martedì 31 marzo 2009

Amore, emozioni e matematica

Più o meno una settimana fa avevo presentato qui sul blog un romanzo, Teorema Catherine, in cui un adolescente fresco di diploma tentava di escogitare la formula matematica che avrebbe consentito a chiunque di prevedere l'esito di una relazione sentimentale.

Come avevo scritto, l'idea mi era sembrata davvero spiritosa e anche molto molto originale. Ora, però, mi vedo costretta a fare ammenda. Vi spiego meglio: dato che, come spesso accade, la realtà supera la fantasia, qualcuno si era già lanciato nell'impresa della "previsione matematica della storia d'amore". Come dire: quando si ha a che fare con degli scienziati, e in particolare con dei matematici, è doveroso aspettarsi di tutto...

Il matematico in questione è un professore inglese, James Murray, autore nel 2002, insieme ad alcuni collaboratori, di The Mathematics of Marriage. Dynamic Nonlinear Models. Recentemente, Murray ha presentato alla comunità scientifica l'esito delle proprie particolarissime ricerche: dopo aver studiato 700 coppie, è riuscito a prevedere l'esito delle relative unioni nel 94% dei casi. Una percentuale abbastanza stupefacente, ottenuta grazie ad un metodo sperimentale che, stando a quello che ho capito, nasce dal connubio di modelli matematici ed elementi di psicologia. Insomma, altro che terapia di coppia... Un tempo si scrutavano il cielo e gli astri in cerca di auspici, poi si è passati al confessore, quindi è stata la volta del terapeuta. Ma il futuro, a quanto pare, è tutto del consulente-matematico.

lunedì 30 marzo 2009

Imprimatur

L'ho scritto tantissime volte: mi piacciono i romanzi corposi e molto molto affollati, quelli in cui bisogna districarsi tra una miriade di personaggi diversi, ciascuno con la propria storia e le proprie avventure/sventure. Imprimatur, di Rita Monaldi e Francesco Sorti, è un libro che appartiene a questa categoria, con il pregio aggiuntivo di essere anche - ma non solo - un romanzo storico ambientato nel Seicento (insomma, dal mio punto di vista, c'è da essere euforici!).

L'opera (pubblicata nel 2002) è stata pensata come primo capitolo di una saga di sette thriller storici, che - assicurano gli autori - potranno essere letti anche indipendentemente l'uno dall'altro. I sette romanzi sono basati sulla figura complessa dell'abate Atto Melani (1626-1714) e i loro titoli andranno formare una frase latina di senso compiuto, in parte già nota: Imprimatur Secretum Veritas Mysterium Unicum... - i due titoli mancanti saranno rivelati esclusivamente al momento della pubblicazione, per mantenere intatto l'alone di mistero. A che punto della saga si è arrivati? Stando alle informazioni che ho trovato, nel 2005 è stato edito Secretum mentre nel 2006 è stata la volta di Veritas, anche se nessuno dei due testi è stato mai diffuso in Italia - anzi, devo confessare che non so neppure se siano disponibili in lingua italiana, date le traversie incontrate dal primo romanzo, alle quali accennerò brevemente tra qualche riga.

Tornando ad Imprimatur, il racconto è introdotto da una serie di testi che hanno lo scopo di presentare l'opera come il memoriale autografo di un giovane garzone della Roma papalina, conferendogli così il rango di documento storico e di testimonianza oculare. Nel 1683, mentre i Turchi assediano Vienna, questo ragazzo molto particolare e di umilissime origini si trova a vivere, suo malgrado, una straordinaria avventura, di cui inizialmente non riesce a realizzare la portata e le implicazioni. Tra omicidi, complotti, pestilenze sospette, spie al soldo del re Sole, personaggi storici emblematici (oltre ad Atto Melani, eunuco, diplomatico e cantore, anche l'ex ministro di Luigi XIV, Nicolas Fouquet e il compositore Robert de Visée), desideri di vendetta di antica data e segreti inconfessabili, il lettore scoprirà, attraverso lo sguardo timido e ingenuo del protagonista, una realtà insospettabilmente complessa, in cui nessuno è quello che sembra.

Edito da una nota casa editrice italiana nel 2002, Imprimatur ha avuto un buon successo nell'immediato, ma è presto sparito dalla circolazione. La copia che ho io, pensate, proviene da una casa editrice olandese che nel 2006 ne ha realizzato un'edizione in lingua italiana a tiratura limitata, ed è stata acquistata nell'unico modo attualmente possibile: via web (grazie al Ragazzo, che sa sempre qualcosa che io non so). La singolare rapidità con cui l'opera è scomparsa dalle librerie, nonostante il buon numero di vendite registrate, e il fatto che l'unico modo di ristamparla e diffonderla sia stato tramite un editore straniero, ha sollevato sospetti di boicottaggio e di censura (dalla vicenda è nato anche un saggio-inchiesta di Simone Berni, Il caso Imprimatur, 2008, che cerca di mettere insieme i tasselli di quello che appare sempre più come un illogico rompicapo editoriale).

E' comunque un gran peccato che questo libro non possa essere tranquillamente acquistato in libreria (luogo in cui, tra l'altro, trovano spazio tantissime cose che potrebbero tranquillamente restarne fuori), e che l'imponente lavoro dei due autori sia stato bistrattato. Secondo la tesi più accreditata, il problema principale del romanzo, la causa primaria della sua improvvisa e totale volatilizzazione, sarebbe stato l'aver offerto un ritratto a tinte fosche di un papa che, a quanto si dice, potrebbe essere molto vicino alla canonizzazione: Innocenzo XI (proclamato beato da Pio XII nel 1956). Tuttavia, se così fosse, sarebbe davvero il caso di mettere i puntini sulle i: 1) la letteratura è pur sempre letteratura (un certo Dante Alighieri, ad esempio, spediva papi e personaggi a lui contemporanei direttamente all'Inferno...), e, ad essere sinceri, 2) non mi pare tanto incredibile o stupefacente che un papa del XVII secolo potesse nascondere qualche scheletro nel proprio armadio. Oltretutto, bisogna dire che le critiche che il romanzo muove a papa Odescalchi, abbastanza circostanziate e neppure troppo sconvolgenti, data l'epoca storica in cui sono collocate, rimangono sulle sfondo del racconto.

Al cuore del romanzo c'è, invece, la Roma del XVII secolo, di cui sono raccontati con dovizia di particolari i rumori, gli odori, i colori, i timori, le consuetudini, gli eventi, la cucina, la musica, il rapporto con le rovine pagane e tante altre piccole-grandi cose che portano il lettore ad immergersi completamente in un'atmosfera vivace e avvincente. Ricostruita, va detto, con una precisione assolutamente certosina, che io non posso non apprezzare. Insomma, sono da anni un'appassionata di studi secenteschi, per me è stata una vera scoperta ritrovarmi catapultata in quel mondo lontano, tra viuzze semideserte e cunicoli sotterranei (oltretutto, avendo la fortuna di conoscere Roma, mentre leggevo potevo localizzare e visualizzare i luoghi descritti, cosa che accresceva la mia intima soddisfazione).

Venendo alle mie critiche (poche, a dire il vero): non ho apprezzato moltissimo il colpo di scena finale (sarà che ho capito troppo presto chi era il 'colpevole'; sarà anche che la 'svolta' mi è parsa un po' debole rispetto al resto del romanzo) né le ultime pagine. In genere, poi, le cornici introduttive - alla Manzoni, ma troppo tempo dopo Manzoni - mi annoiano un po'. Tuttavia, posso assicurarvi che, più o meno fino a pagina 480, la mia attenzione è stata completamente catturata dal racconto: credo che questo possa comunque considerarsi un buon segno, per un romanzo che di pagine ne ha circa 530...

sabato 28 marzo 2009

L'Ora della Terra

Questa sera alle ore 20.30 scatterà anche in Italia l'Ora della Terra, un'iniziativa globale promossa dal WWF. Per 60 minuti le luci di grandi monumenti (dal Colosseo, alle piramidi di Giza, al palazzo dell'Onu di New York) e di abitazioni comuni rimarranno spente, allo scopo di ricordare a tutti che bisogna tutelare l'ambiente e fronteggiare cambiamenti climatici e riscaldamento globale incentivando le energie pulite e rinnovabili, smettendola di distruggere le foreste pluviali e investendo di più in efficienza energetica. Il tutto in vista della Conferenza sul clima che le Nazioni Unite terranno il prossimo dicembre a Copenhagen.

venerdì 27 marzo 2009

Don't speak



No Doubt, dall'album Tragic Kingdom (1995): in assoluto una delle mie canzoni preferite, di quelle che non mi stanco mai di ascoltare. Non saprei dire esattamente perché: sarà la voce di Gwen Stefani, sarà che mi ricorda gli anni Novanta, sarà che in queste cose non deve esserci per forza un 'motivo'. Comunque sia, buon fine settimana!

martedì 24 marzo 2009

Fine del mondo in mondovisione

Il prossimo autunno uscirà nelle sale cinematografiche 2012, un film (verosimilmente) fantascientifico e catastrofista di Roland Emmerich (regista, tra l'altro, di Indipendence Day, Il patriota e L'alba del giorno dopo, giusto per darvi un'idea del genere di riferimento). Come avrete intuito, il film trae ispirazione dalle numerose congetture new age nate intorno all'interpretazione del calendario maya, che fissano la data della fine del mondo al 21 dicembre 2012. Ora, non so quanto questa notizia vi affligga o vi sconvolga, vi assicuro però che ci sono molte persone che ne sono seriamente convinte e spaventate.

E' un dato di fatto che il calendario maya divida la storia dell'umanità in periodi, e che fissi al 20 dicembre 2012 la fine di uno di questi. Pertanto, il 21 dicembre dovrebbe iniziare una nuova età storica, che secondo alcune interpretazioni (anch'esse new age) dovrebbe comportare una sorta di salto di qualità per il genere umano (non necessariamente in positivo), un cambiamento sostanziale o forse anche l'acquisizione o la perdita di conoscenze e abilità specifiche. Interpretazioni a parte, il calendario maya menziona anche date successive al 2012, un fatto che mi sembra in piena contraddizione con l'idea che proprio in quell'anno possa verificarsi la fine del mondo.

In ogni caso, ciò che mi incuriosisce e diverte di più è stato il fiorire, negli ultimi anni, di una molteplicità di teorie e timori , tutti di genere millenaristico e dei quali avevamo avuto una piccola anticipazione già nel 1999 (ad esempio, ricordate il famoso Millennium bug?). Ce n'è davvero per tutti i gusti: dalla parrucchiera che, nel mezzo di una messa in piega, ti chiede se sai dell'asteroide che colpirà la terra nel 2012, lasciando intatta la sola Bolivia (mi è successo davvero, e la fonte della notizia era Oggi, Gente o Vanity Fair); alla tesi della creazione ad arte di un clima di panico generalizzato da parte di una ristretta élite politica mondiale, che assoggetterà l'umanita ad una sorta di Grande Fratello planetario; alla teorizzazione di una catastrofe naturale senza precedenti (come nel film di Emmerich, almeno stando al trailer tibetano), forse dovuta ad un allineamento astronomico senza precedenti, fino all'idea, magari derivata direttamente dall'ultima puntata di X Files, dello scatenarsi di una colonizzazione aliena.

E tutto a partire da una curiosa mescolanza di elementi, 'profezie' e 'presagi': congetture su una civiltà mesoamericana pre-colombiana e sul suo sistema mitologico, leggende e miti relativi ad Atlantide e alla sua scomparsa, piramidologia di ispirazione prevalentemente egizia e chi più ne ha, più ne metta. Di certo, ne è nato un vero e proprio business, tra libri, film, documentari, conferenze, corsi di preparazione, acquisto di fattorie in Bolivia. E che si fa se, alla fine, il mondo non finisce e non cambia nulla? E se il 21 dicembre 2012 si rivelasse il giorno più apatico e noioso della storia? Ai posteri l'ardua sentenza.

lunedì 23 marzo 2009

Teorema Catherine

Le storie d'amore, d'altra parte, finiscono tutte allo stesso modo: male.
Se ci si pensa, e Colin ci pensava spesso, tutti gli amori finiscono con 1) una rottura, o 2) un divorzio, o 3) una morte.


La sera del suo ultimo giorno di liceo, l'ex bambino prodigio Colin Singleton - poliglotta, un curriculum di studi eccellente e una spiccata passione per gli anagrammi -, viene piantato dalla sua ragazza, Catherine. O meglio: per la diciannovesima volta nella sua vita gli capita che una ragazza di nome Catherine lo pianti. Tentando di tirargli su il morale, il suo unico vero amico, Hassan, "musulmano-non-terrorista" e un tantino sovrappeso, lo spinge ad intraprendere insieme un viaggio on the road, che da Chicago li condurrà in un paesino remoto del Tennessee. Tra nuovi incontri, piccole avventure e riflessioni sulla genialità, sulla 'popolarità' e sull'importanza di 'diventare qualcuno', Colin si lancerà nell'impresa di ideare un "Teorema della Prevedibilità Basilare delle Catherine" che, a partire da una serie di dati, dovrà avere la capacità di prevedere l'esito di qualsiasi relazione amorosa. Per ovvi motivi, non vi dico come va a finire...

Teorema Catherine (in inglese An Abundance of Katherines - nella versione italiana, la K è stata sostituita dalla C per rendere possibili gli anagrammi) è il secondo romanzo di John Green, un giovane scrittore americano (qui c'è il suo sito, se avete tempo date un'occhiata, non è niente male), forse un tantino nerd. D'altra parte, a chi, se non ad un nerd, poteva venire in mente di tentare di applicare la matematica all'amore e di fondare su questo tentativo un racconto tardo-adolescenziale? (ops, devo essere un po' nerd anch'io, visto che l'idea mi è piaciuta...).

Il romanzo è leggero, scorrevole, spiritoso e molto gradevole. I personaggi sono forse un po' stereotipati (in particolare le Catherine, "mollatrici" per antonomasia) ma spontanei e, il più delle volte, simpaticamente imbranati e impacciati. Alla fin fine, il teledipendente e imprevedibilmente saggio Hassan e lo spilungone riccioluto e un po' sfigato Colin vi conquisteranno, tanto che vi dispiacerà essere giunti così rapidamente all'ultima pagina delle loro avventure estive. Per quanto i più nerd tra voi saranno consolati dal fatto di trovare in fondo al libro un'intera appendice di spiegazioni e giustificazioni matematiche.

Volendo muovere qualche appunto al racconto, ho dei dubbi riguardo agli anagrammi, che non sempre mi sono parsi sensati, ma non saprei se imputare questo limite 1) alla mia scarsa elasticità mentale, 2) alla penna dell'autore o 3) alla traduzione italiana (anche se mi rendo perfettamente conto della difficoltà di rendere un libro del genere in un'altra lingua). In ogni caso, al di là di questo e delle mie tradizionali riserve riguardo alle ambientazioni americane (e soprattutto alle descrizioni della provincia profonda e dei meccanismi di esclusione e inclusione sociale fondati sul modello "reginetta del ballo-sfigato della scuola"), il romanzo ha un suo perché, e ha il merito di divergere da quella letteratura tardo-adolescenziale italiana e da quei prodotti televisivi che tendono a rappresentare sedicenni e diciassettenni come 'trentenni in miniatura', con problemi e dilemmi da uomini e donne vissuti e del tutto privi di spontaneità e di freschezza. Finalmente, invece, ecco una storia che racconta di liceali scemotti, ingenui e un po' imbranati, che probabilmente non salveranno il mondo, ma che di certo ispirano simpatia. Non mi sembra poco.

venerdì 20 marzo 2009

Thinking of you



Katy Perry avrà anche un concetto molto personale di stile, una particolare tendenza a rimanere in biancheria intima e qualche grosso limite quando prova a ballare. E i suoi video non saranno esattamente dei capolavori artistici. Però le sue canzoncine hanno il potere di entrare immediatamente nella testa di chi le ascolta e di lasciarsi canticchiare. Quindi la promuovo, e posto il quarto singolo estratto dall'album One of the boys (2008).

giovedì 19 marzo 2009

Come la neve

Tra le poche cose da salvare in Love Actually c'erano un Colin Firth scrittore che si innamorava della propria colf portoghese e un Liam Neeson vedovo che si trovava a dover crescere da solo il figliastro bambino. Ecco, quando ho letto dell'incidente e della morte prematura di Natasha Richardson, che di Liam Neeson è da molti anni la moglie 'reale', ho ripensato subito ad alcune scene di quel film, al funerale che la defunta, malata di cancro, aveva programmato nei minimi dettagli, e allo splendido rapporto patrigno-figliastro.

Forse in Italia la Richardson era poco nota (qualcuno però ricorderà Genitori in trappola, remake anni Novanta del classico Un cowboy con il velo da sposa, La contessa bianca e il più recente Follia), il marito lo è probabilmente un po' di più (io ho il mito di Michael Collins, per dire, ma potrei citare anche Batman begins o Le crociate) mentre la notorietà della madre, il premio Oscar Vanessa Redgrave, è indiscussa. Di certo la Richardson era una donna ricca, famosa, attraente, talentuosa, ancora piuttosto giovane, con un matrimonio duraturo (cosa che ad Hollywood ha un certo manto di eccezionalità) e una famiglia gloriosa alle spalle (oltre alla madre, erano/sono attori i nonni, gli zii, il patrigno e la sorella, mentre il padre, Tony Richardson, era un regista e produttore, e il fratellastro è un regista e sceneggiatore).

Noi comuni mortali nutriamo spesso la sensazione che le persone celebri e di successo siano in un certo senso 'protette', 'tutelate', 'intoccabili', e che nulla di male possa davvero capitare loro, o scalfire la loro fiaba. A volte, però, ci ritroviamo a scoprire che non è esattamente così, che il dolore, la morte e la perdita sono come la neve di Joyce, e non risparmiano nessuno.

So che è venuto fuori un post triste, e non potrebbe essere altrimenti. Penso allora che valga la pena di chiuderlo con un po' di sollievo: una scena di Love actually (la trovate qui), in cui Liam Neeson/Daniel è seduto su una panchina con il figliastro Sam, che da quando è morta la madre si è chiuso in un totale silenzio, e tenta di instaurare un dialogo con lui. Quando Daniel insiste per sapere qual è il vero problema, lo scambio di battute tra i due si fa molto divertente, complice l'assoluta serietà, quasi solennità, del bambino. "La verità è che sono innamorato" - "Cosa?" - "Lo so che dovrei pensare alla mamma tutto il tempo, e lo faccio. Ma la verità è che sono innamorato e che lo ero anche prima che la mamma morisse. Non posso farci niente." - "Non sei un po' giovane per essere innamorato?" - "No." - "Ok, hai ragione. Comunque, mi sento un po' sollevato" - "Perché?" - "Beh, sai, pensavo fosse qualcosa di peggio" - "Peggio della sofferenza totale dell'essere innamorati?" - "Oh. No, hai ragione. Certo, sofferenza totale".

martedì 17 marzo 2009

Dimmi dove ti sposi, e...

...ti dirò quanto rischi di risultare kitsch.

Al di là del mito romantico, che ha ancora qualche adepto, tutti sanno che il giorno del matrimonio non è esattamente il più bello della propria vita, anzi, forse è uno dei più stressanti in assoluto. Anche perché, dato che viviamo in un tempo pragmatico e piuttosto prosaico, si è mano a mano affermata l'idea delle nozze come eccezione alla regola della grigia e anonima quotidianità: per qualche ora (e il numero di ore effettive dipende da tradizioni, gusti e latitudini...) gli sposi devono essere i protagonisti assoluti di un evento che deve essere unico e irripetibile (mmh...) e che quindi va pianificato in ogni minimo dettaglio, a costo di notevolissimi tour de force organizzativi. Qualcuno punta sulla tradizione, qualcun altro sull'originalità, qualcun altro ancora sul proprio, personalissimo, concetto di romanticismo.

Che il matrimonio sia civile o religioso, ci sono criteri ben precisi per scegliere il luogo deputato al grande evento:

1) il comune natale o la parrocchia di provenienza (per i puristi, i tradizionalisti, i menefreghisti e per quelli che tendono a farsi condizionare da genitori/suoceri invadenti);

2) una cittadina, una villa o una chiesa particolarmente artistiche o scenografiche (perché bisogna fare n foto e filmini da mostrare a tutti gli sventurati che capiteranno sotto tiro nei 730 giorni successivi...);

3) il posto in cui ci si è conosciuti o che simboleggia, in qualche modo, il legame che si vuole celebrare (sappiamo tutti che c'è gente che si sposa sulla spiaggia - all'alba o al tramonto -, al Polo Nord, in deltaplano, facendo paracadutismo, parapendio o anche immersioni subacquee... evidentemente, il mondo è bello perché e vario, chi si somiglia si piglia e non ci sono più le mezze stagioni...).

Se questo è il quadro di insieme, ci sono anche altri fattori che influenzano o concorrono alla scelta: ad esempio, le dimensioni del luogo deputato (che devono essere consone alla quantità di invitati - il ragionamento è facile: se hai trecento persone al seguito non scegli la remota chiesetta di campagna che, per quanto carina e romantica, non le conterrà mai e poi mai, mentre se hai trenta invitati tendi ad evitare il Duomo cittadino delle grandi occasioni) o il suo stile architettonico (non stupitevi: è un vero pallino di architetti e storici dell'arte, da non sottovalutare, soprattutto per chi volesse sposarne uno/a).

Stando ad un articolo apparso su Repubblica qualche giorno fa, il Comune di Verona sta promuovendo il progetto "Sposami a Verona", che apre alle coppie il famoso balcone di Giulietta, applicando loro un tariffario specifico, che va dai 600 euro per i veronesi ai 1000 euro per i cittadini extracomunitari. Ora, comprendo l'iniziativa della giunta, perché aiuta a fare cassa e perché, in tempi di crisi, tutto fa brodo, ma, se almeno una volta avete visitato il luogo, il mio scetticismo non potrà stupirvi più di tanto. Al di là di Shakespeare e della romantica celebrazione di un mito letterario, la casa di Giulietta è uno dei posti più pacchiani e più finti in cui io sia mai stata. E comunque, anche volendola mettere su un piano prettamente ideale, il luogo non è esattamente di buon auspicio, in quanto ricorda un matrimonio sfortunato, breve e tragico, che sarebbe preferibile non emulare.

L'articolo di cui sopra riporta anche altre location piuttosto interessanti: tipo, la Rotonda di Senigallia (che sarebbe quella di "una Rotonda sul mare, e il nostro disco che suona...", per coppie un po' retrò, suppongo) e l'area archeologica di Pompei. Per quanto riguarda Pompei, vi giro quello che scrive Repubblica: "nozze civili all'interno dei siti, e banchetto all'esterno, con menu ispirato a gusti e abitudini degli antichi romani. Un'agenzia fornisce anche suonatori di cetra e di lira e, se proprio uno volesse fare le cose in stile americano a Roma, è pure possibile affittare abiti, o meglio maschere, realizzate da una sartoria teatrale." Ora, passi il matrimonio tra le rovine con vista Vesuvio, che può anche avere un suo perché, ma devo confessare che il banchetto ispirato a gusti e abitudini degli antichi romani mi lascia un po' perplessa: sposi e invitati berranno vino dolcificato con miele e spezie, ingurgiteranno cibi e condimenti molto molto piccanti e non utilizzeranno le posate? Mmh...

Per quanto riguarda il resto, suonatori di cetra e maschere teatrali, il commento si fa difficile, dato che il livello di kitsch diventa impressionante anche per un'impavida come me. Mi consola sapere che, almeno per il momento, la soluzione pompeiana sia stata monopolio di ricchi stranieri un tantino originali (di certo, più originali di quelle coppie giapponesi che, subito dopo il , si facevano immortalare con un sorriso stampato ai piedi della Torre di Pisa...). Anche se, a pensarci bene e in un'ottica prettamente commerciale, sposarsi tra le rovine di Pompei indossando abiti da antichi romani non è troppo diverso dallo sposarsi a Disneyland vestiti, che ne so, da Topolino e Minnie, Bella Addormentata e principe Filippo, Bella e Bestia, Pippo e Clarabella, Bianca e Bernie, Red e Toby e chi più ne ha più ne metta. Insomma, l'idea in sé non è né troppo originale, né straordinariamente kitsch: sono convinta che si possa fare di meglio. Il turismo matrimoniale necessita quindi di una nuova frontiera, tipo la stazione orbitante internazionale, la Luna o Marte - e magari qualcuno ci sta pensando sul serio...

lunedì 16 marzo 2009

Metafisica dei tubi

Un paio di anni fa mi è capitato di seguire un'intervista ad Amélie Nothomb, scrittrice belga di lingua francese, nata in Giappone, dove il padre era console, e cresciuta poi in giro per il mondo, tra Cina, Bangladesh e Stati Uniti. Il personaggio mi aveva colpita notevolmente: bruna e pallida, un po' sul genere di Bjork, con un rossetto scarlatto, una lunga gonna scura e un curioso cappello che mi piacerebbe davvero avere il coraggio di indossare, era l'immagine stessa dell'eccentricità. Mi è bastato osservarla qualche minuto per capire: 1) che suscitava in me una gran simpatia, 2) che, con ogni probabilità, il genere di narrativa da lei praticato non era esattamente tra i miei "preferiti".

I romanzi che venero e che rileggo periodicamente (da Guerra e Pace a Il rosso e il nero, passando per Jane Austen, George Elliot e le sorelle Bronte) hanno tutti trame molto complesse e robuste, e un lungo elenco di personaggi (e più ce ne sono, più io mi sento felice e appagata). La Nothomb aveva tutta l'aria di essere un'autrice che predilige altre vie e altri paradigmi, tanto più che dal 1993 pubblica un libro all'anno, con la puntualità di un orologio svizzero, contraddicendo il mio personalissimo concetto di 'fatica letteraria'.

Alla fine, però, mi sono arresa alla curiosità e anche ad una certa "voglia di qualcosa di nuovo". Per cominciare, ho scelto Metafisica dei tubi, perché il titolo mi è parso semplicemente geniale, e in linea con il personaggio Amélie Nothomb. Non saprei se descrivere il libro, che oltretutto non è tra le sue opere più famose, come un racconto lungo o come un romanzo breve. Si tratta di una pseudo-autobiografia incentrata sui primi tre anni di vita della protagonista e narratrice, che mano a mano sviluppa una propria percezione del mondo, si impossessa del linguaggio, scopre i piccoli piaceri della vita e fa esperienza della morte. Un racconto stralunato, buffo e inverosimile, narrato con un tono volutamente semi-serio e con qualche punta di solennità in certe, curiose tirate simil-filosofiche.

Vi riassumo la trama, che è piuttosto esile. Fino all'età di due anni, la protagonista è un tubo (sic), immobile e imperturbabile come Dio, tanto da essere chiamata dai suoi (sgomenti) genitori "la Pianta". Poi, improvvisamente e inaspettatamente, si trasforma in una creatura urlante e irritante, una specie di allarme non-disattivabile, tanto da far rimpiangere il precedente stato catatonico ai suoi (ancor più sgomenti) genitori. Fino a quando, a due anni e mezzo, l'incontro con il cioccolato bianco del Belgio non compie il miracolo di svegliare i suoi sensi e di farla nascere al mondo davvero. Sullo sfondo, c'è il Giappone, una terra molto amata dall'autrice, con i suoi paesaggi, i suoi costumi, i suoi colori, i suoi profumi.

Si tratta una lettura abbastanza veloce, scorrevole, spiritosa e senza particolari conseguenze (insomma, una volta chiuso il libro, non rimuginerete a lungo su fatti e personaggi, non vi porrete domande particolari, non vi verrà in mente di rileggere alcuni paragrafi o di approfondirne il senso, né il vostro stato d'animo ne risulterà particolarmente influenzato o rivoluzionato). Ora posso dire con una buona dose di sicurezza che la narrativa di Amélie Nothomb non è esattamente il mio genere, anche se non sono ancora certa di aver inquadrato l'autrice e il suo stile, e molto probabilmente, in futuro, farò un secondo tentativo con un altro titolo. Si accettano consigli, nel caso qualche fan o conoscitore della Nothomb passi casualmente di qui.

venerdì 13 marzo 2009

Stop and stare



Questa settimana punto sugli One Republic e sul loro album di debutto, Dreaming out loud. Ero abbastanza indecisa tra Stop and Stare e Apologize. Alla fine, ho optato per la prima (nonostante il video oggettivamente un po' inquietante...), dato che i video di buona qualità di Apologize presenti su You Tube riguardano tutti la versione remixata con Timbaland, che sarà anche molto più famosa e avrà avuto molto più successo dell'originale, ma a me non piace particolarmente. Che volete farci, ho sempre avuto grossi problemi con l'hip-pop.

mercoledì 11 marzo 2009

Il Divo

Arrivo tardi, ma arrivo. Così, a distanza di quasi un anno dall'uscita del film nelle sale, ho finalmente visto Il Divo di Paolo Sorrentino - il cui sottotitolo è La spettacolare vita di Giulio Andreotti, in modo da chiarire subito di cosa e di chi si sta parlando. La storia si concentra sul biennio 1991-1993, negli anni del settimo governo Andreotti, della strage di Capaci, dell'elezione alla Presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro e delle prime rivelazioni dei pentiti di mafia sul delitto Pecorelli.

Non che la scansione temporale sia fondamentale o prioritaria nell'economia del film: il 'prima' e il 'poi' si alternano e si intersecano con il presente, dando luogo ad una narrazione surreale, che non ha l'obiettivo di ricostruire in modo documentaristico episodi e situazioni ma che, al contrario, suggerisce e fa intravedere, lasciando molto all'intuizione e ai ricordi dello spettatore. Credo che questo sia, nello stesso tempo, il maggiore pregio e il maggiore limite della pellicola, se un limite va cercato ed evidenziato.

Di certo può costituire un limite dal punto di vista di chi, come me, per ovvie ragioni anagrafiche, ha una conoscenza imprecisa del quadro storico e politico di riferimento, e quindi fa fatica a ricostruire e collocare eventi, personaggi, scelte, tradimenti e compromessi (del tipo: quali erano le correnti della Dc? E chi sarebbero questi "dorotei"?). Mentre è innegabilmente un pregio per il ritmo che conferisce al film, grazie ad un alternarsi continuo di gesti, espressioni, elementi simbolici e inquadrature in chiaroscuro che rompono gli schemi tipici del biopic e che danno vita ad un'opera che mi viene spontaneo definire pop.

Alla sensazione di avere davanti agli occhi un esperimento stilistico ed estetico piuttosto riuscito contribuisce anche una colonna sonora che non ti aspetti, e che sottolinea, a suo modo, ogni passaggio della pellicola. Elementi di grottesco seminati qua e là (su tutti, la lacca di Giancarlo Caselli), stralci di lettere di Aldo Moro e frequenti cambiamenti di registro completano l'opera, lasciando addosso allo spettatore una sensazione di dubbio, di irrealtà, quasi da "sogno o son desto?". Probabilmente, questo non asserire mai, limitandosi a suggerire e a lasciar supporre, è l'unico modo per raccontare cinematograficamente una storia italiana tanto recente, complessa e difficile da etichettare. Forse è l'unico modo per evitare l'effetto documentario, sul genere di La storia siamo noi o di Blu notte, e realizzare un prodotto artistico, fresco, innovativo, diverso, sperimentale. Da vedere (per poi, magari, finire su Wikipedia a ricapitolare e ricostruire, per capire chi era chi, e chi faceva cosa, e quando, e perché ecc. ecc.).

martedì 10 marzo 2009

Il prima e il dopo

Quando ero alle elementari o alle medie (insomma, vari anni fa...) in classe andava di moda un disegnino: il ritratto di una ragazza che, se capovolto, diventava il ritratto di una vecchietta, e la didascalia accanto alla figura recitava sapientemente: "Prima del matrimonio/ Dopo il matrimonio". Avevo del tutto rimosso questo giochino scolastico, peraltro abbastanza curioso, fino a quando non è scoppiato il caso dei capelli grigi di Barack Obama, venuti fuori dopo soli 44 giorni di presidenza. Che fatica che deve essere, la presidenza degli USA, da far incanutire chiunque, soprattutto in tempo di crisi!

Il tam tam giornalistico è iniziato con un quotidiano autorevole, il New York Times, per poi proseguire sui quotidiani di tutto il mondo. A dirla tutta, non è la prima volta che qualche giornalista si interessa ai capelli di Barack: era già accaduto lo scorso settembre, quando la sua canizie incipiente era stata attribuita allo stress da corsa presidenziale. Sarà per via della crisi, che spinge anche i più autorevoli reporter ad evadere dai problemi del quotidiano, ma oggi i ragionamenti e le speculazioni sulla chioma del Presidente si fanno un po' più complessi e fantasiosi. Oltre all'ipotesi "logorio da Casa Bianca", per cui 44 giorni con il peso del mondo sulle spalle e con i crolli di Wall Street al seguito avrebbero accelerato l'invecchiamento dell'aitante ex senatore di Chicago, ne sono spuntate altre due, in aperta contraddizione tra loro:

- Obama avrebbe passato la campagna elettorale a tingersi i capelli di nero, in modo da esaltare la sua giovinezza nel confronto con il canuto John McCain. Poi, una volta ottenuta la presidenza, sarebbe tornato al suo colore, naturalmente brizzolato;

- Obama si starebbe 'brizzolando' artificialmente i capelli per rendere evidente agli Americani la sua maturità e convincerli che sono in buone mani, nonostante tutti i problemi che si affacciano all'orizzonte.

Alcune testate hanno pensato bene di intervistare sul tema il barbiere di fiducia del Presidente, che è senza dubbio il più profondo conoscitore dei suoi capelli (ok, va bene, ma a quando un'intervista, che ne so, sulla sua forfora???). Dal mio canto, molto modestamente, proporrei di chiedere il parere di Michelle, che, in qualità di moglie, dovrebbe godere di una certa voce in capitolo: ho il sospetto che Obama non indossi neppure un paio di calzini senza la sua approvazione, ma va da sé che la mia è soltanto un'insinuazione da casalinga di Voghera.

In ogni caso, sarà che sono un po' naif o terra-terra, ma devo confessarvi che tendo a non stupirmi del fatto che un uomo di 47 anni abbia qualche capello bianco, e neppure che, con il passare del tempo, la quantità di capelli bianchi sulla sua testa aumenti. Mi sembrano molto più innaturali, per non dire di peggio, quei settantenni televisivi dalla folta e lucida chioma corvina... E poi, il "sale e pepe" ha fatto la fortuna di personaggi come George Clooney e Richard Gere (diventato decisamente più sale che pepe, oramai), che sono molto meglio oggi di quanto non fossero vent'anni fa. E devo ammettere che a me, personalmente, il brizzolato piace, perché ispira (quasi sempre...) maturità e affidabilità. Mentre l'uomo tinto, a dirla proprio tutta, mi sembra un po' ridicolo. Ma ognuno ha i suoi gusti, ovviamente, e il sacrosanto diritto di apparire nel modo che preferisce: in cui si sente più a suo agio o che gli procurerà più consensi.

lunedì 9 marzo 2009

Pensare diritto, pensare storto

Basta assistere ad un telegiornale per accorgersi di quanto il dibattito pubblico sia dominato da una serie di termini e concetti - relativismo, etica laica, bioetica, laicismo, dottrine, religioni, scontro di civiltà - che da un lato sembrano essere divenuti patrimonio comune (tutti crediamo di poterne parlare con cognizione di causa, grazie ad un discutibile conformismo mediatico e culturale), mentre dall'altro mantengono un carattere ambiguo e quasi sfuggente.

Allo stesso modo, è sufficiente assistere ad un dibattito tra intellettuali (o sedicenti tali) per capire quanto le posizioni perorate dagli uni o dagli altri siano, il più delle volte, del tutto soggettive, giustificate solo dal gusto e dall'opinione personali, e non suscettibili di verifica. Per fare un esempio molto banale, è come chiudersi in una stanza buia e sostenere a gran voce che è notte, rifiutandosi di uscire per controllare.

Ecco, di fronte a tanta confusione e autoreferenzialità, penso che la lettura di questo saggio dello psichiatra Giovanni Jervis, il cui sottotitolo è Introduzione alle illusioni sociali (2007), possa risultare interessante o comunque invitare ad un riflessione meno sommaria e più circostanziata. Nell'opera, Jervis propone un percorso agevole, a tutto vantaggio dei non addetti ai lavori, alla scoperta delle scienze cognitive e delle loro implicazioni nello studio delle relazioni interpersonali, della coesistenza degli individui e della vita sociale. A partire da episodi di cronaca più o meno recenti, dal delitto di Novi Ligure alla strage di Columbine, e attraverso una critica al diffuso analfabetismo scientifico e ad un certo "egocentrismo metodologico", l'autore affronta il tema delle cosiddette 'illusioni', ovvero di quegli errori e fraintendimenti che si annidano in modi di pensare comuni e condivisi, e che sono alla base dei giudizi che esprimiamo e dei convincimenti che ci formiamo.

Da profana, ho trovato il volumetto molto interessante: certo, non saprei prendere posizione nel confronto tra cognitivisti e psicologi analitici, e ho poca dimestichezza con concetti come 'mente', 'inconscio' e 'profondo', ma posso dire che la lettura ha suscitato in me numerosi spunti di riflessione, portandomi ad osservare alcuni dibattiti, soprattutto in materia di aggressività sociale, relativismo e rapporti tra fedi e culture, da un altro punto di vista, meno speculativo e più empirico, meno teorico e più concreto. Un esperimento che sento di potervi consigliare, anche perchè sono appena duecento pagine e lo stile è davvero molto scorrevole.

venerdì 6 marzo 2009

Goodnight moon



Questa canzone degli Shivaree mi ricorda sia il primo anno di università che il mio ventesimo compleanno. Oggi mi sembra il giorno giusto per rievocarla.

giovedì 5 marzo 2009

Film e telefilm ai tempi della crisi

Gli spettatori americani sembrano piuttosto inviperiti, almeno stando ai dati auditel e agli incassi cinematografici. I rovesci economico-finanziari hanno sconvolto le vite di molti e, come in tutte le crisi che si rispettino, l'opinione pubblica ha ben presto individuato il 'cattivo' contro cui inveire: ovvero, il ricco spendaccione, preferibilmente newyorkese, preferibilmente guru della finanza (o "parente di"). Non che abbia tutti i torti, dati i risultati disastrosi di certi esperimenti made in Wall Street.

Date queste premesse, non stupisce troppo che una serie televisiva come Dirty Sexy Money, che ruotava intorno ai capricci, ai fasti e ai delitti di una famiglia newyorkese straricca e strapotente, sia stata cancellata a metà della seconda stagione, a causa di dati auditel giudicati insoddisfacenti. E non stupisce neppure che Lipstick Jungle, patinata serie al femminile nata dalla penna della solita Candace Bushnell, già ideatrice di Sex and the City, sia attualmente in un limbo, in attesa di un rinnovo e di una terza stagione che sembrano ogni giorno più lontani (per quanto Brooke Shields, che interpreta una delle tre amiche-protagoniste, si stia battendo dallo scorso autunno per evitare la cancellazione dello show...).

E' probabile che i telespettatori, gravati dai loro problemi economici e dai loro mutui, si siano risentiti sia di fronte allo spendi e spandi quotidiano dei potentissimi Darling (cha alla vita sfarzosa aggiungono la necessità di mettere a tacere scandali e scandaletti vari attraverso il versamento di congrue somme di denaro) sia di fronte a quello più glamour ma pur sempre sopra la media di Brooke Shields e delle sue affascinanti sodali. Bisogna dire che il lancio pubblicitario di Lipstick Jungle, che recitava "Queste donne non cercano Mr. Big, loro SONO Mr. Big!", oltre a risultare un po' sibillino, non ha portato molta fortuna al progetto, al contrario... Rifarsi ad una serie di grande successo è sempre un'operazione rischiosa, soprattutto: 1) se l'oggetto in questione è un fenomeno di costume come Sex and the City, 2) se sono trascorsi dieci anni dal pilota e 3) se altri tentativi più o meno espliciti di clone sono già passati sotto i ponti.

A confermare la tendenza generalizzata a punire l'ostentazione e lo spendi e spandi c'è anche l'accoglienza freddina riservata all'uscita nelle sale di Confessions of a Shopaholic (I love shopping nell'edizione italiana), liberamente ispirato alle 'disavventure' dell'indebitatissima Becky Bloomwood, ideate dalla britannica Sophie Kinsella e qui proposte in salsa newyorkese. La trasposizione cinematografica con Isla Fisher e Hugh Dancy è stata definita da parte della critica americana "il film sbagliato al momento sbagliato": effettivamente, la spendacciona Becky, che (soprav)vive costantemente al di sopra delle proprie possibilità, tra bugie, numerose carte di credito ed escamotages fantasiosi, non è esattamente un modello adatto ad un tempo di crisi. Al contrario, i suoi (immeritatissimi) happy end possono anche generare una certa frustrazione nel pubblico.

Senza voler fare del moralismo, una persona che darebbe anche l'anima pur di assicurarsi una Angel bag o una sciarpa Danny and George o un paio di scarpe Manolo Blahnik potrebbe anche risultare un tantino antipatica, per non dire di peggio, a chi ha appena perso il lavoro o non riesce a pagare le rate del mutuo o non sa come sbarcare il lunario. Nonostante io sia una fan della Kinsella, abbia letto tutti e cinque i libri della serie e riesca a distinguere abbastanza bene realtà e finzione, devo confessare che, di fronte alle costosissime follie di Becky, ogni tanto mi viene da storcere il naso e da pensare "Ma in che mondo vive questa?!?"...

Al terremoto economico resiste (per il momento) Gossip Girl, che però ha un target diverso, molto più giovane e quindi meno esposto al risentimento-da-mutuo, mentre Desperate Housewives si è adattata al nuovo clima esponendo le sue protagoniste, a partire dall'appariscente Gabrielle Solis, a problemi economici di vario genere e costringendole a rinunce e ristrettezze. Insomma, ho sempre sostenuto che gli sceneggiatori di DH siano in assoluto i migliori, e in questo caso bisogna ammettere che sono stati anche i più lungimiranti. L'unico neo è che la quinta serie è ambientata a cinque anni di distanza dalla fine della quarta: speriamo di non doverne dedurre che la crisi economica si protrarrà fino al 2013...

martedì 3 marzo 2009

Kebab for breakfast

Da febbraio Mtv ha iniziato a mandare in onda la terza stagione di Kebab for Breakfast, una serie televisiva tedesca che si concentra sulle avventure e disavventure di una famiglia allargata e multietnica nella Berlino contemporanea. Il titolo originale, che tradotto in italiano suonerebbe come Turco per principianti, rende molto bene l'idea di fondo. Di certo, molto meglio del titolo scelto per l'edizione italiana (per il quale, in tutta sincerità, non riesco a trovare una giustificazione plausibile).

All'inizio della storia, Metin, un commissario di polizia di origine turca, vedovo con due figli (il ruvido Cem e la musulmana ossessivo-compulsiva Yagmur), si innamora di Doris, una psicologa tedesca un po' hippy e innegabilmente svampita, divorziata e anche lei con due figli a carico (la sedicenne in piena crisi adolescenziale Lena e il discolo Nils). Nonostante mille difficoltà e incomprensioni, alla fine i sei diventano una famiglia, sconclusionata, originale ma piuttosto unita, a cui si aggiungono solitamente il padre un po' razzista di Doris e sua sorella minore, un'insegnante. Il tutto finisce per complicarsi, e di molto, quando Lena e Cem si innamorano.

I vari episodi sono raccontati da Lena sotto forma di videomessaggi: nelle prime due stagioni, la destinataria dei suoi monologhi era un'amica lontana, Cathy, mentre nella terza, quando Cathy torna a vivere a Berlino, Lena enumera le proprie disavventure quotidiane al padre girovago, Markus, un seguace dello sciamanesimo che vive in Amazzonia (o giù di lì...) e che è comparso brevemente nella seconda stagione del telefilm. Il tono del racconto è volutamente esagerato e grottesco, e anche la recitazione è piuttosto enfatica, con esiti caricaturali. Il risultato è una storia gradevole, abbastanza divertente, tra equivoci, colpi di scena al limite dell'assurdo e dell'inverosimile, conflitti generazionali e paradossi culturali.

Non fraintendetemi, non sto dicendo che si tratta di una serie televisiva imprescindibile: io stessa ne ho visto solo qualche puntata, quando è capitato, senza esserne diventata una spettatrice fedele o una fan. Tuttavia, al di là della qualità, è un esperimento piuttosto interessante, risulta spiritoso e buffo, e ha il merito di non prendersi troppo sul serio, a differenza di certi prodotti nostrani. Inoltre, pur essendo ambientato in Germania, non è lento e monocorde come L'ispettore Derrick...

La coabitazione forzata tra giovani tedeschi e giovani turchi, le reciproche diffidenze e incomprensioni, ne rappresentano il vero punto di forza e il maggiore elemento di dinamismo. Ad esempio, ricordo una puntata della prima serie in cui Doris, sbadata come suo solito, propinava del prosciutto all'ignara, musulmanissima Yagmur, che dava in escandescenze e tentava di rimediare al peccato commesso con una lunga serie di atti di contrizione, penitenza e purificazione... Il suo personaggio è forse il più interessante, per via dei suoi tentativi di conciliare fede e ortoprassi nella vita quotidiana, del desiderio di trovarsi al più presto un marito, della paura che la divinità la punisca se trasgredisce e del conflitto permanente, anche se via via più morbido, con gli atteggiamenti 'libertini' di matrigna e sorellastra e con quelli 'eretici' di padre e fratello.

Insomma, Kebab for breakfast ci presenta un ritratto caricaturale, comico e un tantino esasperato del mondo multietnico e multiculturale in cui viviamo e vivremo, mostrandoci che tutto, in fin dei conti, è possibile, e che la convivenza è spesso più facile nei fatti e nelle esperienze quotidiane piuttosto che a parole, nella pratica piuttosto che nella teoria.

lunedì 2 marzo 2009

L'ombra del vento

Mi sono avvicinata a questo romanzo di Carlos Ruiz Zafon con un po' di riserve: non ero convinta che il genere potesse appassionarmi, tra misteri, colpi di scena e atmosfere più o meno cupe e torbide, e, come al solito, ero diffidente nei confronti della categoria "best-seller di fama internazionale". Invece, mi sono trovata a leggerlo tutto d'un fiato, totalmente catturata dalla storia, dai personaggi, dai loro sentimenti e da uno stile scorrevole e piuttosto elegante. Come mi capita spesso quando il romanzo che sto leggendo mi appassiona, l'epilogo è arrivato troppo presto: avrei voluto che l'autore avesse scritto almeno un centinaio di pagine in più; è malinconico trovarsi alla fine di una storia ed essere costretti ad abbandonare un mondo in cui ci si è calati completamente, a cui ci si è abituati e quasi assuefatti.

Riassumo la trama sommariamente e brevissimamente, così da non privarvi del piacere della scoperta, che in una vicenda di segreti, misteri, vicoli oscuri, nebbia e ville abbandonate è assolutamente fondamentale. Siamo nella Barcellona degli anni Quaranta e Cinquanta, in pieno regime franchista, e le ferite provocate dalla guerra civile non sono state ancora sanate. Il protagonista, Daniel, figlio adolescente di un modesto libraio e orfano di madre, rimane colpito dalla lettura di un romanzo trovato nel cosiddetto "Cimitero dei libri dimenticati", il cui titolo è L'ombra del vento, e alla misteriosa biografia del suo autore, sulla quale, a poco a poco, comincia ad indagare, riscontrandovi allarmanti analogie con la propria vita. La sua ricerca lo condurrà, nel corso degli anni, a ricostruire una storia complessa e tragica, tra amicizia, odi, rancori, amori, lealtà, gelosie, invidie, morti e sconfitte, che si intreccia agli anni terribili della guerra civile e che segnerà la sua esistenza per sempre.

Può sembrare una trama trita e ritrita, con il solito segreto da svelare, un corollario di personaggini e comparse varie, ciascuno con il proprio personalissimo lutto o fardello, e così via. Eppure, vi assicuro, il romanzo è scorrevole ed estremamente avvincente, con le sue atmosfere umbratili, i suoi personaggi sfaccettati e sempre un po' ambigui e con il pregio di tenere ben desta la curiosità del lettore. Le uniche critica che mi verrebbe da formulare riguardano una 'svolta' un po' prevedibile e un paio di dialoghi che ho trovato troppo netti, poco scorrevoli e quasi monchi, ma, avendo letto il testo in traduzione e non nell'originale, non saprei dire se sono da imputarsi allo stile dell'autore o ad una scelta del traduttore.

Per il resto, dopo aver chiuso il libro ho pensato che da tempo non mi capitava di leggere una storia d'amore (o meglio, di "amori") così coinvolgente, tenera, sensuale e dolorosa. Perché, se l'opera nasce dalla contaminazione evidente di più generi (un po' romanzo di formazione, un po' poliziesco, un po' gotico, un po' storico, e così via), quello che più colpisce, alla fine, è l'intreccio dei sentimenti, il parallelismo delle passioni, il ritratto emblematico di una serie di storie d'amore, più o meno tragiche, più o meno infelici, più o meno a lieto fine.

Se fossi un regista, o meglio, se fossi Tim Burton o Francis Ford Coppola, da L'ombra del vento trarrei un film, più o meno a metà strada tra le atmosfere de Il mistero di Sleepy Hollow e quelle di Dracula. E farei molta attenzione alla ricostruzione della città, delle sue piazzette, dei suoi vicoli, delle sue spiagge, dei suoi viali, dei suoi autobus e, soprattutto, della collina di Montjuic, con la sua tetra foschia e la sua struggente malinconia. Più Burton che Coppola, probabilmente.

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Marina