venerdì 30 gennaio 2009

Omonimia ed effetti collaterali

Quasi quotidianamente, sentiamo parlare di 'caso Battisti' e di duello diplomatico con il Brasile. Se fino a pochi anni, mesi o, addirittura, giorni fa, l'italiano medio ignorava chi fosse questo Cesare Battisti, ora ne ha piena consapevolezza, ne conosce tutte le malefatte e ne desidera fortemente l'estradizione. Potere del bombardamento mediatico, che ormai stabilisce i tempi, i contenuti e i modi di ogni ricordo.

A questo punto, mi viene da supporre che, trovandosi di fronte ad una via o piazza Cesare Battisti di una qualsiasi città della penisola (ce ne sono diverse), l'italiano medio si troverà a strabuzzare gli occhi e a chiedersi, con allarme e costernazione, a chi mai sia venuto in mente di intitolare una strada cittadina ad un noto terrorista. Accadrà che, d'ora in avanti, il Cesare Battisti irredentista trentino e medaglia al valore militare, fucilato nel Castello del Buon Consiglio di Trento nel 1916, ad opera dell'esercito asburgico, sarà destinato ad essere irrimediabilmente confuso con un latitante vissuto a quasi un secolo di distanza. Curiosi effetti collaterali dell'omonimia e della scarsa cultura storica del nostro paese...

lunedì 26 gennaio 2009

Donne geniali

Sulla Première Dame de France, ha ragione la Littizzetto. Nasce ricca e bellissima, e già questo non è esattamente da tutte, anzi. Ad un certo punto, decide di fare la top model, con il risultato di diventare, in poco tempo, la più top del mondo. Poi, quando si stanca della passerella e dei flash, prova a darsi alla musica, produce tre album e vende milioni di copie, ottenendo anche riconoscimenti ufficiali. Qundi, approssimandosi ai quarant'anni, decide che è giunta l'ora di mettere su famiglia, e chi va a sposare? Ma il Presidente della République in carica, mica pizza e fichi! Che sarà anche bassino e bruttino, ma è pur sempre Monsieur le Président (oltretutto, era anche l'unico capo di stato del G8 sprovvisto di signora...).

C'è qualcosa di impressionante e di geniale nel curriculum di questa donna, e nel suo vasto repertorio di personaggi: dalla femme fatale di qualche tempo fa alla mogliettina innamorata e devota di ieri sera, passando per la trendsetter capace di sdoganare persino il viola e per la chanteuse dalla voce lievemente e gradevolmente roca. Insomma, una che arriva sempre dove vuole arrivare. Lo avevo già scritto qui sul blog: a suo modo, Carla Bruni è un genio!

E a noi donne normali non resta che consolarci con la parodia canora che ne ha fatto la Littizzetto ieri sera...

sabato 24 gennaio 2009

Buon vicinato

Per chiudere in bellezza questa movimentata settimana, ecco una delle scene più divertenti della quarta stagione di Desperate Housewives.

Dopo aver osservato uno strano movimento di uomini e soldi in casa propria, Gabrielle Solis arriva a credere che la sua nuova inquilina, Ellie, si prostituisca. Per smascherarla, idea un piano 'infallibile' e chiede aiuto ai vicini di casa gay, Bob e Lee. Ora, chiunque conosca un minimo la serie televisiva, sa che i piani 'infallibili' di Gabrielle non riescono quasi mai, e a farne le spese in questo caso sarà il povero Lee...




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venerdì 23 gennaio 2009

A ciascuno la card che merita

Adoro Venezia. Ad essere sinceri, l'ho riscoperta con il tempo, dopo un primo impatto non troppo entusiasmante ai tempi delle scuole medie. All'epoca, avevo avuto la sgradevole impressione di essere finita in una specie di paese dei balocchi ad uso e consumo di turisti giapponesi.

Successivamente, ci sono state molte altre occasioni ed altri viaggi, che hanno progressivamente stemperato il mio scetticismo, fino a quando la Sorellina non si è trasferita lì, ed io ho cominciato a vedere e a vivere la città in modo completamente diverso. Trovandola ogni volta straordinaria. E desiderando che venga tutelata e preservata come un bene unico ed inestimabile.

Detto questo, però, e precipitando, di conseguenza, dall'aulico al prosaico, la storia della WC (o pipì) Card mi sembra un tantino... esagerata...

mercoledì 21 gennaio 2009

Yellow style

Occuparsi dell'inaugurazione presidenziale di ieri sembra essere assolutamente d'obbligo. Così, nel fiorire di riflessioni, teorie e giudizi vari (a mio modesto avviso un tantino prematuri, dato che ritengo arduo valutare un mandato di quattro anni sulla base del primo discorso e delle prime 12 ore... aspettiamo almeno un paio di mesi - tanto, infatti, impiegò George W. a procacciarsi la prima crisi della sua carriera, con la Cina e per via di un aereo), cerco di dare un mio personalissimo contributo. Parlando di vestiti. No, non delle (pur dignitose) cravatte di Obama e Biden, rispettivamente rossa e azzurra, ma dei completi sfoggiati dalle loro signore.

La prima, doverosa premessa è che gli Americani non sono esattamente 'stilosi': basta guardare gli abiti indossati dalle dive di Hollywood ai Golden Globes e agli Oscar per capire che c'è qualcosa che non torna o, quantomeno, che noi Europei, e noi Italiani in particolare, abbiamo degli standard di eleganza un po' diversi. Forse più sobri, più essenziali, meno luccicosi. Insomma, Carla Bruni resta inarrivabile anche quando indossa delle ballerine, Grace Kelly si è perfezionata a Montecarlo, e Audrey Hepburn era nata in Belgio e aveva doppio passaporto, britannico e olandese.

La seconda premessa è che Michelle Obama è una donna molto molto alta, con spalle e bacino ampi e polpacci torniti. Di conseguenza, deve fare molta attenzione agli abiti che sceglie, onde evitare gli effetti 'colonna', 'chiatta' e 'statua della libertà'. Jill Biden è invece il contrario: così minuta da rendere il compito di vestirla relativamente semplice. Dico 'relativamente' perché, se il cappotto rosso sfoggiato ieri era assolutamente perfetto, quei calzettoni (o scaldamuscoli) neri e alti fino al ginocchio erano decisamente orridi. Chissà cosa voleva comunicarci la bionda signora (o il suo stylist di fiducia) con una scelta tanto ardita...

Tutto sommato, Michelle faceva una buona figura, indossando un abito da cocktail giallo damascato dalla linee essenziali, con cappotto coordinato. Il tutto completato da guanti verde oliva e più o meno impreziosito da qualche paillettes, che fanno storcere il naso a noi Europei ma che in US sono considerate piuttosto eleganti (de gustibus ecc. ecc.). Si trattava di una creazione di Isabel Toledo, stilista americana con base a New York ma di origini cubane: dopo il dominicano Oscar de la Renta, prediletto sia dalla signora Bush che dalla signora Clinton, un'altra matita caraibica sbarca alla Casa Bianca.

Tendo a non apprezzare i vestiti gialli, mi sembrano così finti, mettono molto in evidenza difetti e disarmonie, e fanno così tanto ballo della scuola anni Sessanta! Ciò nonostante, devo riconoscere che il completo della first lady non era troppo male. Meglio di molti precedenti. Soprattutto, bisogna ricordare che il giallo è una specie di 'classico' per gli Americani (ecco, non dimenticherò mai le damigelle giallovestite al matrimonio di una mia zia del New Jersey...), ed è abbastanza ricorrente anche nelle inaugurazioni presidenziali: lo avevano scelto, a loro tempo, anche le mogli di Lindon Johnson e di Richard Nixon.

Per il ballo serale, abito rosso (con apprezzabile coerenza) per la signora Biden (che ha finalmente mollato i calzettoni neri, Deo gratias) e avorio monospalla by Jason Wu per la first lady. Che, poverina, avendo fianchi larghi dovrebbe indossare tacchi decisamente alti ma, essendo già altissima di suo, non può osare oltre il mezzotacco, per evitare l'effetto 'colonna' di cui sopra (e perché sopravanzare il marito sarebbe un tantino antiestetico, e anche inopportuno, ora che lui è Presidente). Detto questo, io avrei comunque evitato il monospalla, perché mi piace la simmetria (motivazione soggettiva) e perché rende goffi se non si hanno un bel decolleté e delle belle spalle dritte (motivazione oggettiva).

La considerazione conclusiva riguarda le messe in piega, sia quella di Michelle che quella trapezoidale di Nancy Pelosi: con tutto quel vento, sono rimaste perfettamente su, quasi fossero di plastica. Non so che lacca abbiamo usato i rispettivi parrucchieri, ma sospetto che violi il protocollo di Kyoto.

martedì 20 gennaio 2009

W.: mitomania di un presidente

Oggi comincia ufficialmente l'era Barack Obama e si chiude, dopo otto anni mediamente sofferti, l'era George W. Bush: mi sembra il giorno perfetto per dedicare un post a W., il film biografico che Oliver Stone ha dedicato al 43esimo, controversissimo, Presidente degli Stati Uniti d'America.

E' difficile vedere in W. soltanto un film: le vicende che racconta sono troppo recenti, troppo 'calde', troppo drammatiche perché ci possa essere il necessario distacco emotivo, e perché lo spettatore possa superare il proprio personalissimo giudizio sul personaggio e guardare alla pellicola come ad un semplice prodotto artistico. Allo stesso modo, è difficile non stravolgere il senso del film compiendo la forzatura di considerare W. un atto di accusa, alla Fahrenheit 9/11, per intenderci.

Tentando di essere il più possibile obiettivi, W. è un film biografico, non un disastro né un capolavoro. Il racconto si dipana secondo un'alternanza di piani temporali, a partire però da un angolo visivo privilegiato: l'inverno del 2002-2003, con la pianificazione e la successiva attuazione della II Guerra del Golfo. E' come se nell'attacco all'Iraq, nella colpevole illusione di una guerra facile, rapida e indolore, tutti i nodi della personalità di quest'uomo potente ma mediocre e frustrato vengano finalmente al pettine, rivelando il vero motore e filo conduttore delle sue azioni e delle sue scelte: il difficile rapporto con il padre, un orgoglioso politico di razza diventato Presidente nel 1988. Quel Presidente che, durante la I Guerra del Golfo, aveva deciso di fermarsi alle porte di Baghdad, rinunciando a rovesciare Saddam Hussein, e che il figlio decide in un certo senso di 'vendicare'. Probabilmente per esserne rivalutato, per non essere più visto solo e semplicemente come lo "scapestrato e inetto Junior".

Giovane di buona famiglia ma dalla personalità debole e complessata, incapace di tenersi un lavoro e di scegliersi una carriera, nella necessità di ricorrere continuamente all'aiuto paterno, George W. vive all'ombra di un brillante fratello minore e di una gloriosa storia familiare, tormentato dall'idea di essere un fallimento. Fino a quando non scopre la fede, facendo di una religiosità veterotestamentaria e fondamentalmente manichea una nuova ossessione, una nuova valvola di sfogo per la sua personalità complessata e fondamentalmente infantile.

Intorno a George W. gravitano altri personaggi che hanno segnato la storia recente: uno spregiudicato e miope Dick Cheney, una compiacente Condoleezza Rice, uno scettico Colin Powell, uno sprezzante Donald Rumsfeld. Al punto da rivelare allo spettatore l'inquietante faciloneria con cui i potenti prendono decisioni che cambieranno il corso degli eventi, che determineranno la vita o la morte di migliaia di persone, che segneranno l'esistenza delle generazioni a venire. La banalità dell'errore, verrebbe da dire.

Stone tenta di conferire un'aurea tragica al rapporto padre-figlio, scivolando di tanto in tanto nell'eccessivo, come nella scena del sogno ambientato nella sala ovale, e lasciando allo spettatore una strana sensazione di sospensione e di incompiutezza, come se, alla fin fine, mancasse qualcosa. Come ho detto, non si tratta di un brutto film, al contrario, è piuttosto scorrevole e gli interpreti (dal protagonista Josh Brolin al padre James Cromwell), non sono male. Forse però era troppo presto per raccontare questa storia, così come è troppo presto per darne un giudizio distaccato. Anche perché, a conclusione della pellicola, quel che resta è la spiacevolissima sensazione che per ben otto anni un personaggio mediocre e un po' mitomane sia stato l'uomo più potente del mondo. Una sensazione deprimente, attenuata soltanto dalla consapevolezza che oggi si insedia un nuovo Presidente, e che si apre una pagina nuova. Se sarà migliore o peggiore, è fin troppo presto per dirlo. Ma almeno è nuova. E questo è già qualcosa.

sabato 17 gennaio 2009

Perché io valgo - Sì, ma quanto?

Pare che Katie Holmes sia riuscita a spendere 14 milioni di dollari in soli sei mesi. Ora, capisco che New York sia una città estremamente cara, ma anche da quelle parti ci saranno, che so, dei locali in cui si può cenare a meno di 7000 dollari... o sbaglio?

A questo punto, si sarebbe tentati di pensare che le performances newyorkesi della signora Cruise rappresentino il non plus ultra dello scialo creativo (già, perché per spendere 14 milioni di dollari in 6 mesi credo che occorra davvero mooolta fantasia... deve essere un'arte o, quantomeno, un talento naturale).

Ma qualcuno (che no, non è la signora Beckham) ha dimostrato di poter fare di meglio (o di peggio, a seconda dei punti di vista). In barba a crisi e recessione. E anche in barba a chi vive con pochi spiccioli al giorno.

Il Manchester City, infatti, ha offerto al Milan 120 milioni di euro, più o meno, per Kakà, garantendo al calciatore un compenso di 15 milioni a stagione (ora ne guadagna 9, e pare che per traslocare ne richieda 18). Evidentemente, dopo il Monopoli, gli sceicchi di Abu Dhabi hanno scoperto anche il Fantacalcio. E si stanno divertendo un mondo. Tra qualche annetto, se continuano di questo passo, allestire una squadra di calcio di serie A/Premier League o simili costerà l'equivalente di una manovra finanziaria. In barba.

venerdì 16 gennaio 2009

Questione di gap generazionale

Non si può non dare una chance ad una serie televisiva che negli Stati Uniti sta avendo un discreto successo e che guadagna spesso e volentieri le copertine dei periodici più glamour. E ancora, non si può non dare una chance ad una blogger: bisogna sostenere la propria categoria! Per questo, nonostante il mio intuito mi dicesse che no, non era proprio il mio genere, ho guardato ben due puntate di Gossip Girl. Per poi dare ragione al mio intuito e lasciar perdere, perché, appunto, non è il mio genere.

Da un lato c'è il format sentimentale-adolescenziale, che non ha mai sfornato serie che mi abbiano convinta o appassionata: da Beverly Hills 90210 a The O.C. , mi è capitato di guardare qualche puntata e poi bon, ho abbandonato i vari personaggi alle loro beghe, angosce e crisi da adulti navigati. Tuttavia, nel caso di Gossip Girl, non mi è sembrata soltanto una questione di format. Beverly Hills 90210 e lo stesso The O.C. avevano qualche guizzo o momento di ilarità; Gossip Girl, invece, mi è parso del tutto monocorde.

L'idea di partenza, quella della blogger anonima-voce narrante fuori campo (la 'gossip girl', appunto, che nella versione americana è Kirsten Bell-Veronica Mars) che racconta gli amori, le invidie, le ripicche e i tradimenti di questi ricchissimi giovinastri dell'Upper East Side newyorkese, è buona e piuttosto incoraggiante (e deriva da una serie di libri di discreto successo, da cui la serie televisiva ha tratto ispirazione). In Desperate Housewives e in Grey's Anatomy, ad esempio, la voce narrante è una vera e propria risorsa, nel senso che conferisce ad ogni puntata un qualcosa in più, che sia un tocco di ironia, di malinconia o anche di ridicolo. La gossip girl in questione, invece, non deve essere dotata di particolare inventiva, né di senso dell'umorismo, presenza di spirito o originalità: i suoi racconti sono piatti e abbastanza prevedibili. Insomma, c'è modo e modo di fare pettegolezzo, è il suo è piuttosto noioso. Ci si poteva aspettare, che ne so, una specie Cruel Intentions televisivo, e invece siamo su tutt'altro pianeta.

I protagonisti sono dei liceali decisamente ricchi, mediamente infelici e con problemi da adulti, muniti di genitori generalmente impresentabili e con problemi da adolescenti. L'ambientazione è la stessa di Dirty Sexy Money, con la differenza che lì il racconto era volutamente esagerato e grottesco, mentre in Gossip Girl tutti - dal giovanotto con chili di mascara, fondotinta e taglio di capelli improponibile, fino all'ex rocker ora gallerista d'arte; dalla reginetta-del-ballo-a-tutti-i-costi fino al genitore cocainomane e un po' vigliacco - si prendono dannatamente sul serio. Tra feste, shopping e menate sentimentali da soap, i vari personaggi e i vari genitori si mettono insieme e si lasciano, e si rimettono insieme e si rilasciano, e tutto quello che lo spettatore può dedurre da questo movimento costante di coppie è che non abbiano nient'altro di meglio da fare, nella loro vita, che mettersi insieme e lasciarsi. Poverini, che noia tremenda che deve essere, vivere nell'Upper East Side!

L'unica nota davvero positiva è che i personaggi, maschili o femminili che siano, sono mediamente vestiti molto molto bene, anche se il tocco glamour alla Sex and the City non giova troppo alla verosimiglianza narrativa (voglio dire: è raro vedere dei liceali vestiti bene, per lo meno, io ero un vero disastro, all'epoca, e devo dire che i miei amici non se la cavavano troppo meglio...). L'ultima questione è che, per la prima volta nella mia carriera di spettatrice televisiva, l'unico personaggio maschile che ho trovato indubbiamente affascinante non è uno dei protagonisti ma uno dei loro padri (sic). Questo potrebbe significare: 1) che sto inesorabilmente invecchiando, 2) che gli autori hanno sbagliato il casting, selezionando come 'paparino' uno che, al massimo, ha l'aspetto del fratello maggiore, 3) anche entrambe le cose, salto generazionale per me e casting approssimativo da parte degli autori.

Che dire, erano davvero altri tempi quelli in cui i genitori avevano l'aspetto bonario ma imbolsito del signor Walsh...

mercoledì 14 gennaio 2009

Solo per capire: i bus della discordia

Sarà che proprio in questi giorni sto lavorando ad un saggio su religione e ateismo nel Seicento, e sarà anche che da quasi nove anni mi occupo di prove e controprove dell'esistenza e dell'inesistenza di Dio nella filosofia moderna (cosa che mi appassiona moltissimo), ma devo ammettere che la Campagna bus dell'UAAR a Genova (così come quelle di Londra o Barcellona) non mi ha né stupita, né scandalizzata, né infervorata, né sconcertata, né delusa, né altro.

Ho trovato gli slogan abbastanza originali (There is probably non God. Now stop worrying and enjoy your life è forse più incisivo e spiritoso dell'omologo italiano La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno), e bon, è finita lì. Anche perché, quando ti alzi al mattino per andare al lavoro, non stai a chiederti cosa sarà scritto sull'autobus super affollato e super scomodo che dovrai prendere. Speri soltanto, da bravo/a illuso/a, che quell'autobus sia un po' meno affollato e meno scomodo del solito.

Il punto, secondo me, è che ciascuno ha il sacrosanto diritto di investire i propri soldi come meglio crede, nei limiti della legalità e del rispetto reciproco (a questo proposito, vale la pena di ricordare che l'idea del bus è nata a Londra come risposta all'iniziativa pubblicitaria di un gruppo evangelico: evidentemente, da quelle parti il proselitismo religioso o non-religioso passa spesso e volentieri per i mezzi di trasporto pubblici).

Personalmente, non vedo molta differenza tra pubblicizzare l'otto per mille o la campagna di tesseramento di una determinata campagine politica o, appunto, l'ateismo: come accade per tutte le pubblicità di questo tipo (pensate, che so, alla lotta infinita dei manifesti romani...), qualcuno la ignorerà, qualcuno sorriderà, qualcuno si indignerà, e ciascuno andrà più o meno avanti con le proprie convinzioni. Ecco, non penso proprio che ci saranno conversioni o ripensamenti di massa. Ma, efficacia o meno, vale la premessa: ciascuno ha il sacrosanto diritto di investire i propri soldi come meglio crede.

E basta con la solfa per la quale certi pensieri e certe riflessioni sia meglio coltivarli nel segreto proprio animo e non comunicarli agli altri, perché 'disdicevoli' o 'poco carini' o di probabile 'impatto negativo' (a questo proposito, mi viene in mente un episodio di Dirt, pungente serie televisiva sullo star system americano, in cui alla soubrette di turno, caduta in disgrazia in seguito ad un arresto per guida in stato di ebbrezza, si consiglia di rilasciare un'intervista riguardo alla propria conversione e alla scoperta di Dio, al solo fine di far risalire le sue quotazioni presso il pubblico - perché parlare di Dio è utile e mette sempre in buona luce).

Il 'credere' e il 'non credere' sono frutto di una riflessione e di un percorso personali, che nessuno dovrebbe avere il diritto di giudicare. E se un credente o un non credente ritengono giusto esternare le proprie scelte, comunicare il proprio pensiero e adoperarsi, con mezzi legittimi, per fare proseliti, che lo facciano pure. Insomma, libertà religiosa vuol dire anche libertà di non credere: altrimenti, che libertà sarebbe?

Ecco, questa è più o meno la mia opinione. Ora mi piacerebbe conoscere la vostra.

domenica 11 gennaio 2009

Amore che vieni, amore che vai

Non sono una fan delle commemorazioni, ma quando ci vuole, ci vuole. Anche perché questa è davvero una canzone poeticissima.

sabato 10 gennaio 2009

Un tuffo nel fantasy: Merlin

No way, there must be another Arthur, 'cause this one is an idiot!
Merlin

Non sono una fan del genere fantasy, e anche solo qualche settimana fa non avrei immaginato di poter scrivere un post come questo. Ma galeotte furono 1) la solita, impareggiabile BBC e 2) le vacanze natalizie...

E' andata più o meno così: per pura curiosità, una sera ho guardato una puntata della prima serie di Merlin, produzione televisiva BBC per ragazzi e famiglie ispirata al mito di Camelot. Non sospettavo neppure lontanamente che Italia 1 l'avesse già importata e avesse inziato a mandarla in onda a metà dicembre (con un tempismo davvero stupefacente). In ogni caso, dopo la prima puntata, non paga, ne ho guardata un'altra, poi un'altra e un'altra ancora, e via di questo passo fino ad arrivare alla tredicesima e ultima, al punto che ora non mi resta che attendere che mandino in onda la seconda serie, cosa che non accadrà, presumo, fino al prossimo settembre...

Come ho detto, non sono una fan del genere fantasy e solitamente sono infastidita da anacronismi e manipolazioni di racconti, storie e leggende. Tuttavia, Merlin mi è sembrata sin dalle prime battute una serie carinissima, a patto di prenderla per quello che è: un racconto fantasioso, di puro intrattenimento, senza pretese storico-letterarie (a differenza dell'hollywoodiano, orrido e pretenziosissimo King Arthur con Clive Owen e Keira Knightley). Il mito, infatti, viene recepito molto molto molto vagamente e liberamente nella trama.

Merlin e Arthur sono due coetanei ventenni: all'inizio della serie, il primo giunge a Camelot dal villaggio di Ealdor ed entra al servizio del secondo come servitore tutto fare, al solo scopo di vegliare su di lui e di proteggerlo, perché così è scritto nel suo destino. All'inizio, il principe Arthur si presenta come un giovanotto arrogante e presuntuoso, ma la sceneggiatura si sforza di redimerlo di puntata in puntata, facendogli dimostrare valore, onestà, senso del dovere e perfino buon cuore (di tanto in tanto...). Suo padre, re Uther (interpretato dal signor Giles di Buffy), è un sovrano decisamente ostinato e tirannico e ha bandito la magia dal regno di Camelot per via di dolorosi eventi passati, ai quali si accenna appena (è comunque curioso pensare che il-fu-signor-Giles sia qui impegnato in una severa crociata contro maghi, streghe e stregoni...). Di conseguenza, il giovane Merlin deve tenere nascosta la propria vera natura, e fare uso della magia in segreto, e soltanto quando è strettamente necessario (vale a dire, solo quando è in gioco la vita di Arthur - ma violerà più di una volta questa linea prudenziale, creando anche qualche discreto pasticcio). Solo il medico di corte, Gaius, e l'aspirante cavaliere Lancillotto (che appare in una sola puntata) sono a conoscenza dei suoi poteri. Gwen (Ginevra) è la saggia e fedele cameriera di lady Morgana, la bellissima pupilla di re Uther, orfana, tendenzialmente schierata dalla parte di Camelot (per ora...) e ancora inconsapevole dei propri poteri, per quanto tormentata da sogni premonitori (di fatto, l'unica dote magica che lo spettatore può attribuirle, a questo punto della storia, è la capacità di vedere il futuro. Ma mi aspetto grandi cose da lei...). E poi c'è l'ambiguo mentore di Merlin, il Grande Drago, fatto imprigionare da re Uther all'epoca della campagna per bandire la magia da Camelot.

Ora: sono una fan del mago Merlino dai tempi de La spada nella roccia, per quanto sia stata successivamente 1) traumatizzata dalla visione di Excalibur; 2) annoiata dal film-tv con Sam Neil, Helena Bonham-Carter e Isabella Rossellini. Insomma, non avrei mai immaginato che le avventure del mago-ragazzino sarebbero riuscite ad appassionarmi e convincermi: ero quasi certa che si trattasse di una harrypotterata (con tutto il rispetto per Harry Potter, sia chiaro). E invece...

Sarà per la strepitosa mimica facciale del protagonista; sarà per le formule magiche in simil-elfico tolkeniano (temo che i puristi di Tolkien mi linceranno, per questo...); sarà per la presenza di siparietti davvero spiritosi (alcune scene Merlin-Gwen, a partire dal loro primo incontro, o anche Merlin-Arthur); sarà per la successione di draghi, streghe, presagi, calici avvelenati e cavalieri neri; sarà per l'assenza, almeno per il momento, di particolari struggimenti amorosi, per cui nessuna super-mega-tirata sentimentale ruba la scena all'avventura e alla magia (i legami sono soprattutto di 'simpatia'-'antipatia', e mutano via via che la storia procede: ad esempio, Gwen e Merlin rivalutano Arthur, e viceversa, mentre Merlin comincia a diffidare di Morgana); sarà perché sono decisamente curiosa di sapere dove gli sceneggiatori andranno a parare (voglio dire, se si mettono in scena dei personaggi che si chiamano Merlino, Morgana, Artù, Ginevra e Lancillotto, alla fin fine deve pur capitare qualcosa di straordinario... ).

Insomma, nella mia scarsa propensione per il genere fantasy, Merlin è diventata un'eccezione. Dategli un'occhiata, se avete tempo...

giovedì 8 gennaio 2009

Il primo post dell'anno

Nutro un timore quasi reverenziale nei confronti del primo post dell'anno. Così, provo a sfatare questo mio personalissimo tabù inaugurando il 2009 blogghistico con una citazione che ho ritrovato nei giorni scorsi, sfogliando quasi per caso il primo acquisto spinoziano della mia vita (un'edizione del Trattato Teologico-Politico ormai ingiallita, a cui sarebbero seguite con il tempo altre edizioni ed altre opere). Sul frontespizio, una me un po' più giovane aveva scritto:

Contempliamo tutti i medesimi astri, il medesimo cielo ci è comune, viviamo nello stesso mondo. Che importa il modo in cui ciascuno cerca la verità? Non basta un solo cammino per giungere a questo immenso mistero.

Ecco, mi piace l'idea di iniziare il nuovo anno con questo piccolo pensiero. Ed ora, 2009, a noi!