solitudine in Miss Galindo (prototipo di donna imprenditrice), le fantasticherie (o meglio, i vaneggiamenti) nelle sorelle Tomkinson e in Mrs. Rose, la dolcezza in Sophy Hutton, la costanza in Mr. Holbrook (Michael Gambon - Albus Silente), la pretenziosità in Mrs. Jamieson (e nei suoi fidi barboncini Carlo e Giuseppe) e così via.

Insomma, un racconto corale davvero ben confezionato, in cui le signore la fanno da padrone. Non mi stupisce l'enorme successo che la serie ha avuto in Inghilterra, e che ha spinto la BBC a ideare un seguito in due puntate da mandare in onda a Natale 2009.

venerdì 12 dicembre 2008

Private Practice: no, non ci siamo

Avvertenza: questo post contiene anticipazioni sulla quinta serie di Grey's Anatomy.

Non saprei dire cosa renda la maggior parte delle serie televisive americane qualitativamente superiore rispetto a quelle prodotte in altri paesi. Sarà l'attenzione nei confronti della sceneggiatura, con dialoghi ben studiati, colpi di scena e con una cornice narrativa generalmente coerente; sarà che certe situazioni ci piace proiettarle Oltreoceno, perché ci sembrerebbero ridicole se si verificassero dietro (o dentro) casa nostra (o nei nostri ospedali, per dire); sarà per l'estetica delle immagini e delle ambientazioni e per la cura spesso maniacale dei particolari; sarà per la caratterizzazione dei personaggi, che vengono resi immediatamente 'riconoscibili', nel senso che ciascuno di essi è dotato di peculiarità che emergono via via e influenzano le sue azioni e il corso della sua storia.

Insomma, solitamente gli Americani, con le serie televisive, ci sanno fare. Per quanto ci siano delle significative eccezioni. Mi riferisco a Private Practice, lo spin-off di Grey's Anatomy, da poco importato in Italia. Ora, due puntualizzazioni. 1. E' raro che uno spin-off sia qualitativamente pari alla serie da cui trae origine (basti pensare a Joey, spin-off dell'unico ed inimitabile Friends). 2. Ho seguito e seguo ancora Grey's Anatomy, come ho raccontato in passato, per quanto l'allungamento del brodo abbia progressivamente snaturato il prodotto. Le prime due serie erano oggettivamente brillanti, vivaci, divertenti. Con la quinta serie, in onda in questi giorni negli USA, si è davvero arrivati alla pantomima. Concedetemi qualche spoiler: se Derek e Meredith hanno finalmente trovato un po' di pace (ferme restando le tendenze psicolabili di lei, povero Derek!), Izzie Stevens è completamente impazzita ed è arrivata ad avere una tormentata relazione con il fantasma (sic) di Denny Duquette (forse gli sceneggiatori rimpiangono di averlo 'ucciso' al termine della seconda serie, anche se alcuni fan suggeriscono che si tratti di un modo - piuttosto perverso, a dire il vero... - per eliminare Izzie dalla serie. Certo è che hanno trasformato un personaggio simpatico in una tragedia ambulante); dopo l'imprevedibile relazione lesbo tra la dottoressa Callie Torres e la dottoressa Erika Hahn, quest'ultimo personaggio è stato cancellato dalla sera alla mattina, senza un motivo, e pare anche che l'attore che interpreta "Bambi" (George O'Malley) abbia chiesto di rescindere il contratto con la produzione perché insoddisfatto della piega che gli eventi hanno preso per il suo personaggio (come dargli torto!). Prima Preston Burke, poi Addison Montgomery, poi Erika Hahn, ed ora anche il caro, tenero e insostituibile George: non si poteva evitare lo stillicidio chiudendo la storia un paio di serie prima, senza dover ricorrere a tutte queste torsioni e a tutti questi salti mortali carpiati?

Tornando al punto di partenza del post, Private Practice racconta la storia della ginecologa e neonatologa Addison Montgomery, ex-moglie di Derek Shepherd: forse la donna più odiata nella storia delle serie televisive, perché non puoi avere la fortuna di stare con il dottor McDreamy (Stranamore, nella versione italiana) e tradirlo spudoratamente con il suo migliore amico e vostro testimone di nozze, che poi sarebbe il dottor Mark Sloan - McSteamy (Bollore...). Insomma, non si fa! Dopo essersi rassegnata alla fine del suo matrimonio (ricordiamo che ha impiegato ben tre serie per rassegnarsi...), la rossa e bellissima Addison (nota anche come "Satana"), decide di lasciare il suo lavoro al Seattle Grace e di trasferirsi a Santa Monica, per essere assunta nello studio privato diretto da un'amica.

Ok, l'abilissimo e ambiziosissimo chirurgo Addison rinuncia alla sala operatoria: le cose cambiano, i telespettatori dovranno farci l'abitudine. Ma per i fan non è l'unico rospo da ingoiare: perché la sarcastica e pungente Addison, che reagiva alla sua solitudine, alla sua sterilità e ai suoi fallimenti coniugali con orgoglio e determinazione, si è trasformata in una donna di mezza età in piena crisi emotivo-ormonale, pronta a vivere una nuova adolescenza a quarant'anni suonati. Insomma, una versione invecchiata di Meredith Grey. Orrore, orrore!!!!

Per non parlare delle altre donne della serie, dalla psichiatra Violet all'endocrinologa Naomi: un repertorio di sventure femminili da far rabbrividire, tutte portatrici insane di delusioni private e con un unico, ossessivo, argomento di conversazione (indovinate quale?). Quanto ai personaggi maschili, sono a dir poco stereotipati (e non c'è nessun Derek o Burke ad alzare il livello e a salvare la situazione): c'è il dottore bello e misterioso, che oltretutto è un cultore della medicina alternativa; c'è l'ex marito geloso ad intermittenza della sua ex moglie e collega (nonostante sia stato lui a lasciarla, apparentemente senza motivo); c'è il pediatra che esce con donne conosciute in internet benché sia innamorato della sua migliore amica... insomma, un altro repertorio decisamente poco incoraggiante.

Ecco, in tutta sincerità: l'unico momento esaltante delle prime puntate è stata la comparsa di un bambina blu (sic). Credo che questo la dica lunga sulla qualità della serie: uno psicodramma collettivo sulla mezza età e sul difficoltoso intersecarsi di professione medica e vita privata, senza i dialoghi briosi del primo Grey's Anatomy e senza la funzione di riequilibrio svolta dal pathos ospedaliero. Insomma, secondo me, non ci siamo proprio.

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Televisione... in corsia

mercoledì 10 dicembre 2008

"Liberi ed eguali in dignità e diritti"

Il 10 dicembre del 1948 veniva firmata la Dichiarazione universale dei diritti umani. Mi piace celebrare questo sessantesimo anniversario ricordando le parole di una delle persone che resero possibile la stesura del testo e la sua ratifica da parte delle Nazioni Unite, Eleanor Roosevelt:

"In fin dei conti, dove cominciano i diritti umani universali? In luoghi piccoli, vicini a casa; così vicini e così piccoli da non essere visibili su nessuna mappa del mondo. Eppure essi sono il mondo dell'individuo: il quartiere in cui vive; la scuola o l'università che frequenta; la fabbrica, l'azienda o l'ufficio in cui lavora. Questi sono i luoghi in cui ogni uomo, donna e bambino vuole una giustizia equa, pari opportunità, pari dignità senza alcuna discriminazione. Se questi diritti non sono significativi in quei luoghi, lo sono ben poco altrove. Senza uno sforzo comune dei cittadini per sostenere questi diritti negli ambienti in cui viviamo, sarà inutile aspettarsi un progresso su più vasta scala nel mondo"
(da un discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite, 27 marzo 1953)

martedì 9 dicembre 2008

La vita è fatta di priorità

"La vita è fatta di priorità": lo ripeteva, qualche tempo fa, una nota ed efficace campagna pubblicitaria. Il punto per ciascuno è decidere quali sono le proprie. Diciamolo meglio, dandoci un tono: bisogna fissare la propria agenda.

"La vita è fatta di priorità" è la prima cosa che mi è venuta in mente quando, tra i tanti (troppi...) servizi televisivi e articoli di giornale dedicati alla 'recessione' (che io eleggerei 'parola dell'anno', a questo punto), ho letto i dati diffusi da Confcommercio, che danno i consumi delle famiglie italiane in netta flessione. Con alcune significative eccezioni: cellulari, giochi e premi.

Sintetizzando: i nostri consumi rivelano che siamo un popolo estremamente socievole - forse anche un tantino chiacchierone... - che crede fermamente nella dea bendata. Non saprei dire se per eccesso di ottimismo o di pessimismo. O meglio: non saprei dire se il Superenalotto o il Gratta e Vinci sono la versione 2008 del 'miracolo italiano' o una riedizione del sempreverde 'io speriamo che me la cavo'. Come si suol dire: ai posteri...

giovedì 4 dicembre 2008

Love for all

Ecco uno spot che va in onda di questi tempi sulle reti televisive svedesi, per pubblicizzare una linea di biancheria della Bjorn Borg.



(segnalato dal blog di Tito Faraci)

martedì 2 dicembre 2008

La chick lit colpisce ancora

Avvertenza: questo post è stato incoraggiato da qualche ora di cazzeggio su Facebook

E' decisamente buffo quando, a distanza di alcuni mesi, ci si ritrova a scrivere più o meno lo stesso post (cavoli, persino l'episodio alla Feltrinelli di piazza Colonna, a Roma, è accaduto più o meno nello stesso identico modo, anche se questa volta non ero lì per ripararmi dalla pioggia ma ero passata a dare un'occhiata insieme al Ragazzo, in un tiepido e affollatissimo sabato pomeriggio). E' decisamente buffo, perché potrebbe significare che faccio sempre le stesse cose nella vita, e non mi pare un segnale troppo incoraggiante...

Comunque sia, veniamo al dunque: ho letto anche l'ultimo Kinsella in circolazione, Remember me? (Ti ricordi di me?), ed ora sono qui ad aspettare il prossimo, sperando che Sophie lo stia scrivendo e che il suo editore lo pubblichi presto. Perché è inutile: ad ogni romanzo dico che sarà l'ultimo (cascasse il mondo!!!), che le storie narrate sono praticamente tutte uguali (con la significativa eccezione di Sai tenere un segreto?, perché il primo chick lit della vita non si scorda mai...), che alla fin fine cambiano soltanto i nomi dei personaggi e che tutte quelle compere e firme e ambientazioni super-lusso sono assolutamente esagerate, inverosimili, superficiali ecc. ecc.... Poi, però, curiosamente, mi capita di ritrovarmi il volumetto tra le mani e non posso fare a meno di acquistarlo (e mi giustifico ogni volta davanti al tribunale del mio Super-Io riesumando la storia dell'inglese, e via discorrendo...).

Nel caso specifico di Ti ricordi di me? il livello mi è comunque sembrato un po' più alto sia rispetto alle avventure dell'irredimibile shopaholic Becky Bloomwood (con l'eccezione, forse, della prima puntata della serie) che rispetto a La regina della casa. Quest'ultimo, però, è l'unico romanzo della Kinsella che proprio non mi è piaciuto: sarà per l'ambientazione agreste, sarà per l'opacità della protagonista... Insomma, anche se troppo glamour mi indispettisce, devo ammettere che è proprio nella descrizione di un certo tipo di ambiente extra-lusso, extra-sofisticato e fondamentalmente un po' vuoto che l'autrice riesce a fare del suo meglio e a regalare alle sue lettrici alcuni momenti assolutamente esilaranti (e a questo punto mi viene da chiedere dove viva, la signora Wickham-Kinsella: forse in un loft o in una penthouse a Kensington???).

Tornando a Ti ricordi di me?: rispetto ad alcuni dei precedenti, c'è più storia e c'è persino un accenno di analisi psicologica, grazie alla trovata (non troppo originale, a dire il vero) dell'amnesia della protagonista, che si risveglia dopo un incidente stradale ricca, 'ritoccata', in carriera e con un marito milionario e bellissimo, e che inizialmente, non ricordando assolutamente nulla degli ultimi tre anni della sua vita, crede di essere una sorta di Cenerentola del XXI secolo. Solo che, ovviamente, non è tutto oro quello che luccica, e quindi la storia va avanti esattamente come deve andare, rispettando tutte le fasi dei romanzi della Kinsella: incidente o contrattempo iniziale, momento di (presunta) perfezione, parentesi di caos assoluto, redenzione (detto anche "la protagonista alla riscossa"), lieto fine immancabile (e assolutamente necessario: è esattamente quello il motivo per cui le persone stressate - tipo me... - divorano questo genere di romanzi. Qualsiasi cosa accada, tutto si sistemerà nel miglior modo possibile: che sollievo!).

Anche in questo romanzo non mancano i momenti da ridere, o alcuni personaggi un po' macchiette a fare da contorno: dal marito "da manuale" e "fascista della dieta", alla pseudo-amica-del-cuore pettegola; dalla sorellina teenager e un po' eccentrica, al collega rivale e concorrente (perché c'è sempre un 'cattivo' da dover 'combattere'). Insomma, se non siete in vena di affrontare questioni problematiche o dilemmi, avete voglia di distendervi e distrarvi un po', vi va di fantasticare di una Londra patinata e da rivista e di splendidi e costosissimi vestiti, ecco, questo è il libro giusto. Dei massimi sistemi ci occuperemo un'altra volta.

Chiudo e resto in attesa di un nuovo romanzo: nel caso, aspettatevi un terzo post...

Post collegati:
Letture lievi - Shopaholic & Co.

Bridget Jones - perché erano meglio gli anni Novanta
Twenties girl - La ragazza fantasma

lunedì 1 dicembre 2008

Elogio della società sufficiente

Voglio segnalare qui sul blog un'idea molto interessante, che a mio parere è geniale nella sua immediatezza e semplicità: si tratta del Last Minute Market, un progetto di sviluppo locale sostenibile, che si propone di limitare lo spreco quotidiano - quello di cui noi acquirenti e fruitori di prodotti tendiamo a non accorgerci - convertendolo in risorsa. Credo che l'idea di una 'società sufficiente' sia da prendere molto sul serio, in particolare in questo momento di crisi: di fatto, si tratta di assumere comportamenti più realistici e razionali nella propria vita di tutti i giorni. Un po' di lungimiranza, ogni tanto, non guasta.

E, dato che sono un po' sentimentale, accompagno e concludo questa segnalazione con alcuni passaggi del noto discorso di Robert Kennedy sulla discutibilità del PIL come parametro per giudicare la reale ricchezza di uno stato (Università del Kansas, 18 marzo 1968). Io lo trovo forte ed efficace, e mi fa piacere dargli un po' di spazio sul blog.

"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle […]. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani."