mercoledì 23 dicembre 2009

Buone feste!



In occasione delle feste natalizie, vi dedico il tradizionale God Rest Ye Merry, Gentlemen, nell'intensa e suggestiva interpretazione del coro del King's College di Cambridge. Anche perché, che si sia o meno credenti, un pizzico di solennità non guasta.

E con questo, auguro un buon Natale e un buon inizio di 2010 a tutti voi, lettori abituali e "passanti".

Il blog riaprirà i battenti dopo le feste - a presto!

lunedì 21 dicembre 2009

Le particelle elementari

Ovunque sulla superficie del pianeta l'umanità stanca, stremata, diffidente di sé e della propria storia, si apprestava bene o male a entrare in un nuovo millennio.

Francia, anni '90. Michel Djerzinski e Bruno Clément sono fratellastri, figli di una madre hippy che li ha abbandonati da piccoli alle cure dei nonni, senza mai seguirli o riservare loro un qualsiasi gesto di affetto. Geniale e solitario biologo molecolare Michel, insegnante di lettere frustrato e morboso Bruno, entrambi poco sopra i quarant'anni, sono accomunati da una profonda incapacità di comunicare e di relazionarsi con il mondo circostante e da una sorta di "condanna all'infelicità".

La politica di questo blog è di non stroncare in modo irrevocabile nessun film o romanzo: se qualcosa non mi è piaciuto, e se di qualcosa non salvo proprio nulla, ebbene, molto semplicemente, evito di parlarne. Ora, ve lo dico subito, Le particelle elementari di Michel Houellebecq è un romanzo che non mi è piaciuto e che ha molto deluso le mie aspettative. Perché parlarne, allora? Forse perché è un libro dalle ottime recensioni e di cui si è discusso molto, specie in occasione dell'uscita del film omonimo, nel 2006. E poi perché, nonostante tutto, contiene degli spunti molto interessanti, ad esempio l'utopia di un futuro dominato dalla scienza e da un'umanità "nuova", prodotta e perfezionata in laboratorio. Per un appassionato di filosofia, o di fantascienza, o per un lettore de Il mondo nuovo di Huxley, si tratta di riflessioni certamente stimolanti ed interessanti.

Eppure, sotto sotto, nell'economia del romanzo c'è qualcosa di molto artificioso. L'umanità derelitta incarnata (per quanto in modi diversi) dal frigido Michel e dal morboso Bruno mi è sembra stereotipata, come "costruita in laboratorio" dall'autore. Da un lato, lo scienziato "troppo avanti" rispetto alla propria epoca per poter nutrire sentimenti umani, e quindi incapace di amare; dall'altro, un eterno adolescente che vive di perversioni, pulsioni e fantasie sessuali senza riuscire a superare il proprio egoismo e ad instaurare rapporti alla pari con le persone che lo circondano. Fino a farsi del male e a distruggere anche l'ultima speranza di felicità. Insomma, due creature sterili condannate a sopravvivere, ciascuna confinata nel proprio grigiore. O meglio, due creature squallide.

E non mi convince l'idea dell'autore di fare di Bruno e di Michel delle icone della decadenza del mondo occidentale contemporaneo. Come ho scritto, mi sembra un po' artificioso, oltre che pretenzioso. Anche perché, diciamocelo, quella di rappresentare la decadenza del nostro mondo è diventata una specie di moda intellettuale. E comunque, è piuttosto difficile trovare un autore che non si sia posto, almeno una volta, questo obiettivo in relazione alla propria epoca. Volendo essere terra-terra: è un po' come sparare sulla Croce Rossa.

In  conclusione: sarà per un limite mio o  perché sono stata disturbata da tanta morbosità, ma Le particelle elementari mi ha davvero delusa. Ad essere sincera, la sensazione che ho provato chiudendo il libro è stata di profonda tristezza: magari era proprio questo lo scopo di Houellebecq, ma la lettrice che è in me avrebbe preferito trovare, in fondo al libro, una sensazione ben diversa.

venerdì 18 dicembre 2009

Qualche idea per il Natale


Il clima festoso e un po' frenetico di queste giornate pre-natalizie colpisce e coinvolge un po' tutti, anche quanti farebbero volentieri a meno di code nei negozi e traffico in tilt.

E, visto che l'argomento "feste" è ineludibile, vi giro qualche idea partorita dalla redazione di greenMe.it per rendere questo Natale 2009 un pochino più sostenibile e attento del solito: a cominciare dall'immancabile albero e dai regali per grandi e piccoli, fino ad arrivare al bio-menu delle feste e alle cartoline e ai bigliettini di auguri.

Insomma, i suggerimenti sono tanti e diversi, date un'occhiata!

mercoledì 16 dicembre 2009

Acqua alta

Il sogno di ogni turista che si avventuri tra i canali veneziani è di avere un piccolissimo assaggio di acqua alta, quel tanto che basta a 1) non ostacolare la vacanza, 2) poter raccontare ad amici e conoscenti "Sono stato a Venezia e c'era persino l'acqua alta!" e 3) fare delle belle foto ricordo.

Ebbene, nella mia recentissima tre giorni a Venezia ho beccato anch'io un po' di acqua alta (decisamente poca, stando alla testimonianza della Sorella "veneziana" e neo-dottora), e come ogni turista che si rispetti ho fatto un po' di foto ricordo (decisamente poche, a dire il vero, perché, a causa del gelo, la batteria della mia macchina fotografica ha cominciato ben presto a fare i capricci e a prendere decisioni autonome, del tipo: spegnersi mentre io tentavo di mettere a fuoco...).

venerdì 11 dicembre 2009

Mankind is No Island



Il video vincitore dell'edizione 2008 del Tropfest NY, un festival dedicato ai corti, che fa parte della più ampia piattaforma Tropfest.

Nato a Sydney nel 1993, Tropfest si propone di scovare, valorizzare e premiare nuovi talenti nel campo della regia e del montaggio. Per questo, promuove ogni anno varie iniziative in diverse città del mondo, incluse delle competizioni aperte a chiunque desideri mettere alla prova la propria creatività.

Mankind is No Island, di Jason van Genderen, è un film di poco più di tre minuti, interamente girato con un cellulare per le strade di Sydney e di New York, di cui sfrutta con grande abilità segnaletica e murales per veicolare il proprio messaggio. Il video mi sembra davvero ben fatto e trovo particolarmente emozionante ed efficace l'accompagnamento musicale.

lunedì 7 dicembre 2009

Bridget Jones - perché erano meglio gli anni Novanta


Tra i miei passatempi preferiti, ormai dovreste saperlo, c'è la chick-lit anglosassone, a cominciare da Sophie Kinsella, di cui ho letto tutto, detestando profondamente Becky Bloomwood ma dandole sempre e comunque una chance (a proposito, ho letto che dovrebbe tornare proprio nel 2010, con nuove avventure e, neanche a dirlo, nuove spese folli). Alla fine, poco tempo fa, ho deciso che era arrivato il momento di passare ad Helen Fielding e ai due Bridget Jones, dato che erano trascorsi diversi anni dalla visione dei relativi film.

Innanzitutto, la differenza tra i romanzi e le sceneggiature che ne sono state tratte mi è sembrata abissale. Bridget è una trentenne un po' sovrappeso, sprovveduta, sfortunata, a volte simpaticamente fantozziana, ma non è esattamente l'incorreggibile imbranata (magistralmente) incarnata da Renée Zellweger. E le vicende raccontate nei due film sono forse più comiche, ma decisamente più futili: se rispetto al primo romanzo le divergenze sono sensibili ma non troppo significative, il secondo libro è stato del tutto snaturato nel passaggio su pellicola.

Ed è davvero un peccato, perché a mio parere The Edge of Reason è migliore del Diario. Mi è sembrato un romanzo più maturo, più complesso, più contestualizzato. E Bridget, pur continuando a fare le sue solite, divertentissime e inimitabili "figure alla Bridget", appare come un personaggio a tutto tondo. Niente a che vedere con le protagoniste dei romanzi di Sophie Kinsella, che nella maggior parte dei casi sono del tutto inverosimili, oltre ad essere abbastanza superficiali e molto unidimensionali (e lo dico, lo ripeto, da lettrice della Kinsella). Intendiamoci: non sto dicendo che Helen Fielding abbia scritto un capolavoro e che Bridget Jones sia una novella Elizabeth Bennet. Però mi sembra evidente che nei suoi romanzi ci sia un'atmosfera più articolata e più "reale" rispetto al mondo delle eroine kinselliane. Un "qualcosa in più" che invece mi manca, secondo me, negli articoli che la stessa Fielding ha scritto per l'Independent nel 2005, descrivendo le nuove avventure di Bridget a dieci anni di distanza dal Diario.

Ma torniamo per un attimo a The Edge of Reason: correva l'anno 1997, il New Labour vinceva le elezioni inglesi con un giovane, rampante ed anticonvenzionale Tony Blair e Lady D. moriva a Parigi, generando una possente ondata di commozione in tutto il mondo, praticamente a reti unificate. In quell'anno, dopo il trash anni Ottanta e dopo il pessimo inizio degli anni Novanta (la Prima Guerra del Golfo, Tangentopoli, il genocidio Rwanda, i massacri in Bosnia...), ci sembrava di viaggiare verso qualcosa di meglio. Forse i ricordi mi ingannano (sarà che all'epoca avevo meno della metà degli anni dichiarati da Bridget Jones, e cioè l'età giusta per guardare ogni cosa con fiducia e ottimismo), ma quando ripenso a quel periodo la mia impressione è che ci fosse davvero speranza, che le persone si aspettassero davvero qualcosa di buono. E che non vedessero l'ora di brindare al nuovo millennio.

Mi viene da dire che dodici anni fa lo Yes we can di Obama non avrebbe attratto o mandato in brodo di giuggiole nessuno, ma sarebbe stato considerato uno slogan persino troppo dimesso: Tony Blair, ad esempio, la sparava molto più grossa, arrivando a proporre al suo Paese una "nuova vita" (New Labour, new life for Britain). Probabilmente il mondo era meno disincantato rispetto a quello di oggi: ad esempio, si guardava ad un leader relativamente giovane come Blair non perché si fosse sfiduciati e disperati (come è invece accaduto in America con Obama, che ha vinto le elezioni del 2008 in seguito ad una profonda crisi sia politica che economica) ma perché si credeva che il peggio fosse ormai alle spalle (d'altra parte, era finita la Guerra Fredda, era caduta la cortina di ferro, non c'erano più nemici o blocchi contrapposti e non c'era ancora stato l'11 settembre) e che fosse il tempo di guardare fiduciosamente avanti.

Post collegati:
Letture lievi - Shopaholic & Co.
La chick-lit colpisce ancora
Twenties girl - La ragazza fantasma

venerdì 4 dicembre 2009

Zombie



Dal secondo album dei Cranberries, No Need to Argue (1994), la canzone che li ha fatti conoscere (e meritatamente, aggiungo io, che per alcuni anni sono stata una loro fan). Pare che lo storico quartetto irlandese sia finalmente tornato a lavorare insieme, dopo una lunga "pausa di riflessione", caratterizzata dai progetti da solista di Dolores O'Riordan.

Magari riusciranno anche a produrre un nuovo album, con un qualche titolo strano, come quelli a cui ci hanno ormai abituati (del tipo Everybody else is doing it, so why can't we? o To the Faithful Departed o Wake up and smell the coffee).

martedì 1 dicembre 2009

Questione di riciclo creativo


Quando riceviamo o facciamo un regalo, quello che più conta non è la confezione, ma il suo contenuto. Per quanto però, dobbiamo proprio ammetterlo, un dono presentato bene faccia sempre un certo effetto. Dato che si sta avvicinando il Natale e che molti di noi si troveranno ben presto alle prese con pacchetti e pacchettini vari, cerchiamo di capire come confezionare i nostri regali nel modo più attraente possibile senza incorrere in sprechi e senza spendere molto. Perché si può essere ecosostenibili anche quando si incarta un regalo... (continua su greenMe.it)

lunedì 30 novembre 2009

Flashforward - il romanzo


Maybe, after all these years, it was going to happen.
He certainly hoped so.
But only time would tell.

Cern, Ginevra, 21 aprile 2009. Il professore canadese Lloyd Simcoe e il suo collaboratore, il giovane ricercatore greco Theo Procopides, attivano LHC, l'acceleratore di particelle a cui hanno lavorato insieme negli ultimi due anni e che sperano potrà fruttare loro sia il bosone di Higgs che il premio Nobel. Ma gli effetti dell'accensione superano di gran lunga le loro aspettative: da quel preciso istante, e per quasi due minuti, l'intera umanità viene trasportata avanti di ben ventuno anni, fino al 23 ottobre del 2030.

Il black-out generale causa migliaia di morti, tra treni che deragliano, aerei che cadono, auto che vanno fuori strada, persone che precipitano dalle scale e quant'altro, ma ha consentito ai superstiti di assaporare qualche istante del proprio futuro, determinando una serie di conoscenze destinate a sconvolgere o, comunque, a segnare le loro esistenze. Nel 2030, ad esempio, un afroamericano sarà Presidente degli Stati Uniti, la Cina sarà ancora un regime comunista, le macchine saranno guidate dalla voce umana e viaggeranno sospese a quasi un metro da terra, l'aria sarà irrespirabile e George Lucas non avrà ancora finito di girare tutti e nove gli episodi previsti di Star Wars.

Dello staff del Cern, solo Theo non ha avuto una visione, segno che nell'ottobre del 2030, con ogni probabilità, sarà già morto. Ma come? E' possibile sapere quando ciò accadrà? Sconvolto e spaventato, il ragazzo comincia ad indagare, postando un annuncio sul web. In tal modo, finirà per scoprire che la sua morte, o meglio, il suo omicidio, è presente nelle visioni di diverse persone che, nel 2009, non lo conoscono e non hanno mai sentito parlare di lui, e che avverrà in circostanze misteriose il 21 ottobre 2030.

La domanda che ossessiona Theo e lo stesso Simcoe - il quale, nel proprio flashforward, ha visto se stesso in compagnia di una donna sconosciuta, che non è la sua fidanzata e quasi-moglie, l'ingegnere giapponese Michiko Komura -, è se tale futuro sia inevitabile. Se, infatti, Simcoe è profondamente convinto che il corso degli eventi non possa essere mutato in alcun modo, che tutto sia scritto e che l'adesso sia una specie di punto in una linea già tracciata - una convinzione che lo spinge a dubitare persino del desiderio di sposare la donna che ama -, molti altri sostengono che quello che l'umanità ha "assaggiato" durante il black-out sia solo uno dei futuri possibili. E ancora, ci si chiede ad un certo punto: è possibile che il futuro condizioni il passato? 

La cosa più interessante di Flashforward, dello scrittore canadese Robert J. Sawyer, è che è stato pubblicato per la prima volta nel 1999 (ecco perché, ad esempio, i protagonisti fanno le loro ricerche web sulla Britannica e non su Wikipedia. Eppure il papa del 2009 si chiama proprio Benedetto XVI, non so se per una premonizione di Sawyer o per una correzione relativa alla nuova edizione). Per farla breve, siamo davanti ad una specie di thriller fantascientifico, composto anni prima che LHC balzasse agli onore della cronaca, e che contiene molti cenni a teorie ed esperimenti scientifici (d'altra parte, i due personaggi principali sono dei fisici amici e colleghi di fisici) e un soffuso sfondo filosofico, con degli interessanti interrogativi sul tempo, sui mondi paralleli, sul determinismo e sul libero arbitrio.

E poi ci sono le vicende umane dei diversi personaggi, i loro dubbi, le loro paure e le complesse relazioni che intrattengono tra loro. E ci sono anche momenti abbastanza spiritosi, tra un dramma e l'altro. Insomma, di carne al fuoco ce n'è davvero tanta. Ammetto di non aver apprezzato troppo le pagine conclusive, e la soluzione del "giallo" si può intuire, ma la storia resta comunque molto interessante.

Non mi stupisce che, a partire dallo scorso settembre, la ABC abbia lanciato una nuova serie televisiva, Flashforward, che si ispira proprio al romanzo di Sawyer. Non ai personaggi e alle loro particolari vicende, ma all'idea di poter "dare un'occhiata" al futuro, e agli interrogativi sull'effettiva possibilità di cambiarlo. Aspettatevi una mia recensione, prima o poi.

venerdì 27 novembre 2009

Where the Hell is Matt?



Questo tizio, Matt Harding, da qualche anno va "saltellando" in giro per il mondo. L'esperimento è iniziato per gioco alcuni anni fa, ed ora è diventato quasi un lavoro. Trovo i suoi video davvero esilaranti.

mercoledì 25 novembre 2009

The Big Bang Theory


Smart is the new sexy

Ieri sera ho guardato le prime tre puntate di The Big Bang Theory, una sit-com americana trasmessa dalla CBS a partire dal 2007 e giunta ormai alla terza stagione. Storia e personaggi sono decisamente particolari. I protagonisti, infatti, sono due ventenni intelligentissimi, dei "nerd da manuale", che lavorano al Caltech, a Pasadena: Sheldon, un personaggio metodico ed introverso, approdato al college a soli 11 anni, che oltre alla laurea ha conseguito anche due PhD e che si occupa di fisica teorica, e il suo coinquilino e collega Leonard, un fisico delle particelle lievemente più "umano"(sarà perché ha conseguito un solo PhD...) ed estroverso. La loro routine cambia radicalmente quando la bionda, bella, superficiale e decisamente poco sveglia Penny, cameriera in un caffé ma con aspirazioni televisivo-cinematografiche, si trasferisce nell'appartamento vicino, catturando subito l'attenzione di Leonard.

La sit-com è tutta basata sull'incontro di due stereotipi: lo scienziato geniale ma imbranato, ai limiti dell'autismo, e la bionda ignorante e irrimediabilmente oca. E la notizia è che il connubio funziona davvero, senza derive idiote, finte e trash tipo La Pupa e il Secchione. Ad arricchire il cast ci sono due amici e colleghi di Sheldon e Leonard: Howard, un ingegnere poliglotta che sembra la versione molto peggiorata di Ben Stiller, e Raj, un genio indiano così timido da non riuscire a rivolgere la parola ad un qualsiasi essere di sesso femminile che non sia sua madre.

Le gag sono molto divertenti, tutte basate sulla profonda distanza tra i due scienziati e la loro bella vicina di casa e sulle dinamiche interne al gruppo dei quattro superdotati un po' asociali (comprese le maratone ai giochi di ruolo... niente Risiko deterministico, però, almeno per il momento). I protagonisti nerd recitano benissimo la loro parte, in special modo Sheldon, così catturato dal suo mondo, dal suo ordine e dalla sua routine da percepire Penny come un elemento estraneo molto molto fastidioso e da giudicare come una pericolosa e imbarazzante deriva intellettuale l'infatuazione che il suo coinquilino ha per lei. Penso che l'attore che lo interpreta sia o dannatamente bravo o un nerd anche nella propria vita di tutti i giorni.

Da ex-normalisti, io e il Ragazzo abbiamo davvero riso molto, ritrovando nella trama molte analogie con i nostri trascorsi pisani. Insomma, se fossi in voi darei una chance a questa serie, perché è spiritosa (per lo meno, lo sono le prime tre puntate) e pare che sbarcherà presto anche in Italia.

lunedì 23 novembre 2009

Che la festa cominci


"Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n'è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. [...] Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico. Se non esistono più regole etiche ed estetiche le figure di merda decadono di conseguenza".

Uno scrittore quarantenne di grande successo, conduttore di una celebre trasmissione televisiva, molto amato dalle donne e totalmente fagocitato dall'ingombrante jet set romano, ma che da alcuni anni vive una profonda crisi creativa. Un commerciante frustrato e depresso, infelicemente sposato, che con alcuni amici dell'hinterland della capitale ha organizzato una setta satanica con lo scopo di compiere un gesto memorabile, che dia un senso alle loro grigie esistenze.

Queste sono le due vicende umane che si intrecciano in Che la festa cominci, il nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti. Sullo sfondo, un ricchissimo e ambiguo palazzinaro venuto dal nulla che riesce a comprare Villa Ada - uno dei celebri parchi romani - per farne la sua residenza privata e che, per inaugurarla, prepara quella che dovrà essere ricordata come la "festa del secolo", un evento super esclusivo, la cui scaletta e i cui contenuti sono tenuti rigorosamente segreti. Ma che si profila - questo posso anticiparvelo senza fare troppi danni - esageratamente pretenzioso e kitsch.

Se avete già letto qualcosa di Ammaniti (io avevo alle spalle Ti prendo e ti porto via), questo romanzo non  vi stupirà (né vi scandalizzerà...) più di tanto. Gli elementi narrativi sono più o meno simili, per quanto Che la festa cominci sia un'opera più coerente, più organica e - forse - "matura": scene molto forti, personaggi sempre un po' al limite, spesso morbosi o paranoici o violenti, vari momenti grotteschi, umorismo un po' cupo e colpi di scena assolutamente imprevedibili. Che sia o non sia il vostro genere letterario preferito (non è esattamente il mio), ad Ammanniti bisogna comunque riconoscere che ha una fantasia sorprendente, per cui il romanzo rimane aperto fino alla fine ed è capace di incuriosire il lettore e di tenerlo in sospeso. Non mi pare una cosa di poco conto.

Che la festa cominci è un romanzo di cui si è parlato molto negli ultimi tempi, perché rappresenterebbe la decadenza e la mancanza di valori della società contemporanea, nonché l'immoralità delle cosiddette élites. Tanto più che i personaggi più genuini e che ne escono meglio, alla fin fine, sono proprio i quattro sfigati della setta satanica... Il caso ha anche voluto che il volume uscisse in libreria nei giorni dello "scandalo Marrazzo", ennesima prova del fatto che tutti (fino a prova contraria) hanno scheletri nell'armadio. Tuttavia, credo che questa tempistica abbia sovraccaricato l'opera di Ammaniti di implicazioni sociologiche e antropologiche che, a mio parere, sono marginali, non essenziali. Per quanto ispirato alla nostra epoca di calciatori e veline, il romanzo andrebbe letto e apprezzato per quello che è: un (divertente e scorrevole) racconto di fantasia in cui è saltato il confine tra i buoni e i cattivi e i cui personaggi vivono immersi in una giungla (metaforica e, ad un certo punto, persino reale) di relazioni e condizionamenti. Alla fine, in una sorta di selezione naturale atipica, si salva chi è più "forte": e cioè, chi è, nello stesso tempo, più fortunato e più furbo, e si trova nel posto giusto al momento giusto.

venerdì 20 novembre 2009

Angels



Dal primo album da solista di Robbie Williams, Life Thru a Lens (1997), una delle ballate più belle prodotte dal pop britannico (e dallo stesso Williams, anche se il suo album migliore, secondo me, è il secondo, I've been expecting you, del 1998).

mercoledì 18 novembre 2009

Spooks


In Inghilterra è da poco iniziata l'ottava stagione di Spooks, la longeva serie televisiva targata BBC che racconta le mirabolanti avventure (è proprio il caso di dirlo...) di una sezione dell'MI5, l'agenzia britannica per la sicurezza nazionale, l'antiterrorismo e il controspionaggio.

Le vicende delle spie (del cast della prima stagione è rimasto soltanto il capo della sezione, Harry Pearce - Peter Firth; molti degli altri personaggi sono stati uccisi, nella finzione, in sanguinose azioni "di guerra" contro criminali, mitomani e terroristi vari) sono molto complesse. Ogni puntata ruota intorno ad un evento particolare, che sia una bomba da disinnescare, un testimone da proteggere o un traffico di armi da scoprire, ed è caratterizzata da frequenti ed intricatissimi colpi di scena, per cui lo spettatore rimane con il fiato sospeso fino all'ultima scena. Gli episodi di ogni stagione (generalmente 8, secondo la consuetudine delle miniserie britanniche, che durano solo tre o quattro mesi) sono inoltre collegati da un filo rosso, in modo da formare un discorso il più possibile unitario. E difatti l'impressione è di un prodotto televisivo compatto e coerente, in cui è difficilissimo distinguere i buoni dai cattivi (dato anche il discreto numero di doppiogiochisti...). Sullo sfondo, per completare il quadro, c'è la Londra moderna e affollata dei dintorni del London Bridge (oltre a luoghi sensibili come metropolitane e stazioni ferroviarie, che non mancano davvero mai).

Personalmente non avrei mai immaginato di poter seguire un telefilm del genere, eppure vi assicuro che merita, ed è è un peccato che non sia tradotto in italiano. Anche perché i dialoghi spesso sono rapidissimi, quasi in codice e pieni di sottintesi, e lo spettatore non anglofono fa molta molta fatica. Un'ultima cosa: se siete appassionati di adattamenti BBC, tenete presente che Spooks ha lanciato o comunque ha visto come protagonisti numerosi eroi ed eroine delle miniserie in costume, da Matthew MacFadyen (Little Dorrit, oltre al Pride and Prejudice cinematografico del 2005) a Rupert Penry-Jones (Persuasion) a Richard Armitage (North and South).

lunedì 16 novembre 2009

Mattatoio n. 5

Già allora io avrei dovuto essere occupato a scrivere un libro su Dresda. A quell'epoca non era ancora diventato famoso, in America, quel bombardamento. Pochi americani sapevano che era stato peggio, ad esempio, di Hiroshima. Non lo sapevo neanch'io.

Billy Pilgrim sostiene di essere in grado di viaggiare nel tempo. Per lui la vita non è un percorso lineare con un inizio e una fine, ma un insieme di attimi, ciascuno dei quali è eterno e può essere eternamente vissuto. Non si nasce e non si muore mai: semplicemente, si è.

Questa originale filosofia del tempo Billy l'ha appresa dai Tralfamadoriani, gli evoluti extraterrestri che una notte, alla fine degli anni Cinquanta, lo hanno rapito per rinchiuderlo in uno zoo sul loro pianeta, in un habitat ricostruito appositamente per ospitare un terrestre. Da allora Billy non fa che viaggiare da quel luogo remoto alla Terra, ripercorrendo in ordine sparso i diversi momenti della propria vita: da un'infanzia troppo breve ad una giovinezza segnata dalla II Guerra Mondiale e ad un'età adulta vissuta da ottico benestante e padre di famiglia nella provincia americana.

Non sembrerebbe, eppure Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut, pubblicato per la prima volta nel 1969, è un romanzo sulla guerra. O meglio, su uno dei capitoli più sanguinosi della II Guerra Mondiale: il bombardamento di Dresda ad opera delle forze alleate che, nel febbraio 1945, uccise decine di migliaia di persone, radendo al suolo il 90% della città tedesca. Un episodio controverso, da molti considerato del tutto ingiustificato dal punto di vista strategico e, di conseguenza, equiparabile ad un crimine di guerra. Di fatto, la distruzione di Dresda è il cuore del romanzo, il perno intorno a cui ruota tutta la surreale vicenda biografica di Billy Pilgrim (un vero "pellegrino del tempo", potremmo dire, sospeso tra storia e fantascienza).

Muovendosi tra grottesco, paradossi ed ironia, Vonnegut ripercorre la propria personale esperienza di prigioniero americano in mano ai tedeschi e di testimone oculare della distruzione della città. Il suo racconto, visionario, apparentemente leggero e quasi infantile, ha uno stile da parabola evangelica, segnato com'è da formule che tendono a ripetersi (ad esempio, il fatalista "Così va la vita", che scandisce e in un certo senso "normalizza" tutti gli episodi più tragici, come per evitare di indugiare sul dolore) e dall'assoluta semplicità e schiettezza del personaggio principale, che forse è un mitomane, o più probabilmente è impazzito a causa della guerra, o magari ha ragione, e viaggia davvero nel tempo, e davvero ha conosciuto i Tralfamadoriani. Il risultato è un romanzo un po' folle, come folle è la distruzione di cui l'autore e, attraverso i suoi ricordi, il suo protagonista sono stati testimoni.

venerdì 13 novembre 2009

E' non è



Da La cura del tempo (2003), il quarto album di Niccolò Fabi, una delle canzoni più belle che il cantautore romano abbia composto (ovviamente, questa è un'opinione personale).

giovedì 12 novembre 2009

E ancora...

...questa settimana ho imparato tante cosine molto interessanti su 1) particolari pavimenti che generano energia elettrica (grazie a delle ingegnose mattonelle che si caricano se calpestate, un'idea che mi è davvero piaciuta molto) e su 2) come spostarsi e viaggiare in modo sostenibile.

martedì 10 novembre 2009

Per fare il punto

Negli ultimi dieci giorni mi sono occupata di:

- mini-giardini domestici (anche se il passaggio dalla teoria alla pratica mi lascia un po' perplessa);
- "letti da sogno" griffati;
- viaggi d'altri tempi in compagnia di un simpatico asino iper-tecnologico;
- dispositivi per produrre energia eolica sul tetto di casa;
- l'adesione del Gruppo Gucci alla campagna in difesa delle foreste pluviali indonesiane;
- Las Vegas ed edilizia sostenibile (sarà mai possibile???).

lunedì 9 novembre 2009

Good Bye, Lenin!

Oggi si celebra il ventesimo anniversario deella caduta del Muro di Berlino, e a me è tornato in mente Good Bye, Lenin!, un film tedesco del 2003 ambientato tra il 1989 e il 1990. La pellicola racconta la storia di un'attivista della DDR caduta in coma per via di un attacco di cuore poco prima del 9 novembre 1989, e quindi inconsapevole degli eventi che stanno cambiando la storia del suo paese. Al suo risveglio, a distanza di alcuni mesi, e per evitarle uno shock che potrebbe risultarle fatale, il figlio Alex finge che la Germania Est sia ancora in piedi, e cerca in tutti i modi di ricostruirle intorno un mondo pre-caduta del Muro, con tanto di telegiornale nazionale socialista.

Il film è nello stesso tempo tenero, malinconico e divertente, e mostra sia la facilità di adattamento dei giovani alla nuova realtà che le contraddizioni e le lacerazioni che la presenza del Muro ha generato nelle esistenze e nella quotidianità dei berlinesi dell'Est. Alcune scene sono decisamente buffe - basti pensare all'invenzione della "Coca-Cola socialista"- mentre è particolarmente toccante la sequenza in cui la madre di Alex "scopre" la nuova Germania riunificata. Purtroppo ho trovato solo un trailer in tedesco con i sottotitoli in inglese, dovrete accontentarvi!

venerdì 6 novembre 2009

Got it?



Dalla serie americana 30 Rock (la serie televisiva comica che vede protagonista Tina Fey, che qualche tempo fa abbiamo apprezzato per la sua esilarante - e molto somigliante - imitazione di Sarah Palin) un'idea per il costume da indossare ad Halloween: perché non vestirsi da "senatore italiano"?

giovedì 5 novembre 2009

A Natale puoi

Penserete che sia un po' presto per un post natalizio. Eppure, stando al catalogo di accessori, decorazioni e idee regalo che mi è appena stato recapitato, sembrerebbe proprio di no. E comunque, resta il fatto che, se si vuole preparare ogni cosa con cura, e non ritrovarsi a dover fare tutto il pomeriggio del 24 dicembre, con la sensazione persistente di aver dimenticato qualcosa di fondamentale e ripetendo a se stessi che il prossimo anno si cambierà registro, può risultare utile iniziare a pensare a regali e regalini con un discreto anticipo. Specie se le feste natalizie tendono a deprimervi o se siete dei piccoli Scrooge pre-redenzione.

Ma torniamo al catalogo di cui sopra. L'ho sfogliato per qualche minuto e devo dire che l'ho trovato a suo modo molto originale. Oltre a cosine piuttosto curiose (tipo il mini abito natalizio in poliestere da indossare a Capodanno, in luoghi iper-riscaldati, suppongo, data la scollatura, o un indefinibile porta-banana in plastica per mantenere il vostro frutto integro in vista del prossimo spuntino - immaginando che tutti girino con delle banane nella borsa o nello zaino) mi sono imbattuta in un oggetto di uso molto quotidiano declinato in tutti i modi possibili, immaginabili e persino inimmaginabili (nel senso che io non ci avrei mai pensato): la carta igienica.

Ora, non voglio fare la Littizzetto della situazione e stare a ripetere l'aneddoto di Britney Spears e dei 2500 dollari mensili spesi in carta igienica griffata Louis Vuitton, ma qualcuno potrebbe spiegarmi qual è il senso profondo del rotolo di carta igienica recante una delle seguenti decorazioni: 1. abeti natalizi riccamente addobbati; 2. babbi natale (in primo piano, a figura intera o seduti su un WC, a seconda dei casi); 3. stelle dorate e/o palline colorate; 4. schemi per il sudoku? (ok, il sudoku non è prettamente natalizio, ma l'idea di metterlo sulla carta igienica - e, soprattutto, l'idea che qualcuno possa dedicarsi a risolverlo mentre è in bagno - mi dà comunque da pensare). Per non parlare poi del porta-rotoli natalizio ispirato al vestito e agli stivali di Babbo Natale o degli stampini per biscotti a forma di Gesù Bambino, Madonna, San Giuseppe, Re Magi ed altri personaggi del presepe, ad uso e consumo dei duri e puri delle feste.

Non vorrei trarre conclusioni affrettate o lanciarmi nella logora e abusata tiritera sul consumismo, né fare del prevedibile moralismo o chiamare in causa lo spirito del tempo e altre menate sociologico-filosofiche. Ma, ecco, non avete l'impressione che si stia un pochino esagerando?

mercoledì 4 novembre 2009

Appello

Cercasi disperatamente un'anima di buona volontà che spieghi una volta per tutte ai nostri politici e ai nostri giornalisti (e a tutti quelli che hanno le idee un po' confuse) che la Corte europea dei diritti dell'uomo non è un'istituzione dell'Unione Europea (e, già che ci siamo, anche che il Consiglio d'Europa non va confuso con il Consiglio europeo né con il Consiglio dell'Unione Europea).

Un buon glossario delle istituzioni europee (comprese alcune di quelle che non fanno capo alla UE) si trova qui.

martedì 3 novembre 2009

No, non era quello dei jeans

Un anno fa il blog aveva festeggiato i 100 anni del prof. Claude Lévi-Strauss, filosofo, etnologo e antropologo di fama mondiale. Lo scorso week-end, Lévi-Strauss è morto, a poche settimane dal suo 101esimo compleanno - lo ha reso noto oggi l'Ecole des hautes études en sciences sociales.

lunedì 2 novembre 2009

Lo scarabeo di Wittgenstein

(...) la sperimentazione mentale riguarda l'immaginazione, e ne sfrutta il potere anarchico, al servizio dell'intelletto.

Tornare alla filosofia, in assenza di implicazioni/complicazioni lavorative, fa sempre un certo piacere: è un po' come tornare a casa di mamma e papà per le vacanze di Natale (e, ovviamente, senza portarsi del lavoro dietro, altrimenti non vale). E Lo scarabeo di Wittgenstein e altri classici esperimenti mentali di Martin Cohen (editore del The Philosopher) è un modo gradevolmente soft per rientrare temporaneamente all'ovile, dato che si concentra su uno degli aspetti più fantasiosi (ma non per questo meno significativi o rigorosi) della storia della filosofia: gli esperimenti mentali.

Cohen interpreta il concetto di "esperimento mentale" in senso piuttosto ampio, prendendo in considerazione anche le sue formulazioni ante litteram: dai paradossi di Zenone (avrete sentito parlare della gara di piè-veloce-Achille con la tartaruga...) al mito della caverna di Platone, fino ad arrivare ai giorni nostri e a formulazioni e dibattiti sempre più complessi e intricati. Il risultato è un interessante repertorio di 26 esperimenti mentali, più o meno noti, di cui vengono offerte una breve esposizione e una spiegazione che ne evidenzia eventuali debolezze e punti di forza. Gli esempi sono preceduti da un'introduzione che inquadra storicamente fortune e sfortune, sostenitori e detrattori di questa particolarissima tradizione filosofica e sono seguiti da quella che potremmo definire una "mini-guida al laboratorio mentale", ad uso e consumo di aspiranti sperimentatori. Il tutto in un linguaggio non eccessivamente tecnico, ma fluido e talvolta persino ironico (segno che la filosofia può anche essere spiritosa).

Tra gli autori di esperimenti mentali troviamo Bertrand Russell, generalmente conosciuto per il paradosso del barbiere, e che, oltre ad occuparsi di filosofia e matematica, è stato anche un apprezzabile divulgatore scientifico (se vi capita, leggetelo, è molto gradevole). Russell viene citato da Cohen per aver preso in prestito da Tommaso d'Aquino il problema del "cannibale cattolico". Vale a dire: cosa accadrà nel giorno del giudizio (e della risurrezione dei corpi) ad un cannibale figlio di cannibali che si sia sempre e solo nutrito di carne umana? Quale corpo gli sarà restituito, visto che ogni particella che lo compone deriva da corpi altrui? E quale corpo sarà invece restituito alle sue vittime? Un buon rompicapo, che di certo ha divertito, e molto, un agnostico come Russell. Oltretutto, andando fuori tema, mi piace ricordare che Russell è lo stesso che criticava il pensiero induttivo ricorrendo all'esempio del pollo, che ogni giorno si aspetta di essere nutrito, anche nel giorno in cui il contadino ha deciso di servirlo per cena.

Nel volume troviamo anche il discusso caso del "violinista inconscio", elaborato da Judith Jarvis Thomson per affrontare il tema dell'aborto e affermare che la donna è l'unica autorità che può decidere se garantire o meno il supporto vitale, non avendo il dovere assoluto di "mantenere" un altro. O quello della "nave di Salviati", esposto da Galileo Galilei nella seconda giornata del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo per spiegare come sia possibile che gli uomini non si accorgano di vivere su una sfera che ruota intorno al proprio asse nello spazio. O, infine, lo "scarabeo" (o coleottero, a seconda della traduzione) di Ludwig Wittgenstein, da cui il volume prende nome. Si tratta di un esperimento mentale per il quale tutti gli uomini sono dotati di una scatolina chiusa, in cui c'è uno scarabeo che solo il possessore della scatolina può vedere. Dato che tutti associano il termine "scarabeo" alla creatura che hanno nelle rispettive scatole, senza poter vedere cosa c'è nelle scatole altrui, potrebbe anche accadere che allo stesso nome siano associati, da persone diverse, insetti o animali diversi. Ciò implicherebbe che alla medesima parola si possono attribuire più significati, e che quindi non c'è un nesso stabile tra la parola e il concetto.

Cohen cita anche uno dei principali sperimentatori del laboratorio mentale, Albert Einstein, così come David Hume, Isaac Newton, Ernst Mach... Insomma, vale la pena di dare un'occhiata, tanto più che il volume si presta sia ad una lettura ordinata, dall'inizio alla fine, che ad una lettura non lineare e persino cursoria, che consente a ciascuno di spulciare, di volta in volta, l'argomento che preferisce.

venerdì 30 ottobre 2009

This is Halloween



Credo che sia il periodo dell'anno giusto per rievocare The Nightmare before Christmas (1993), una delle storie migliori che la fervida immaginazione di Tim Burton abbia prodotto. Per chi non lo sapesse, le musiche sono di Danny Elfman, che lavora spesso in tandem con Burton e che ha composto il tema principale delle colonne sonore di numerosi film e telefilm, tra cui i Simpsons e Desperate Housewives.

martedì 27 ottobre 2009

Giochi ecosostenibili

[confesso che la bambina che è in me si è divertita moltissimo a condurre questa piccola ricerca]

È possibile abbinare l'acquisto di un giocattolo per il proprio bambino a criteri quali la sostenibilità ambientale e l'efficienza energetica? A prima vista, sembrerebbe un'impresa ardua: la vita di un giocattolo è generalmente breve, e molti sono destinati ad essere usati appena due o tre volte, per poi essere abbandonati e dimenticati. Eppure, ci sono alcuni giochi che hanno una maggiore durata... (continua su greenMe.it)

lunedì 26 ottobre 2009

Deaf Sentence - Il prof è sordo

Deafness is comic, blindness is tragic.

Desmond Bates è un professore universitario sulla sessantina, da poco andato in pensione e afflitto da una forma di sordità precoce che condiziona e ostacola i suoi rapporti interpersonali, condannandolo ad una sorta di silenziosa solitudine. Per questo, il protagonista inizia ad affidare i propri pensieri (e a confessare le proprie frustrazioni) ad un diario.

Tra equivoci, incontri curiosi (come quello con Alex Loom, un'ambigua dottoranda americana), delusioni e umiliazioni familiari e lavorative, difficoltà matrimoniali e un padre anziano e sempre meno capace di badare a se stesso, il romanzo ci invita a riflettere sull'invecchiamento e sulla morte (da cui il gioco di parole con death sentence, che sfugge al titolo della traduzione italiana), tracciando un percorso spiritoso, buffo (impagabili i fraintendimenti in cui il protagonista inciampa a causa della propria sordità), ricco di humor ma anche molto molto malinconico.

L'ambientazione più o meno universitaria e il coinvolgimento di studenti, docenti e ex docenti sono dei topoi dei romanzi di David Lodge (ne avevo già parlato qualche tempo fa, ricordando la trilogia costituita da Scambi, Il professore va al congresso e Ottimo lavoro, professore!), sempre scorrevoli, ricchi di situazioni spiritose e spesso costellati di riferimenti autobiografici. Nel caso di Deaf Sentence, il protagonista-alter ego di Lodge è un ex professore di Linguistica, un uomo che si è sempre occupato di linguaggio, e che quindi vive la sua sordità come una sorta di scherzo del destino. Anche perché la progressiva perdita dell'udito lo ha costretto ad abbandonare prima del tempo il suo lavoro, condannandolo ad una vita noiosa e ritirata, ponendolo in uno stato di inferiorità (sia psicologica che economica) rispetto alla seconda moglie, giovanile, attiva e in carriera, e facendogli vivere le occasioni mondane come degli autentici supplizi.

L'incontro apparentemente casuale con Alex, una giovane e avvenente americana trasferitasi in Inghilterra per ragioni di studio, introduce un misterioso diversivo nella routine di Bates. Alex gli chiede di farle da supervisore nella stesura di un'originale tesi di dottorato sulle lettere d'addio lasciate dai suicidi, argomento che il professore in pensione trova sia morboso che pericolosamente affascinante. Così come lo lusinga il fatto che la giovane dottoranda si sia rivolta proprio a lui, un pensionato ultrasessantenne e, per giunta, sordo. Com'è prevedibile, ben presto la situazione si complica, in un crescendo di richieste ambigue e non-detti. Ma mi fermo qui, per non privarvi del piacere della scoperta.

Nel suo diario Bates racconta del proprio handicap e degli avvenimenti che, più o meno inaspettatamente, finiscono per coinvolgerlo, spesso citando altri sordi famosi, tra cui Goya, Beethoven e Philip Larkin, uno dei poeti preferiti da Lodge, e riflettendo di volta in volta sulla vita, sulla morte, sulla perdita dei propri cari (il protagonista e suo padre sono entrambi vedovi) e sul decadimento fisico. Il risultato è un romanzo piacevolissimo, che si legge velocemente, che spesso fa sorridere ma che evoca, nello stesso tempo, nostalgia e rimpianti. Desmond Bates mi fa pensare al Philip Swallow di Ottimo lavoro, professore!: un uomo dal passato brillante ma ormai stanco, sordo e in piena decadenza sia fisica che professionale. Ciononostante, non siamo di fronte ad un romanzo pessimista, al contrario: come afferma lo stesso protagonista, la sordità, in fondo, è comica, e solo la morte è tragica. Finché c'è vita, c'è sempre la possibilità di sperare.

Post collegati:
Small World: an Academic Romance

venerdì 23 ottobre 2009

mercoledì 21 ottobre 2009

A volte ritornano...

[...ma con molta, molta calma... Per oggi mi limito ai link]

Sarebbe splendido svegliarsi ogni mattina in perfetta forma, con un aspetto fresco e rilassato. Ma, si sa, bellezza e benessere vanno accuratamente coltivati giorno per giorno. Meglio ancora se ricorrendo a rimedi perfettamente naturali, più economici e più ecosostenibili di una beauty farm... (continua su greenMe.it)

venerdì 9 ottobre 2009

Yellow



Secondo singolo estratto da Parachutes (2000), l'album di esordio dei Coldplay. Purtroppo non ho trovato su YouTube una versione migliore di questa e quindi la posto, nonostante non mi piacciano molto i sottotitoli e l'immagine deformata... Dato che ci sono, diramo anche un avviso ai naviganti: il blog rimane fermo per una decina di giorni, causa trasferta estera della blogger, e torna intorno al 19 ottobre. Statemi bene!

giovedì 8 ottobre 2009

Idee per il cambio di stagione

[nonostante faccia ancora abbastanza caldo, bisogna ormai pensare a mettere via le magliette per fare spazio ai maglioni]

Più o meno due volte all'anno ci troviamo di fronte alla necessità di rivedere e di aggiornare il nostro guardaroba, per prepararci al passaggio dal caldo al freddo (o viceversa) e rendere i nostri armadi più funzionali alla nuova stagione. Anche perché nelle nostre stanze ci sono molte più cose di quante siano davvero necessarie... (continua su greenMe.it).

martedì 6 ottobre 2009

Burn after reading

Prendete un agente della CIA "dimesso"; sua moglie, una pediatra altezzosa, fredda e piuttosto insopportabile; l'amante di lei, un adultero seriale pedinato da una misteriosa macchina scura; una personal trainer ossessionata dalla chirurgia estetica e il suo collega e amico, un giovanotto belloccio, gradasso e un po' scemotto; aggiungete un file di memorie di lavoro scambiato per un importante segreto di stato, mettete sullo sfondo una palestra, uno scantinato e un'Ambasciata russa e avrete fatto Burn after reading, l'ennesima commedia-rompicapo dei fratelli Coen.

Credo che la morale della favola sia che il mondo è retto dal caos e dal caso, per cui dalla somma delle azioni dei singoli personaggi discendono conseguenze inimmaginabili e inspiegabili. In questo caso, un'improbabile eterogenesi dei fini fatta di fraintendimenti, leggerezze e dimenticanze conduce ad una spirale di delitti assolutamente insensata, di cui un qualsiasi osservatore all'oscuro della miriade di piccoli meccanismi che l'hanno innescata non riuscirà mai e poi mai a venire a capo. Non a caso, il film si conclude con il direttore della CIA che riflette sull'insegnamento tratto dall'intera vicenda, dicendo "Che casino, non lo so, forse abbiamo imparato a non farlo più... anche se non so che cosa abbiamo fatto... che casino". Difficile dubitarne, solo lo spettatore cinematografico, consapevole di tutte le azioni dei personaggi, può ricostruire per intero l'ingarbugliatissima vicenda. A partire dal file di memorie di lavoro che dal PC di casa dell'ex agente CIA, per una serie complicatissima di passaggi, finisce nelle mani dei due personal trainer, così sprovveduti da sperare di ottenere un premio in denaro dalla sua restituzione.

Insomma, siamo costantemente sul filo dell'assurdo, della farsa e dell'imprevisto, un po' come in tutti i film dei Coen, che possono piacere o meno (ad essere sinceri, a me non piacciono granché), ma che di certo sono originali. E in alcuni casi si fanno davvero ricordare (come L'uomo che non c'era, che a me ha fatto venire un gran magone, a suo tempo). Quanto al cast, beh, non è niente male, visto che ci sono John Malkovich in versione manie-di-persecuzione, George Clooney in versione pervertito-totale, Brad Pitt in versione beota, Tilda Swinton in versione odiosissima-moglie-in-carriera e Frances McDormand in versione "devo rifarmi naso, seno, fianchi, mento, guai a voi se provate a fermarmi!".

lunedì 5 ottobre 2009

Riepilogo

Durante il mese di settembre, tra le tante cose (a volte persino un po' troppe - o forse è l'autunno che mi sentire di più la fatica), mi sono occupata di:

- curiosi depuratori d'aria (che proprio da giovedì prossimo saranno sul mercato, e pare anche che funzionino...);
- inquinamento dell'aria all'interno nelle nostre case (una prospettiva piuttosto inquietante...);
- stufe a pellet (con grande gioia di mio padre, che del pellet è diventato un paladino e che si rivela sempre una utile fonte di informazioni...);
- riciclaggio del vetro;
- di green economy (più o meno...);
- scuola, zaini e oggetti da portare con sé al rientro dalle vacanze estive.

Ah, per quanto riguarda l'immagine in alto a sinistra: azalee e rododendri sono piante con elevata capacità di assorbimento di sostanze tossiche (non esattamente dei depuratori d'aria naturali, ma poco manca). Alla fine, tutto (più o meno) torna...

venerdì 2 ottobre 2009

Nine Million Bicycles



Dal secondo album di Katie Melua, Piece by Piece (2005), una ballata romantica ispirata alle numerosissime biciclette che girano per Pechino.

giovedì 1 ottobre 2009

La furia degli elementi

Martedì mattina ho sentito alla radio di un disastroso tifone che per diversi giorni si è accanito sul Vietnam, sulle Filippine e sulla città di Manila, causando numerose vittime. Poi c'è stato il violento terremoto nelle isole Samoa, seguito da un distruttivo tsunami. E poi, a strettissimo giro di posta, è arrivato anche il terremoto in Indonesia, nell'isola di Sumatra.

Di fronte a tutto questo, non posso non pensare a quante catastrofi e tragedie colpiscono quotidianamente i diversi angoli del mondo, passando quasi del tutto inosservate altrove.

mercoledì 30 settembre 2009

Dall'otto al nove: Scrubs

Una buona blogger dovrebbe non solo commentare quello che più le piace e dare qualche notiziola ogni tanto, ma anche aggiornare i propri post, se necessario. Dato che questa mattina sono piena di buona volontà e di ottime intenzioni, faccio un tentativo per accreditarmi come "buona blogger" (anche se non credo che l'esperimento durerà moltissimo...).

Qualche tempo fa, vi avevo raccontato dell'ottava serie di Scrubs, lamentandomi un po' del finale-non-finale (nel senso che l'ultima puntata era stata concepita e girata come conclusiva, ma la ABC aveva comunque deciso di rinnovare la serie per una nona stagione).

La nona stagione ci sarà, inizierà a fine 2009 e vedrà alcuni importanti cambiamenti non solo nel cast, come era prevedibile, ma anche nella location: la scena non sarà più esclusivamente al Sacro Cuore, ma comparirà anche una scuola di medicina in cui Turk e Cox lavorano come professori e i cui studenti si avvicenderanno nel "vecchio" ospedale, creando nuove gag (speriamo esilaranti come quelle del passato...). Ad occhio, l'idea di cambiare un po' i luoghi della storia mi sembra buona, così da evitare il rischio di un clone e in modo da non dover snaturare la trama.

Della "vecchia guardia", J.D. e Elliot (che a fine ottava serie erano finalmente andati a vivere insieme - e speriamo che non cambino idea...) compariranno in sei puntate (su un totale di 13), mentre dell'infermiera Carla (la moglie di Turk, uno dei pilastri delle passate otto stagioni) non si hanno ancora notizie certe (si spera possa essere ospite in almeno una puntata). Per il resto, ci saranno molte facce nuove, soprattutto giovani studenti di medicina.

Non so se verrò smentita dai fatti, ma al momento mi pare di poter dire che siamo di fronte ad un'altra serie (che avrebbe anche potuto chiamarsi in un altro modo): non credo sia negativo, anzi, forse è la cosa migliore che gli autori potessero fare, anche pensando ai fan e agli affezionati del 'vecchio' format e dei suoi personaggi 'storici'. Staremo comunque a vedere. E, se avrò un altra parentesi da "buona blogger", non mancherò di girarvi qualche notiziola fresca.

Post collegati:
Scrubs -The End
Scrubs, il (quasi) finale perfetto
ER, quindici anni in prima linea
Televisione... in corsia

lunedì 28 settembre 2009

L'inattesa piega degli eventi

Dopo aver seminato tanto vento, nella primaversa del 1960 raccolsi la tempesta che meritavo.

Repubblica d'Italia, 1960, anno olimpico. Il Duce è agonizzante, i gerarchi si contendono la successione, e un rampante cronista sportivo coinvolto in una relazione adulterina con la figlia del suo datore di lavoro viene colpito da una inattesa quanto particolare ritorsione: per un mese dovrà seguire la Serie Africa, la lega del calcio eritreo, somalo ed etiope, nella Repubblica associata dell'Africa Orientale. E successivamente dovrà accompagnare in Italia la squadra che si sarà aggiudicata lo "scettro di Salomone" e si sarà guadagnata il diritto di partecipare al Sette Repubbliche, il torneo che porterà a Roma le vincitrici dei campionati della repubblica italiana e delle repubbliche amiche.

Non temete, avete capito benissimo: è il 1960 e Benito Mussolini, che ha governato l'Italia per ben 38 anni, vincendo la Seconda Guerra Mondiale al fianco degli Inglesi dopo aver rotto l'alleanza con i Tedeschi, aver esautorato ed esiliato i Savoia e marginalizzato il Papa, si sta spegnendo. L'Italia è nell'inquietudine: Balbo e Pavolini si contendono la successione, mentre il Comitato di liberazione cerca di sfruttare a proprio vantaggio le crepe apertesi nel Partito fascista. In tutto questo, Lorenzo Pellegrini, cronista trentenne del quotidiano sportivo bolognese Stadio, si ritrova prima ad Asmara e quindi ad Addis Abeba a seguire un campionato di calcio di cui non sa assolutamente nulla e in città colme di insidie e contraddizioni. Tra squadre di soli bianchi, come l'Audax e il Birra Venturi, a squadre miste e, spesso e volentieri, vittime di ingiustizie arbitrali, come il San Giorgio e il Garibaldi, il protagonista tocca con mano la difficile convivenza tra italiani e indigeni nelle ex colonie africane (ma anche tra Italiani-coloni e reduci di guerra, nuovi africani di fede fascista, e Italiani-discendenti di deportati; e tra indigeni-assimilati e indigeni-insofferenti): la diffidenza reciproca, il razzismo, le violenze, i soprusi, le bugie che si annidano nelle cosiddette "versioni ufficiali", la miopia di certi dirigenti, il controllo totale della stampa da parte della minoranza filo-governativa e i fermenti indipendentisti che l'approssimarsi della scomparsa del Duce rende sempre più visibili.

L'inattesa piega degli eventi di Enrico Brizzi è indubbiamente un romanzo originale: a partire dall'elaborazione di una storia alternativa a quella reale, l'autore ricostruisce con dovizia di particolari un intero mondo, dalle mode agli avvenimenti (e disordini) politici di una dittatura in declino; dal calcio, vero grande protagonista del romanzo, alle contaminazioni culturali e alle credenze mistico-religiose degli abitanti del corno d'Africa. Il tutto senza abbandonare un tono leggero, assicurato alla narrazione in prima persona, dall'indole scanzonata, donnaiola e un po' incosciente del protagonista e dalla pittoresca caratterizzazione dei comprimari. La descrizione delle partite, poi, mi ha ricordato molto le strabilianti telecronache Holly e Benji (soprattutto, il valore e le prodezze di alcuni campioni indigeni richiamano il sogno della squadra giapponese di vincere il Mondiale sovvertendo ogni pronostico).

Insomma, se per voi Brizzi è da sempre "quello che ha scritto Jack Frusciante", vi conviene leggere questo romanzo: devo confessare che io non l'avrei mai fatto, se non mi fosse stato consigliato dal dottor G., e mi sarei persa un buon libro. Davvero.

venerdì 25 settembre 2009

A Groovy Kind of Love



Dagli anni Sessanta, quando è stata composta, questa canzone ha conosciuto numerosissime versioni: questa è quella di Phil Collins (1988).

mercoledì 23 settembre 2009

From Zero

Fromzero.tv: la vita quotidiana di una tendopoli abruzzese raccontata giorno per giorno via video.

Un bel progetto per seguire il difficile cammino degli Aquilani verso la ricostruzione e la normalità.

martedì 22 settembre 2009

Live o non live, questo è il problema

Il nuovo album dei Muse, The Resistance, è uscito in Italia da pochi giorni, anticipato dal singolo Uprising. La scorsa domenica il pezzo è stato presentato all'interno della popolare trasmissione domenicale Quelli che il calcio. Dato che l'esibizione era in playback, i componenti della band inglese si sono divertiti a scambiarsi i ruoli (ad esempio, il cantante, Matthew Bellamy, si è esibito in improbabili virtuosismi alla batteria), e la cosa davvero buffa (o grave, a seconda dei punti di vista...) è che nessuno dei presenti se n'è accorto, neppure la conduttrice sedicente "esperta di musica". Insomma, guardare per credere.

lunedì 21 settembre 2009

Harry Potter e il principe mezzosangue

Era ora che anche questo blog dedicasse un po' di spazio al sesto capitolo cinematografico della saga del maghetto Harry Potter. Inizio col dire che nessuno dei sei film mi ha delusa, anche se alcuni li ho amati più di altri - ad esempio, il mio preferito resta il terzo, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, regia di Alfonso Cuàron: l'ho rivisto di recente ed è sempre un piacere. Di Harry Potter e il principe mezzosangue posso dire che è un film onesto, nel senso che intrattiene e non annoia. Anche se, secondo me, manca un po' suspense, vengono saltati alcuni passaggi logici e non ci sono colpi di scena degni di questo nome (e degni dei capitoli precedenti, che erano decisamente più coinvolgenti e inquietanti).

Insomma, forse c'era troppa carne sul fuoco e il regista (David Yates, lo stesso del quinto film) si è trovato a dover operare scelte e tagli che hanno finito per conferire al racconto la fisionomia di un serial tv per adolescenti. Messo momentaneamente in cantina il terribile Lord Voldemort e in secondo piano i crudeli Mangiamorte (con Helena Bonham-Carter, e cioè Bellatrix Lestrange, che fa la figura della psicopatica, come in quasi tutti i film della sua carriera), i giovanissimi personaggi principali sono straziati da profonde pene amorose: come se Hogwarts fosse un liceo americano, o il liceo francese di Primi Baci (una sdolcinata serie transalpina di cui si ricorderà solo chi ha più di venticinque anni...), né più e né meno.

Per carità, il risultato è comunque divertente, il film si lascia guardare e sul finale, come al solito, viene voglia di vedere al più presto il capitolo successivo (che è previsto per il prossimo anno, a quanto pare). Ma, ecco, magari metterci un po' meno Hermione gelosa e un po' più di duelli/scontri magici non sarebbe stato male...

venerdì 18 settembre 2009

Un gran colpo



Grazie ad un guasto non ancora identificato nella linea telefonica, la qui presente blogger è senza internet da ben quattro giorni, né sa quando potrà tornare alla normalità. Per il momento, si consola caricando sul blog questo capolavoro di Federer agli ultimi US Open. Buon fine-settimana a tutti!

lunedì 14 settembre 2009

Trilogia di New York

Come ha detto qualcuno, le storie capitano solo a chi le sa raccontare. Analogamente, forse, le esperienze si presentano solo a chi è capace di viverle.

Trilogia di New York di Paul Auster si compone di tre mini-romanzi - Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa - solitamente etichettati come 'detective-stories'. Si tratta di tre storie metropolitane accomunate dallo sfondo - una New-York multiforme, surreale e molto varia - e da personaggi enigmatici, una buona dose di claustrofobia, nomi ricorrenti, errori di valutazione, scambi di identità e un mistero difficile da decifrare (e comunque, vi avverto: giunta al terzo romanzo avevo perso in partenza la speranza di decifrare alcunché...).

Se per 'detective-stories' intendiamo il fatto che qualcuno cerca di capire qualcosa o di ritrovare qualcuno, ok, la definizione può anche calzare. Tuttavia, sia ben chiaro, in nessuno dei tre racconti c'è una verità finale da raggiungere o da assaporare (come invece, lo confesso, piace tanto a me...). Al contrario, la 'verità', o qualsiasi cosa si intenda per essa, non è di per sé importante. E' il contorno quello che più conta, l'ambiguità dei personaggi e il riflesso che ogni situazione e ogni conversazione - dalla più piana alla più bizzarra - ha sull'animo di quello che, di volta in volta, è il protagonista: lo scrittore, vedovo e detective improvvisato Quinn di Città di vetro; il detective professionista Blue di Fantasmi; l'io narrante, critico letterario (o recensore) e - anche qui - detective improvvisato, di La stanza chiusa.

Tra misteri, grovigli, bugie e dotte citazioni letterarie, le storie procedono in modo assolutamente imprevedibile fino all'enigma finale, vale a dire, a un epilogo molto molto aperto che può risultare interessante o deludente a seconda delle aspettative che si sono riposte nel racconto. Insomma: se avete inziato a leggere con l'idea di avere davanti un giallo o un thriller (o una detective-story nel senso più letterale dei termini), il finale vi lascerà interdetti e un po' delusi. Meglio affrontare la lettura senza preconcetti, aprendosi a tutte le possibilità ed elidendo la logica (la propria, dando invece spago a quella, spesso piuttosto contorta, dei personaggi).

Tra le varie risorse e i vari espedienti a cui l'autore attinge, mi è parso molto interessante l'inserimento, in Città di vetro, della storia di un bambino cresciuto al buio, in silenzio e in totale isolamento perché potesse essere in condizione di parlare la "lingua di Dio", la lingua universale dell'umanità, perduta con la torre di Babele: una specie di versione aggiornata del bambino-lupo (come ne L'enfant sauvage di François Truffaut) che tanto piace agli antropologi o dell'inquietante biografia di Kaspar Hauser.

Infine, sarà un tratto tipico degli scrittori americani, ma nel primo dei tre romanzi Auster compare anche come personaggio, insieme alla seconda moglie e al figlio: come dire, un po' di sana autoreferenzialità non guasta mai...

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Moon Palace


sabato 12 settembre 2009

Il cuore neroverde

L'Aquila rugby pò vince o pò perde,
Me batte sempre ju core neroverde.
L'Aquila rugby sul campo s'envola,
Quanno te guarda la gente s'ennamora...

Ieri i ragazzi de L'Aquila rugby sono tornati in campo. E' stata una festa triste, un piccolissimo passo in vista di un non-imminente ritorno alla normalità. Al di là delle promesse, del teatrino politico, dei proclami, della lotta contro le follie della burocrazia e anche al di là del coraggio, della tenacia e degli sforzi degli aquilani, ci vorranno anni perché la città possa tornare se stessa - sempre sperando che un giorno possa somigliare almeno un po' a quello che è stata.

E poi ci sono le ferite che non si rimargineranno mai, le persone che non ci sono più. E, tra gli innumerevoli disastri, c'è un enorme angolo vuoto là dove una volta sorgeva una palazzina di quattro piani. Comunque vada, nulla sarà mai più come prima.

Oggi su La Stampa.it trovate un bell'articolo sul ritorno in campo de L'Aquila rugby 1936: La prima meta al terremoto.

venerdì 11 settembre 2009

Because of you



Più o meno due settimane fa eravamo in auto, la radio passava You'll follow me down (1999) degli Skunk Anansie e mi sono chiesta che fine avesse fatto questa band, che bene o male aveva accompagnato la mia adolescenza anni Novanta. In quell'occasione il Ragazzo mi aveva ricordato che si erano sciolti da alcuni anni e che la cantante, Skin, aveva anche intrapreso una carriera da solista.

Comunque, ho appeno scoperto che i quattro membri della band hanno fatto pace (se mai avevano discusso o litigato) e sono tornati a comporre e suonare insieme, dato che il prossimo novembre uscirà la raccolta Smashes and Trashes, anticipata da questa Because of You.

mercoledì 9 settembre 2009

Un'idea per convolare a giuste nozze

[Ok, questo pezzo è relativamente vecchio, ma la prossima settimana una delle mie amiche 'storiche', nonché compagna di banco del liceo, si sposa, e quindi mi sento molto molto in tema!]

Se c'è un momento della cerimonia nuziale a cui nessuna coppia di sposi, neppure quella più eccentrica, stravagante e meno affezionata alla tradizione, rinuncerebbe mai, è lo scambio delle fedi... (continua su greenMe.it)

martedì 8 settembre 2009

Nucleare sì, no, forse

Ultimamente si fa un gran parlare di nucleare, ma la maggior parte dei discorsi è propagandistica o approssimativa. Se volete, qualche dato e qualche spunto di riflessione in più lo trovate qui.

lunedì 7 settembre 2009

Il complotto contro l'America

(...) lo svolgersi dell'imprevisto era tutto. Preso alla rovescia, l'implacabile imprevisto era quello che noi a scuola studiavamo con il nome di "storia", la storia inoffensiva dove tutto ciò che nel suo tempo è inaspettato, sulla pagina risulta inevitabile. Il terrore dell'imprevisto: ecco quello che la scienza della storia nasconde, trasformando un disastro in un'epopea.

Ne Il complotto contro l'America, Philip Roth immagina e racconta una storia alternativa, nella quale le elezioni americane del 1940 vedono trionfare l'isolazionista e antisemita Charles A. Lindberg, contrario all'intervento degli USA nella Seconda Guerra Mondiale e pronto all'alleanza con la Germania nazista, sul democratico Franklin D. Roosevelt. Per la comunità ebraica americana è l'inizio di un incubo, di una vera e propria escalation xenofoba, che si manifesterà nel progressivo riaffiorare di antichi pregiudizi, per poi concretizzarsi in veri e propri atti di violenza silenziosamente accettati dalle autorità.

Il romanzo segue lo svolgersi degli eventi attraverso lo sguardo del piccolo Philip Roth - come sappiamo, Roth-scrittore tende spesso volentieri ad una compiaciuta autoreferenzialità... -, un bambino di otto anni di Newark, in New Jersey, che assiste stupito, incredulo e spaventato allo sgretolarsi del mondo che conosceva e al venire meno delle proprie certezze infantili. Ben presto, infatti, la crisi politica e civile investe la sua stessa famiglia, giungendo al punto di dividerla: da un lato, il padre di Philip, convinto dell'inaffidabilità e della pericolosità di Lindberg - che prima o poi mostrerà il proprio vero volto - e pronto a profetizzare un futuro a tinte fosche; dall'altro, il fratello maggiore Sandy, sedotto dal mito del Presidente-eroe dell'aviazione e pronto a cedere alla novità e alle lusinghe del "programma di assimilazione degli ebrei americani", supportato in questo dalla zia materna, futura moglie di un potente rabbino molto vicino alla Casa Bianca.

Di fatto, sul modello della famiglia Roth, gli ebrei americani si trovano divisi in due partiti contrapposti: gli anti-Lindberg, scettici e preoccupati per via dell'alleanza con i tedeschi e delle convinzioni antisemite del neo-Presidente; e i pro-Lindberg, spesso appartenenti alle classi più abbienti ed entusiasti promotori della cosiddetta "americanizzazione" degli ebrei. Se i primi tacciano i secondi di cecità e di connivenza con il nemico, i secondi accusano i primi di soffrire di ataviche manie di persecuzione e di votarsi all'isolamento e alla sofferenza. Nel clima di confusione e di contrapposizione generale che si è creato i rapporti interpersonali finiscono per deteriorarsi, ogni espressione di dissenso viene osteggiata, perseguita e variamente repressa dalle autorità e comincia lo smembramento delle comunità ebraiche, attraverso lo spostamento coatto di intere famiglie in regioni abitate da soli WASP. Insomma, siamo di fronte ad una storia alternativa decisamente cupa, nella quale gli Stati Uniti d'America rischiano di emulare la Germania nazista.

Roth descrive dettagliatamente la genesi di un potere autoritario, a partire dalla costruzione del consenso e dalla progressiva marginalizzazione e delegittimazione di ogni voce critica. Ma il vero punto di forza del romanzo è il punto di vista interno alla famiglia - dal particolare al generale, per così dire. La crisi e la paura spazzano via l'ordine e il consueto gioco delle parti, mostrando tutti i limiti, le crepe e le debolezze di un nido domestico che il piccolo protagonista aveva sempre considerato integro e perfetto. E così capita di assistere allo scatto d'ira e alle lacrime di un padre fino ad allora quieto e composto; una madre casalinga decide, tutto ad un tratto, di trovarsi un lavoro e una sera, al culmine di una lite, schiaffeggia il figlio maggiore per la prima volta; un cugino orfano e un po' ribelle si arruola nell'esercito canadese per combattere la Seconda Guerra Mondiale e torna mutilato dal fronte; una zia arrivista rinnega le proprie convinzioni politiche e i propri affetti per calcolo e amore del potere.

Ovviamente, non posso dirvi come va a finire, se i danni vengono in qualche modo limitati e se c'è un finale vagamente lieto. Quello che posso dire, invece, è che il romanzo mi è piaciuto molto, a partire dall'idea di raccontare una storia impossibile, fondandola sul "cosa sarebbe accaduto se...": la curiosità del lettore viene tenuta desta e costantemente pungolata, la vicenda pseudo-storica si fa di pagina in pagina più densa, complessa e intrigante e l'effetto di immedesimazione è (astutamente) garantito dall'assunzione del punto di vista di un bambino. Sintetizzando al massimo il messaggio: Il complotto contro l'America è un romanzo che merita di essere letto.

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