venerdì 27 febbraio 2009

Memories



Questa settimana vi propongo i Within Temptation. Personalmente, li definirei come la "versione olandese degli Evanescence" (probabilmente, è anche per questo che mi pacciono...). In ogni caso, la voce della solista mi sembra molto adatta a questi tempi di inquietudine.

giovedì 26 febbraio 2009

Per il diritto alla libertà di cura - 2


In aggiunta a quanto scritto ieri, segnalo anche l'iniziativa Fammi scegliere, nella speranza che la legge sul testamento biologico che uscirà dal Parlamento italiano (se e quando ne uscirà) possa essere una legge che garantisca a ciascuno di noi la libertà di scelta riguardo alla fine della propria vita.

mercoledì 25 febbraio 2009

Sincerità: di ragazze e videogiochi fuori moda

Ricordate le avventure di Zak McKracken, il giornalista un po' frustrato e un po' sprovveduto che nell'omonimo videogioco (o meglio, 'antenato di videogioco', visto che la cosa risale ad una ventina di anni fa...) si trovava a dover fronteggiare un'invasione aliena? Se non sbaglio, gli alieni volevano soggiogare l'umanità rendendola stupida, utilizzando allo scopo una macchina particolare, nascosta non ricordo bene dove (non ero esattamente un asso in materia...). La missione di Zak era di distruggerla.

Dei pochi personaggi che mi tornano in mente, il capo di Zak era antipatico da morire, l'hostess era tediosa (io mi divertivo ad aprire tutti gli scomparti dell'aereo e a far scorrere l'acqua dal rubinetto della toilette solo per farla accorrere allarmata...), il commerciante era pignolo ed esoso (nel senso che le sue uniche battute riguardavano il prezzo degli oggetti in vendita), gli alieni un po' sempliciotti e ad un certo punto c'era persino uno scoiattolo a due teste che (forse...) andava ucciso...

Comunque sia, quando ho visto la cantante che ha vinto la sezione "Nuove Proposte" del Festival di Sanremo, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: "Oddio, indossa gli occhiali e nasone di Zak McKracken!". Avete presente, quella maschera che Zak compra nel negozio sotto casa, e che poi indossa per confondersi tra gli alieni? Nel giro di pochi secondi ho capito di essermi sbagliata, e che non c'era nessuna maschera di Zak, solo una scelta di look molto insolita, volutamente desueta e anche piuttosto coraggiosa, di questi tempi. Nel senso che si tratta di una scelta estetica in netta controtendenza: generalmente, le donne che aspirano ad entrare nel mondo dello spettacolo si costruiscono un look sexy o comunque conturbante, uniformandosi a certi canoni di bellezza, appariscenza e sensualità che sembrano assolutamente imprescindibili.

Ecco, fa abbastanza piacere che questa volta abbia vinto una ragazza volutamente fuori moda. Ha una bella voce, non stona, la canzone è orecchiabile e mi ha persino ricordato Zak!

Per il diritto alla libertà di cura

La salute è un diritto imprescindibile e da tutelare, certo, ma le terapie non possono diventare un dovere del cittadino, né possono essergli imposte per legge. La libertà di cura deve essere anche libertà di rifiutare le cure, e l'ultima parola non può non spettare al singolo.

Può sembrare un discorso astratto, ma fermatevi un attimo a riflettere: non si può obbligare un malato di cancro, magari terminale, alla chemioterapia, né si può infilare un sondino nasogastrico a forza in una persona che ti sta dicendo che non lo vuole! Il medico, certamente, ha il dovere di informare, di assistere, di consigliare, di esprimere il suo orientamento, ma non può avere il diritto di costringere un paziente, di usargli violenza - perché fare qualcosa al corpo di una persona contro il suo volere è violenza bella e buona, al di là delle presunte buone intenzioni.

Non conoscete nessuno che abbia firmato per uscire da un ospedale, contro il parere esplicito del medico, allo scopo di andarsene a morire in pace nella propria casa? Beh, io sì, e non mi è sembrato scandaloso: scandaloso sarebbe stato ostacolare l'ultimo desiderio di un malato terminale, prolungare un'agonia, imporre un'ulteriore sofferenza ad una persona che non ne poteva più.

Che Stato è uno Stato che si infila nei corridoi degli ospedali, che pretende di obbligare per legge a trattamenti invasivi e di costringere un cittadino a subirli passivamente, quasi non si stesse parlando del suo corpo, quasi il suo corpo non gli appartenesse più?

Insomma, pensateci bene, cerchiamo di recuperare per un attimo il lume della ragione in tutto questo chiasso di chiacchiere a sproposito.

Qui c'è la proposta di Ignazio Marino per una legge sul testamento biologico che rispetti il malato e la sua volontà. Io l'ho firmata e mi auguro lo faccia anche qualcun altro.

lunedì 23 febbraio 2009

Estasi culinarie

Dopo L'eleganza del riccio, ho deciso di fare ritorno in rue de Grenelle leggendo il primo romanzo di Muriel Barbery, Estasi culinarie, pubblicato in Italia nel 2001 con il titolo Una golosità, e recentemente riedito per sfruttare l'onda lunga del successo delle vicende di Paloma e Renée. Ero molto curiosa a riguardo, mi piaceva l'idea del ritorno sul luogo del delitto, e devo dire che è stata una lettura scorrevole e abbastanza gradevole, ma che mi ha lasciato addosso, ancora una volta, un senso di incompiutezza.

La storia è più esile, più breve e meno brillante rispetto a quella raccontata ne L'eleganza del riccio, eppure ha una sua originalità. Il protagonista è il famosissimo critico gastronomico Arthens - che comparirà brevemente anche nel racconto di Renée - elegante, raffinato e temuto, del quale Estasi culinarie narra le ultime ore di vita. Il flusso dei suoi ricordi, dall'infanzia agli anni del successo, alla ricerca di un sapore di cui ha nostalgia, che vorrebbe rievocare prima di morire ma che non riesce a cogliere, si alterna con il flusso dei ricordi di chi lo ha conosciuto, per rivelare le reazioni e i sentimenti suscitati dall'attesa della sua morte.

L'elemento più interessante del romanzo non è tanto la costruzione del personaggio, ottenuta sia attraverso la sua voce che attraverso il coro delle voci circostanti, e un po' prevedibile e quasi caricaturale nella sua egocentrica negatività, bensì l'attenzione al gusto, un senso piuttosto bistrattato dalla letteratura. Il critico gastronomico ricorda i sapori che hanno segnato la sua vita e che egli ha utilizzato e distorto per costruire la propria fama, e così facendo ci immerge in un'atmosfera decisamente insolita. Sarà che sono del tutto negata in cucina e che a stento distinguo un sedano da un porro, sarà anche che sono terribilmente golosa, ma questo soffermarsi sugli alimenti e sulla specificità dei loro sapori mi ha davvero incantata. E devo confessare anche che, in alcuni passi, mi ha fatto venire l'acquolina in bocca.

Sarà, soprattutto, che mi ha ricordato l'atmosfera di Ratatouille, il grazioso film Disney in cui il celebre cuoco Auguste Gusteau viene rovinato dal più livido, esigente e temuto dei critici gastronomici, Anton Ego. La rivalità tra chef e critici è descritta nello stesso modo, come una lotta spietata in cui il critico, con la sua penna e con la sua prosa, ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico. Mi viene da augurarmi che, nella compilazione della guida Michelin, non si raggiungano gli stessi livelli di cinismo! Ma se Anton Ego si redimerà, alla fine del film, grazie alla ratatouille del topolino Rémy, il cupo e altezzoso Arthens, dalla prosa raffinata ma del tutto priva di sentimento e di passione, non è destinato a conoscere né redenzione né comprensione.

In sintesi, il romanzo non è eccezionale, siamo lontani dalla grazia leggera de L'eleganza del riccio e dei "pensieri profondi" della piccola Paloma, però quest'insistenza sul gusto lo rende gradevole e piuttosto originale. Come ne L'eleganza del riccio, infine, si avverte la passione dell'autrice per il Giappone e per la sua tradizione gastronomica. Ogni autore, del resto, ha i suoi cavalli di battaglia...

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L'eleganza del riccio

giovedì 19 febbraio 2009

Lacrimosa - Commozione mainstream

Eccomi qui a girarvi alcuni pensieri che mi sono venuti in mente qualche giorno fa, viaggiando in autobus (dovrei desumere che le mie ore sull'autobus siano le più produttive/improduttive in assoluto, a seconda dei punti di vista). Ci sono alcune scene cinematografiche davanti alle quali la lacrimuccia diventa praticamente inevitabile: viene giù spontanea e inarrestabile, quasi a tradimento, a dispetto di ogni tentativo di razionalizzazione. Considerando quali sono le scene che mi generano "commozione in automatico" (e contando anche che nella vita quotidiana non sono esattamente piagnucolosa), la mia prevedibilità è assolutamte sbalorditiva e persino un po' deludente: anni e anni di istruzione e filosofia gettati praticamente al vento....

Vi presento la mia top cinque, così giudicate voi:

1) la scena finale di Philadelphia, di Jonathan Demme. Il protagonista, Andrew (Tom Hanks), è ormai morto. Dopo i suoi funerali, parenti e amici si riuniscono e guardano insieme un filmato della sua infanzia, in cui lui, bambino e sanissimo, è intento a giocare con i fratelli. Ora, Philadelphia è di per sé un film piuttosto commovente (pensate, che ne so, alla scena in cui Andrew ascolta la Callas...), ma quel finale, vi giuro, è ogni volta da super "bollino blu" (o acqueo, o lacrimoso, come preferite). Sarà il fatto di vedere un bambino spensierato e sapere già che la sua vita sarà breve e segnata dalla malattia... Ecco, in genere, sento di poter estendere il "bollino blu" a tutti i film in cui ci sono dei bambini che soffrono o dei quali si percepisce un futuro di sofferenza (ad esempio, mi vengono in mente Oliver Twist e, sempre restando in area Polanski, l'uccisione del bimbo lungo il recinto del ghetto di Varsavia ne Il pianista).

2) credo che le scene in cui madri/padri e figli sono separati, da Bambi a Dumbo passando per Il re leone, facciano sempre un certo effetto sullo spettatore. Per quello che mi riguarda, a monte di questo "bollino blu" c'è una sorta di trauma infantile: la visione molto precoce del film L'orso di Jean-Jacques Annaud, in cui un orsetto perde la sua mamma a causa di una frana, ed essendo troppo piccolo e inesperto per badare a se stesso è potenzialmente spacciato.

3) al terzo posto un altro trauma, stavolta non infantile bensì pre-adolescenziale: la morte di Neil Perry (Robert Sean Leonard) ne L'attimo fuggente. Nel momento stesso in cui Neil depone la corona di alloro di Puck e apre la finestra dello studio del padre comincio ad avvertire quel groppo alla gola che preannuncia l'esondazione. Neppure la scena finale in cui gli studenti salgono sui banchi per omaggiare il professore che va via riesce a competere, per quello che mi riguarda, con questo momento.

4) altro groppo alla gola quando, ne L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, la povera famiglia di Menec viene cacciata dalla cascina perchè il papà ha tagliato di nascosto un albero del padrone per fare degli zoccoli nuovi al suo bambino. Credo che però, in questo caso, la commozione sia legata alla percezione di una profonda ingiustizia. E comunque, devo ammettere che tutto il film è abbastanza da "bollino blu".

5) infine, in Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg, la scena in cui il soldato americano leale ma un po' pauroso vede il soldato tedesco a cui ha contribuito a salvare la vita uccidere un proprio amico e commilitone. Credo che si tratti una terribile rappresentazione della guerra, e della sua disumanità.

Ovviamente, se mi fermassi a rimuginare ancora un po' su questo tema, potrei trovare molti altri "bollini blu". Ma credo di aver reso l'idea, e quindi chiudo, lasciando a voi la parola e il giudizio.

martedì 17 febbraio 2009

L'occhio di Dio

Domenica sera, mentre dall'autobus fermo ad un semaforo tentavo di leggere la locandina di uno spettacolo teatrale, la mia attenzione è stata attirata da un'affissione (probabilmente abusiva, date le dimensioni e la posizione) che recitava la frase che segue: "Dio esiste, Dio è amore, Dio ti vede".

Ora, per quanto l'esistenza di Dio e il suo essere amore siano concetti ascientifici e abbastanza opinabili, ognuno è libero di pensarla come vuole, e di esprimere il suo pensiero (l'ho scritto tempo fa riguardo ai cosiddetti 'ateobus' di Genova; immagino anche che quei volantini siano una sorta di risposta alla storia della "cattiva notizia" e di "quella buona").

Ma il "Dio ti vede"... Ecco, da un lato mi ha fatto sorridere l'idea di una sorta di Grande Fratello globale o interplanetario (nessuno, in fondo, conosce davvero l'area di influenza di Dio...); dall'altro, mi è sembrato un ammonimento un po' inutile. "Fai il bravo, che Dio ti vede": e poi magari ti punisce, se quello che vede non gli piace. A parte la mia personale insofferenza sia per le violazioni della privacy sia per la cosiddetta 'morale interessata', o indotta, non credo che pensare di essere guardati da Dio ventiquattro ore su ventiquattro renda gli esserei umani migliori o più pii. O che possa davvero convertire qualcuno. Insomma, non serve essere dei pubblicitari o degli esperti di marketing per capire che lo slogan non funziona un granché. Ma, come ho già scritto riguardo ai bus di Genova, ciascuno è libero di finanziare le campagne pubblicitarie che ritiene più opportune.

lunedì 16 febbraio 2009

Wall-e

Per commentare questo film di animazione Disney-Pixar potrei usare due vie. Quella del commento breve e quella del commento lungo. La via del commento breve è: "che tenero!!!" La via del commento lungo è un tantino più articolata ma, vi avverto, il senso finale sarà sempre e comunque: "che tenero!!!".

La storia è in parte raccontata visivamente e in parte suggerita. Nel XXI secolo la Buy n Large Corporation, una sorta di Grande Fratello dei consumi, ha preso il controllo della Terra. La vita degli esseri umani è facilitata e quasi pilotata dai robot e si basa un massiccio consumismo, che ha come conseguenza una produzione smisurata di rifiuti non riciclabili. Per questo, nel 2105 la BnL organizza per l'umanità (o per larga parte di essa) una crociera spaziale di cinque anni, durante i quali dei piccoli robot pulitori ad energia solare, i Wall-e, si faranno carico della risoluzione del problema dei rifiuti. Tuttavia, dopo 700 anni nessuno degli umani imbarcatisi sull'Axiom è tornato indietro, e la Terra è ormai un luogo deserto e ancora ricoperto di spazzatura, per quanto imballata e incolonnata a formare enormi grattacieli.

Dei piccoli Wall-e pulitori non è rimasto che un superstite, il protagonista della storia, che continua imperterrito ad imballare rifiuti, a collezionare scarti che un tempo erano oggetti di uso comune e a guardare e riguardare il nastro del musical Hello, Dolly!, che gli fa sognare di avere un po' di compagnia. La sua routine verrà stravolta dall'arrivo del robot Eve, inviato sulla Terra dall'astronave Axiom per verificare se vi sia una qualche traccia di vita e se sia possibile per l'umanità tornare indietro.

Il film descrive da un lato il rapporto tra i due robot, Wall-e, piccolo, tenero e un po' imbranato, e Eve, ipermoderno/a e inizialmente un po' aggressivo/a (ok, la sigla è femminile, ma il sesso dei robot è piuttosto difficile da determinare), raccontando una storia originale e di buoni sentimenti; dall'altro, un'umanità che il consumismo ha reso del tutto inconsapevole, oserei dire beota, e che è completamente dominata dal controllo esercitato dei robot. Ad esempio, ipnotizzati dalla continua visione di immagini su uno schermo e perennemente mossi e spostati da comodi sedili mobili, gli uomini del 2805 non sanno neppure di poter camminare sulle proprie gambe... Tuttavia, dato che si tratta di un film di animazione Disney-Pixar e non di un'opera di Lars von Trier, ci sarà una sorta di riscatto finale anche per questa umanità ridotta ad uno stadio così infantile, con una specie di rigurgito di orgoglio che non voglio anticiparvi nei dettagli.

Insomma, se non avete già visto Wall-e, guardatelo: credo che siano cento minuti ben spesi, in equilibrio tra temi più o meno seri (il consumismo, lo spreco di risorse, l'amore...) e momenti divertenti, spiritosi e anche grotteschi.

venerdì 13 febbraio 2009

giovedì 12 febbraio 2009

Lo scienziato che non è in me

Il 12 febbraio del 1809 nasceva Charles Robert Darwin, l'autore de L'origine della specie (1859), la cui fama deriva dall'aver posto le basi della moderna teoria dell'evoluzione. Qualche giorno fa, parlando proprio di Darwin e, più in generale, del progresso scientifico, consideravo il valore che l'intuizione ha nella scoperta: molti grandi scienziati del passato, infatti, non godevano delle conoscenze di cui noi godiamo oggi né avevano particolari strumenti per poter compiere le proprie indagini, eppure riuscivano a vedere al di là dei limiti comuni, con una perspicacia e uno spirito di osservazione straordinari.

Ad esempio, saltando di palo in frasca, in Wives and Daughters, che non a caso è ambientato nell'Inghilterra della metà del XIX secolo, Molly e Roger erano accomunati proprio dalla passione per l'osservazione minuziosa e attenta della natura, e dalla ricerca di cause e spiegazioni dei diversi fenomeni, una passione che li conduceva a fare ricerche fino in Etiopia. Sarà forse questione di predisposizione: in fondo, da piccoli era il Fratello che giocava con il miscroscopio, non di certo io.

Di fatto, se mi fossi imbarcata con Darwin sul Beagle e avessi viaggiato per la Galapagos, non sarei riuscita a vedere nient'altro che un grazioso arcipelago: magari mi sarei anche commossa di fronte a tante bellezze naturali e avrei scritto pagine di diario su fiori, frutti, mare e tramonti, ma di certo non ne sarebbe venuta fuori nessuna teoria scientifica.

Sarà per questo che gli scienziati, e in particolare i naturalisti, mi hanno sempre incuriosita molto. Ed è anche per questo che oggi sto qui a ricordare i duecento anni di Darwin, a cui tra l'altro Treccani ha dedicato un dossier piuttosto interessante questo mese.

mercoledì 11 febbraio 2009

L'eleganza del riccio

La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia.
Paloma

Mi pare che solo la psicanalisi possa competere con il cristianesimo nella predilezione per le sofferenze prolungate.
Paloma.


Mi piace scrivere soprattutto dei libri o dei film che mi sono piaciuti. E L'eleganza del ricco di Muriel Barbery mi è piaciuto molto, a parte, forse, le ultime cinquanta pagine, che mi hanno quasi delusa, con la loro ricerca di un senso e di una chiave di lettura complessiva. Non ho la più pallida idea del finale che avrei voluto trovare, ma quello 'reale' mi è parso un po'... tirato via. Certo, l'ideale della bellezza, la ricerca "del sempre nel mai" come missione è un fine decisamente nobile, ma mi è parso quasi pretenzioso per una storia tanto scorrevole, delicata, con momenti assolutamente deliziosi. Insomma, nel complesso è stata una lettura estremamente piacevole, nonostante io non ami in genere le tirate intimistiche né le narrazioni in prima persona.

Ma andiamo con ordine. Riassumo brevissimamente la trama, per non rovinare la sorpresa a potenziali, futuri lettori. La storia è ambientata nella Parigi del VI arrondissement, rive gauche, una zona già di per sé deliziosa: la attraversavo quotidianamente nel mio tragitto tra il XV arrondissement e la biblioteca Richelieu, e ne ero assolutamente e perdutamente innamorata. Ecco, uno dei pregi del romanzo è l'avermi richiamato proprio quell'atmosfera da mattinata parigina, tra l'aria fredda e l'odore piacevolmente insistente di croissant caldi e pain au chocolat. Proprio come Il favoloso mondo di Amélie mi ricorda il fragore del canale Saint-Martin e le stradine tortuose di Montmartre. Ecco: forse dovrei ammettere che il mio smisurato amore per Parigi mi devia sensibimente nei gusti cinematografici e letterari, ma non posso farci nulla, è davvero più forte di me.

Tornando al romanzo, che sarebbe poi il vero tema di questo post. La storia è raccontata dall'alternarsi di due punti di vista: quello di Renée, portinaia cinquantaquattrenne e piuttosto anonima di un palazzo signorile in rue de Grenelle, e quello di Paloma, un'acuta quanto silenziosa osservatrice di appena dodici anni. Nessuna delle due è quello che appare. Renée è una coltissima autodidatta che, per una sorta di quieto vivere e di 'complesso appartenenza sociale', coltiva con cura l'aspetto della portinaia stereotipata, grassa, ottusa, con un gatto obeso e la televisione sempre accesa. Paloma, figlia di un politico socialista, ha deciso che si suiciderà il giorno del proprio tredicesimo compleanno e che darà fuoco al proprio elegantissimo appartamento di quattrocento metri quadri come segno di rivolta nei confronti dell'assurdità della vita e della sua famiglia. Ad un certo punto, però, nei piani delle protagoniste si insinua un ricchissimo signore giapponese, Ozu, che non conformandosi agli stereotipi e ai conformismi della vita al numero 7 di rue de Grenelle, comprenderà la specificità e la diversità di entrambe.

Intorno al nucleo principale del racconto si condensano le descrizioni lucide ed estremamente critiche che le protagoniste offrono della privilegiata popolazione del palazzo: ricchi personaggi che si sforzano in ogni modo di adattarsi al proprio stereotipo, dalla socialista depressa e falso filantropa alla normalista figlia di papà finto-trasandata e finto-impegnata nel sociale; dallo pseudo-intellettuale conservatore al bigotto politico destrorso che nega il saluto ai divorziati. Insomma, una fauna interessante, che permette all'autrice di tirare qualche stoccata contro la cecità e autoreferenzialità delle cosiddette classi alte, contro alcune degenerazioni del mondo accademico (per gli amici filosofi, segnalo alcune pagine abbastanza curiose su Husserl e sulla fenomenologia...) e contro il conformismo sociale. Ma il vero punto di forza del romanzo resta l'atmosfera, con i toni delicati di alcune pagine, ad esempio nel riferimento alle camelie (ad un certo punto mi sembrava di sentirne quasi l'odore). Come ho detto, la conclusione mi è parsa un po' affrettata, gli eventi sono corsi via più rapidamente di quanto io mi aspettassi o desiderassi: forse, banalmente, perché mi sarei cullata molto volentieri in qualche altra pagina di atmosfera parigina. Nel complesso, però, resta un romanzo piacevole, grazioso e da leggere.

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Estasi culinarie

martedì 10 febbraio 2009

Non gridate più


Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l'impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell'erba,
lieta dove non passa l'uomo.
G. Ungaretti

giovedì 5 febbraio 2009

Alla ricerca della propria identità

Sono reduce dall'ennesimo adattamento firmato BBC. Questa volta, si tratta del romanzo Daniel Deronda di George Elliot (che, a dispetto dello pseudonimo maschile, era una scrittrice inglese di metà Ottocento, Mary Ann Evans, autrice tra l'altro di Middlemarch - uno dei miei libri preferiti - e de Il mulino sulla Floss). La ricostruzione televisiva del 2002, con Hugh Dancy (King Arthur, Confessions of a shopaholic) nei panni del protagonista e Romola Garai (Vanity Fair, Angel) in quelli del personaggio femminile principale, la bellissima Gwendolen Harleth, non ricalca fedelmente il testo, a tratti mi è parsa un po' rigida e lascia poco spazio all'evoluzione interiore dei personaggi, che a mio parere sarebbe l'elemento chiave della vicenda.

La storia è abbastanza complessa, anche se siamo lontani dai livelli di Middlemarch (soprattutto per quanto riguarda il numero dei personaggi), ed è costruita su alcuni flashback: da un lato, c'è un giovane e impeccabile gentiluomo inglese, Daniel, cresciuto ed educato nella famiglia di un baronetto di cui sospetta di essere il figlio illegittimo; dall'altro c'è una giovane donna volubile, capricciosa ed egoista, Gwendolen, che per soldi e ambizione sposa il ricco, spregiudicato e autoritario Hanleigh Grandcourt (Hugh Bonneville). I due personaggi principali si incontrano per la prima volta in Germania, dove Daniel osserva Gwendolen perdere tutti i propri soldi alla roulette e, una volta rientrati in Inghilterra, si ritrovano a frequentare la stessa cerchia di amicizie, divenendo, in un certo senso, amici (anche se sarebbe più corretto dire che Daniel diventa il confidente di Gwendolen, o forse la voce della sua coscienza).

Sullo sfondo c'è la ricerca da parte di Daniel delle proprie radici e della propria famiglia, a cui l'incontro con una giovane e talentuosa cantante ebrea, Mirah, imprime una svolta inattesa. Non vi svelo i dettagli di quanto accade perché proprio il viaggio di Daniel alla scoperta delle propria identità, a cui si accompagna una sorta di educazione sentimentale, rappresenta la parte più interessante della storia. Accanto ad una lettura inedita (e simpatetica) del proto-sionismo inglese della metà dell'Ottocento, che si rivela nelle aspettative quasi messianiche che il visionario Mordecai ripone in Daniel, e che hanno reso più o meno controverso il giudizio finale sul romanzo (e sulla stessa autrice).

Come ho anticipato, l'adattamento mi è parso rigido, quasi ingessato, nel senso che l'evoluzione dei personaggi sembra avvenire a scatti anzichè gradualmente, come ci si potrebbe legittimamente aspettare conoscendo il romanzo della Elliot e la sua attenzione alla psicologia dei personaggi. In particolare, ho trovato la rappresentazione di Daniel un tantino debole e sfocata, soprattutto al confronto con quella intensissima di Gwendolen: Romola Garai secondo me ha un gran talento drammatico, mentre Hugh Dancy è davvero molto molto molto carino, ma un cambio di espressione ogni tanto sarebbe comunque gradito. Mirah e Grandcourt sono giusti ciascuno nella propria parte, anche se Mirah l'avevo immaginata più misteriosa e più bella. Insomma, non si tratta di un brutto adattamento, ma credo di poter dire, molto onestamente, che avrebbe potuto essere migliore.

A scanso di equivoci

Nel saggio Sulla libertà (1859), John Stuart Mill scrive che "si deve rendere conto solo per ciò che riguarda gli altri. Su se stesso, sulla propria mente e sul proprio corpo, l'individuo è sovrano". Una lettura che consiglio vivamente, di questi tempi.

Dato il gran parlare che si fa di testamento biologico e simili, approfitto del blog per esprimere la mia opinione una volta per tutte (altrimenti, a che serve avere un blog?). Sono decisamente gelosa della mia vita, e considero un diritto inalienabile avere l'ultima parola su tutto ciò che la concerne, comprese la sua 'dignità' e la sua 'sacralità'. Nel malaugurato caso in cui non fossi più in grado di esprimere la mia volontà, vorrei che per me decidessero le persone di cui mi fido di più al mondo, la mia famiglia e il mio ragazzo, che mi conoscono, mi amano e sanno davvero cosa penso. Nel caso in cui dovessi trovarmi nelle condizioni di Eluana Englaro, ecco, vorrei che i miei cari si comportassero esattamente come i suoi coraggiosi genitori.