venerdì 29 maggio 2009

Giulia di Pisa



Ecco la vera storia di Giulia di Pisa, l'ormai famosissima bimba della pubblicità della Coca-Cola - perché nessuna multinazionale americana può vantare di conoscere davvero i pisani...

giovedì 28 maggio 2009

I giorni della solidarietà

Due giorni fa, al Colosseo, c'è stato un'imponente serata di gala, protagonista Andrea Bocelli, i cui proventi (intorno ai 380mila euro) saranno devoluti per la ricostruzione del Conservatorio dell'Aquila. Il 21 aprile è stato inciso il singolo Domani, un'iniziativa anch'essa di beneficienza (per quanto, lasciatemelo dire, musicalmente un po' scialba...) degli "Artisti per l'Abruzzo". Il 21 giugno, a San Siro, ci sarà il concerto delle "Amiche per l'Abruzzo". Martedì scorso la carovana del Giro d'Italia ha fatto sosta nei luoghi del terremoto per una pedalata di ex-campioni del ciclismo. E ci sono state e ci saranno ancora altre iniziative e variazioni sul tema, che non sto ad enumerare.

Da un lato, potrei dirvi che mi fa piacere che ci sia tutta questa attenzione, che si parli della mia regione, di una situazione che, mano a mano che si fa meno mediatica e che diventa routine, rischia di essere accantonata e rimossa. Dopo la commozione dei primi giorni, le lacrime per i trecento morti e l'angoscia per le centinaia di feriti, molti hanno dimenticato le migliaia di persone che tuttora vivono nelle tende, che ogni giorno fanno la fila per mangiare, per lavarsi e per accedere ai bagni chimici, che vivono convivenze difficili (le tende non sono certo 'personalizzate'...) e che, a seconda dei capricci meteo, sopportano sia il caldo e la totale assenza di ombra, sia la pioggia e il terreno fangoso. Persone che resteranno in quelle condizioni fino ad ottobre, nella migliore delle ipotesi. Molti hanno dimenticato i numerosissimi studenti universitari colpiti, che oggi sono dislocati in sedi improvvisate e fuori mano, sanno ancora troppo poco del loro futuro accademico e, fino a quattro-cinque giorni fa, non avevano neppure una segreteria a cui rivolgersi per le più banali questioni burocratiche e amministrative. Molti hanno dimenticato che L'Aquila è davvero distrutta, che quel bellissimo centro storico di impianto medievale non esiste più, che i suoi ruderi sono inaccessibili, protetti da varchi di vigili del fuoco e forze dell'ordine, e che il censimento delle case per verificarne le effettive condizioni di agibilità è ancora in corso.

Dall'altro lato, la maggior parte di queste iniziative benefiche e di solidarietà solleva in me numerosi dubbi. Al di là della sgradevole evenienza che qualcuno possa strumentalizzare una tragedia per farsi un po' di pubblicità, che si spendano molti soldi e molte energie per raccogliere fondi mi sembra quasi contraddittorio. Ad esempio, lunedì scorso ho avuto modo di vedere parte dei preparativi per il concerto del Colosseo, e ho pensato a quanta gente ne era coinvolta, a quante forze erano state mobilitate per organizzare una serata del genere e raccogliere quei 380 mila euro. Mi chiedo se questo business benefico abbia davvero un senso, se il gioco valga la candela. Non voglio sollevare polemiche inutili, ma mi viene spontaneo chiedere: se quelle energie e quelle risorse fossero spese direttamente in favore di chi ne ha bisogno, in termini di volontariato e di assistenza economica alle associazioni e alle strutture, e senza passare per l'allestimento di un grande evento, non sarebbe tutto molto più semplice? E' vero, non ci sarebbe spettacolo. E' vero, non ci sarebbe un riscontro mediatico, e sappiamo bene che si dimentica molto in fretta quello che non si vede. E' vero anche che la mera filantropia non è sufficiente, e che molto di più può essere realizzato attraverso lo scambio: il fruitore pagherà per la prestazione, e tanto meglio se i suoi soldi andranno a scopi benefici, sarà una sorta di ciliegina sulla torta.

Di palo in frasca, mi viene in mente l'accusa mossa da più parti ad Al Gore per il suo Live Earth: un'iniziativa di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici e sul rispetto dell'ambiente che, si diceva, aveva il difetto di costare moltissimo sia in termini economici che in termini di inquinamento ambientale. Ovviamente, il Live Earth e le iniziative pro-Abruzzo sono questioni distinte, se non altro per lo stato di emergenza totale in cui versa gran parte della mia regione, che ha bisogno di aiuto e sostegno immediati. Ma la domanda di fondo resta più o meno la stessa: vale a dire, fino a che punto le iniziative benefiche possano considerarsi davvero tali, fino a che punto siano lodevoli, fino a che punto siano coerenti con lo scopo che si prefiggono. Non ho una mia risposta definitiva: i pro e i contro mi sembrano tanti e da abruzzese mi sento parte in causa. Il mio giudizio, in questo caso, non può essere davvero obiettivo.

lunedì 25 maggio 2009

Un cuore così bianco

“Le mie mani sono del tuo stesso colore, ma mi vergogno di avere un cuore così bianco”



“La nostra unica possibilità è che un giorno muoia – mi disse, – e su quello non possiamo contarci.”


Un romanzo che inizia con un suicidio, prosegue con i dubbi, gli incontri, i ricordi e i presagi di un neosposo, e si conclude con una confessione. Il protagonista, Juan, è un interprete madrileno che ha recentemente sposato una collega, Luisa, dopo un fidanzamento brevissimo. Proprio a partire dai giorni del viaggio di nozze, e soprattutto nel corso di una notte trascorsa in un hotel a L’Avana, Juan si sente preda di uno strano turbamento. Un presagio indecifrabile che sembra minacciare il suo matrimonio. E che nasce probabilmente dal suo passato, o meglio, da quello di suo padre, di cui sa poco o nulla. Da un qualcosa che deve essere accaduto prima del matrimonio dei suoi genitori, e che riguarda una zia morta suicida e una sconosciuta e dimenticata donna cubana.

Ancora un titolo shakespeariano – da un verso del Macbeth– per una riflessione sull’amore, sui fraintendimenti, sui non detti e sul senso di colpa. Penso si tratti del miglior romanzo di Marias tra quelli che ho letto finora. Con un maggiore equilibrio narrativo e con una dose minore (e più accettabile) di narcisismo e di autocompiacimento rispetto a Domani nella battaglia pensa a me (un libro che personalmente ho amato molto, a partire dal titolo tratto dal Riccardo III, che rievoca il fantasma della regina Anna, anche se ho l’impressione che molte di quelle pagine siano state scritte dall’autore allo scopo di gridare ai quattro venti :“Guardate quanto sono bravo, guardate quanto sono profondo, guardate quanto scrivo bene!").

In Un cuore così bianco, anch'esso narrato dal punto di vista del protagonista, attraverso i cui occhi, stati d'animo e sensazioni vengono filtrati eventi e dialoghi anche apparentemente insignificanti, si intrecciano relazioni diverse, storie di amori, di inganni, di istigazioni e di incomprensioni, variamente collegate tra loro e spesso analoghe, nel continuo alternarsi di presente e passato. Al di là del protagonista e del suo (ipertrofico...) flusso di coscienza, gli altri personaggi sono visti come di riflesso, attraverso i suoi occhi, quasi non avessero vita a prescindere dal rapporto che intrattengono con lui. Questo gravitare del mondo intorno alla voce narrante è l'elemento più interessante del racconto e dello stile dell'autore: non succede molto (non è un thriller, il 'mistero' è relativo, molte cose rimangono non dette), ma tutto ciò che accade ha un impatto e un valore particolari per la vita interiore del protagonista e, letto attraverso quella lente, aumenta di forza e di importanza. Particolarmente adatto a chi ama scandagliare gli angoli più nascosti e inesplorati della mente e della vita interiore.

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L'uomo sentimentale

venerdì 22 maggio 2009

Extraordinary machine



Dal terzo album di Fiona Apple, Extraordinary machine (2005), il singolo omonimo. Si accettano ipotesi anche fantasiose sul nome della pianta che compare sulla custodia del cd (Wikipedia sostiene che si tratti di un agapanto, un sempreverde di origine africana; io, che di botanica non so assolutamente nulla, ho sempre pensato che fosse un qualche ortaggio non meglio identificato...).

mercoledì 20 maggio 2009

Scrubs, il (quasi) finale perfetto

Lo scorso 6 maggio la Abc ha mandato in onda l'ultima puntata dell'ottava stagione di Scrubs. Il protagonista, J.D. Dorian (Zach Braff), lascia il famigerato Sacro Cuore per trasferirsi in un nuovo ospedale, in modo da essere più vicino al figlio Sam. L'uscita dell'ex-tirocinante ed ora medico dall'ospedale è stata raccontata con grande brio, riproponendo alcune gag particolarmente care ai fan (su tutte, gli abbracci compulsivi di J.D. e Turk, i monologhi dell'inserviente e le idiosincrasie del dottor Cox) e rievocando i diversi personaggi che in questi anni hanno attraversato la scena. A coronamento della puntata, un appagante happy end, con J.D. ed Elliot che, dopo ben otto anni, riescono addirittura ad andare a vivere insieme (e, si suggerisce, a mettere su famiglia)! Insomma, la fine migliore che si potesse immaginare, con grande gioia di tutti gli appassionati.

Peccato che la fine non sia davvero la fine. I creatori - che hanno tutto l'interesse a 'spremere' un prodotto di successo e di buoni ascolti - hanno infatti annunciato una nona stagione, che tecnicamente dovrebbe fungere da ponte verso un prodotto completamente rinnovato, che manterrebbe però il titolo originario (per evidenti questioni di marketing). I protagonisti storici (compreso Zach Braff, che avrebbe accettato di apparire in sei puntate) vi comparirebbero con ruoli ricorrenti o in qualità di ospiti, mentre l'attenzione si sposterebbe gradualmente verso nuovi personaggi, concentrandosi in particolare sui tirocinanti introdotti nell'ottava stagione. I fan sono in rivolta: dopo il finale perfetto, si teme uno scadimento del prodotto. E, soprattutto, ora che tutti i personaggi sono lì dove si desiderava che fossero, sembra difficile immaginare nuove storie che non intacchino o rovinino un equilibrio finalmente (e faticosamente) raggiunto.

Storica e riuscita parodia del medical drama, Scrubs è nato per fare il verso alla serie televisiva che ha inaugurato questo genere televisivo, ER (che lo scorso aprile ha chiuso i battenti dopo ben 15 stagioni - mi riservo un post a riguardo), e a tutti i suoi numerosissimi epigoni. Basata sulla combinazione di scambi di battute serrati e momenti di ilarità, con frequenti incursione nel paradossale e nel grottesco e anche qualche momento malinconico-nostalgico, la serie si è rivelata un esperimento innovativo e piuttosto vincente.

Non so se tirarla per le lunghe sia una scelta saggia da parte della produzione, soprattutto se si considera che la parte migliore dello show consisteva nella perfetta sintonia dei personaggi e nella loro straordinaria mimica facciale. Probabilmente sarebbe stato più corretto inaugurare una nuova serie, con un nuovo titolo. Ma, si sa, le emittenti hanno le loro ragioni e il potere di imporle, e un format vincente è un sicuro guadagno.

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ER, quindici anni in prima linea
Televisione... in corsia

lunedì 18 maggio 2009

La Marcia di Radetzky

Suo figlio era morto. Il suo lavoro compiuto. Il suo mondo crollato.


Il lento ed inesorabile declino dell'Impero austro-ungarico e della Casa asburgica è raccontato da Joseph Roth attraverso la storia della famiglia Trotta e di tre generazioni di uomini. Dall'eroe di Solferino, un piccolo sottotenente di origine slovena che salva la vita dell'Imperatore, ottenendone un titolo nobiliare; a suo figlio Franz, ligio capitano distrettuale a W., in Moravia; fino al nipote, il giovane Carl Joseph, sottotenente di fanteria che si troverà a combattere la I Guerra Mondiale.

Nel romanzo, l'ascesa e il declino del casato dei Trotta riflettono la progressiva dissoluzione della monarchia di origine divina di Francesco Giuseppe. L'Imperatore è l'ombra che aleggia su tutti i personaggi, accompagnandone le storie e quasi perseguitando il più giovane, accanto al fantasma dell'eroico capostipite, incarnato dal suo onnipresente ritratto. Il soldato Carl Joseph, ossessionato dal nonno e incapace di "dimenticare i morti" e di lasciarsi alle spalle il dolore, è colui che più di ogni altro sente l'approssimarsi della fine, scorgendo le crepe all'interno del corpo maestoso dell'Impero, a cominciare dall'esercito, e convincendosi del proprio destino di 'ultimo' del casato. Il giovane affoga così il proprio cupo malessere, quasi un 'male di vivere', nell'alcol, nel gioco e nell'amore sconclusionato per una matura donna sposata. Il suo casato è nato ed è destinato a morire con Francesco Giuseppe; il legame è invisibile ma tenace, quasi prefigurato dalla sempre più evidente somiglianza fisica, mano a mano che gli anni passano, tra il devoto capitano distrettuale, uomo del passato e vero protagonista di questa tragedia storica, e l'Imperatore.

Il romanzo è malinconico, i toni sono grigi e cupi, la decadenza è palpabile e la stessa Marcia di Radetzky echeggia come un presagio di morte. La pioggia domina i paesaggi e, sin dalle prime battute, si intravede chiaramente l'epilogo: quella terribile e assurda carneficina che fu il primo conflitto mondiale, che avrebbe spazzato via l'impero secolare degli Asburgo insieme a milioni di vite umane. L'autore lascia che il destino, questa forza superiore e inesorabile, faccia il suo corso, abbandonando i propri personaggi al flusso degli eventi, consapevoli della fine eppure ignari, come lo stesso Francesco Giuseppe, prigioniero del proprio ruolo e delle propria straordinaria longevità, e la cui morte conclude il racconto. Da Solferino alle prima battute della Grande Guerra, è come se il cerchio si chiudesse.

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venerdì 15 maggio 2009

Colorblind



Counting Crows, dall'album This Desert Life (1999) e dalla colonna sonora del film Cruel Intentions. Secondo me, il testo letto al contrario potrebbe anche nascondere qualche arcana formula ipnotica... ;)

mercoledì 13 maggio 2009

Un variopinto mondo di amici

Sufficientemente vecchia per sapere che Amici è nato come un talk show per adolescenti, precipitata non-so-neppure-io-come nel turbine delle "richieste di amicizia" di Facebook, lettrice fin troppo precoce del famigerato libro Cuore (che ha deviato generazioni di bambini) e dopo anni di Kant e di "socievole insocievolezza" credo di avere le credenziali giuste per pensare che, di questi tempi, il concetto di 'amicizia' sia vagamente inflazionato.

Intendiamoci: non ho niente contro chi ha seicento, settecento o mille amici su Facebook, vi assicuro che non c'è nessuna invidia da parte mia. Oltretutto, non saprei dire se conosco così tante persone - o meglio, credo proprio di no... Però, ecco, mi chiedo: non è un po' complicato gestire un numero così importante di amici? E non è un po' forzato metterli tutti sullo stesso piano? Partendo dal presupposto che internet sia la cosa migliore capitata alla mia generazione, l'unica critica che mi sentirei di muovere ai social network, in fondo, riguarda proprio l'inevitabilità delle generalizzazioni e l'obbligo di usare, per ogni situazione, lo stesso schema e la stessa misura.

Fatta questa premessa, sapevate che esistono studi e ricerche per stabilire, con una certa approssimazione, qual è il limite numerico di 'amici' che ciascun essere umano può avere? E c'è persino una risposta accademica: si tratta del cosiddetto numero di Dumbar, da Robin Dumbar, un antropologo britannico che oggi insegna ad Oxford e che ha trascorso la propria vita a studiare il comportamento dei primati. Dumbar ha teorizzato l'esistenza di un tetto massimo alla quantità di relazioni interpersonali stabili che ciascuno di noi può intrattenere: le sue ricerche hanno individuato il limite per formare un gruppo sociale coeso in circa 150 individui.

Ovviamente, la questione è molto molto più complessa e articolata di come ve la sto raccontando io. E credo che nessuno possa ragionevolmente pensare che il gruppo degli amici su Facebook debba costituire un "gruppo sociale coeso" (anche perché, fortunatamente, non viviamo più in tribù nomadi che lottano per la sopravvivenza). Pertanto, prendete questo post come un gioco, come una curiosità o come un piccolo spunto di riflessione antropologica (e, perché no, ricordatevene quando riceverete la prossima "richiesta di amicizia"!).

lunedì 11 maggio 2009

Il maestro di Pietroburgo

Giusto, non sono Copernico: quando guardo il cielo vedo solo le stelle che avevamo sulla testa quando siamo nati e che saranno lì quando moriremo; indifferenti ai nostri travestimenti e alla profondità delle cantine in cui ci rintaniamo.

Dostoevskij - sì, proprio lui... - lascia il suo esilio di Dresda dopo aver ricevuto la notizia della morte del figliastro, Pavel, e torna a San Pietroburgo con una falsa identità, per evitare sia la polizia zarista che i numerosi creditori. Installatosi nella stanza che era stata di Pavel e incapace di elaborare il lutto, inizia ad indagare sulla vita, sulle dinamiche della morte, sulle conoscenze e sulle idee del ragazzo, scoprendo a poco a poco una persona diversa da quella che riteneva di conoscere.

Da autore, Dostoevskij diventa qui il protagonista di una storia e il filtro attraverso il quale la narrazione si dipana. Tra passione e delusione politica, senso di colpa e desiderio sensuale, il romanzo del premio Nobel sudafricano J. M. Coetze racconta una San Pietroburgo ottocentesca, contraddittoria, vivace e talvolta violenta. Per chi si è appassionato alla narrativa russa del XIX secolo, la diversità del punto di vista - non più 'interno' e coevo, ma quasi 'al di sopra' e col 'senno di poi', nonostante il tentativo di immedesimazione -, è evidente, e probabilmente condiziona un po' il giudizio finale sull'opera. Il Dostoevskij protagonista risulta troppo complesso, troppo lacerato, troppo 'avanti' rispetto alla propria epoca e troppo ricalcato sull'immagine che ne abbiamo noi, lettori contemporanei di Delitto e Castigo, per sembrare autentico. E la stessa cosa, anche se in misura minore, si può dire del personaggio femminile principale, la padrona di casa di Pavel, oggetto del desiderio e dell'ossessione del protagonista: una donna dai pensieri e dai comportamenti fin troppo moderni.

Non saprei dare un giudizio definitivo e univoco sul romanzo. Sicuramente non lascia il lettore indifferente: segno, questo, di una certa vitalità. Al di là della riflessione politica, del rapporto un po' scontato del 'vecchio' Dostoevskij con il 'giovane' rivoluzionario anarchico Sergei Nechaev, e anche al di là del binomio morte-amore sensuale che aleggia un po'ovunque, in pensieri, parole, desideri e azioni del protagonista, quello che più mi affascina di questa storia è la scoperta, da parte del padre, di un figlio sconosciuto. Di pagina in pagina, Dostoevskij si accorge di aver pianto e di continuare a piangere la morte di una persona che non è mai esistita. Nonostante la lontananza fisica, credeva di conoscere Pavel, di poter scrutare i suoi pensieri, di poter prevedere le sue azioni e di condividere con lui il medesimo punto di vista sulle cose. Ma, nel momento stesso in cui si siede a leggere le sue carte, realizza che il figlio è sempre stato un estraneo.

Il dramma del padre è tutto lì, nell'acquisire la consapevolezza che, persino nelle relazioni più strette e più intime o supposte tali, rimane sempre qualcosa che non si può comprendere o condividere del tutto. Leggere il diario di Pavel e la bozza di un suo racconto lo delude, lo ferisce e lo angoscia, perché quelle parole non gli restituiscono l'immagine che si era formato del figlio, e alla quale era forse più legato che al figlio stesso. Il suo sbigottimento è reso ancor più grave dall'assenza del ragazzo, con il quale non potranno più esserci chiarimenti o confronti. E' una dinamica dolorosa, reale - nessuno può conoscere fino in fondo un'altra persona e assumerne davvero il punto di vista- e affascinante, per quanto renda il romanzo ancora più cupo: leggendo le carte di Pavel, Dostoevskij lo perde una seconda volta, sprofondando in un tunnel di dubbi e di desideri contrastanti.

La rappresentazione dei dilemmi e delle contraddizioni interiori dell'autore - l'amore per la moglie, il desiderio di un altra donna; l'amore per il figlio, il desiderio di un altro figlio, e così via - è interamente fondata sullo stereotipo (un po' pretenzioso) del 'demone' dell'artista, colui che vive e sente tutto in modo amplificato e a un livello superiore. Credo che dipenda dal fatto che i lettori moderni di Delitto e Castigo tendano ad immaginare Dostoevskij attraverso Raskolnikov e la sua teoria degli uomini straordinari. Insomma, Il maestro di Pietroburgo è un romanzo complesso e sfaccettato, che evoca molte immagini e molti pensieri. Forse troppi.

venerdì 8 maggio 2009

Io diventerò qualcuno



Il quarto singolo estratto da Le dimensioni del mio caos (2008), il quarto album di Caparezza (quello del tormentone Vieni a ballare in Puglia). L'idea del Fronte dell'Uomo Qualcuno è geniale. E mi sembra che il tutto sia molto in sintonia con le prime pagine dei giornali dell'ultima settimana...

mercoledì 6 maggio 2009

Un mese dopo, le lacrime delle cose

"La quiete greve della notte cadeva lenta anche su quella casa desolata. Il lume vegliava sempre tristamente nella camera silenziosa. Solo le ombre desolate si agitavano più frettolose e più smarrite, e nell'angolo dove ogni sera si ravvivavano i lumi, luccicavano adesso due fiammelle funebri. Verso la mezzanotte si era udito bussare alla porta, e per le stanze si era notato un via vai. Poi tutto si era raccolto in quell'attesa sconfortata. La luna ora lambiva il pavimento, mentre i lumi si spegnevano."

Una foto trovata in internet per caso, una settimana fa: un cumulo di oggetti, zaini, borsoni, valigie e calcinacci accatastati nel cortile di una casa senza più tetto. Per me era solo una delle tante immagini della tragedia, per lui è stata qualcosa di più. "Il mio zaino, quello è il mio zaino", mi ha detto, quasi allarmato, indicando una macchia marrone, nella parte bassa della foto. Ho guardato meglio anch'io: era possibile, era uno zainetto particolare, non dovevano essercene molti così in giro. Ma, a ben vedere, c'era anche un'altra prova, forse più decisiva: il cortile in questione era quello della vicina di casa che gli aveva prestato i primi soccorsi quando era emerso, ferito e confuso, dalle macerie della palazzina.

Ho cercato una mia amica della Protezione Civile, per capire se e come si potesse tentare un recupero di quello zaino: all'improvviso, un oggetto qualunque era diventato per me dannatamente importante; era tutto quello che gli rimaneva dei cinque anni che aveva trascorso a L'Aquila, l'unico ricordo di una parte della sua vita che, fino a quella notte, era stata felice, piena. Possibile che quegli oggetti fossero ancora lì, ammonticchiati nel cortile di una casa cadente, esposti da giorni alle intemperie? Mi sembrava assurdo che in un mese nessuno avesse avuto la premura di raccoglierli, eppure nei depositi approntati da Polizia e Guardia di Finanza non erano mai arrivati. E così ieri mattina siamo tornati lì, nella città che non è più una città, con gli ingressi del centro presidiati da alpini e polizia municipale, e con la possibilità di accedervi solo se scortati dai vigili del fuoco.

L'area in cui sorgeva la palazzina in questione è sotto sequestro per indagini della magistratura e abbiamo avuto bisogno di un permesso del Procuratore della Repubblica perché i vigili del fuoco potessero accompagnarci. Un intero quartiere distrutto nel (probabile) cedimento del costone di roccia su cui sorgeva, temo davvero che ci sia poco da indagare. Mentre aspettavo pazientemente all'ingresso di via XX Settembre, su traballanti panche di legno, riscaldata da un inaspettato sole estivo e accanto a molti sfollati che chiedevano di poter tornare a recuperare qualcosa nelle loro case, ho pensato all'ultima volta in cui avevo percorso quella via, la sera del 5 aprile, sette ore prima del disastro. Ero molto stanca, volevo solo ripartire al più presto, e delle tante persone che ho incontrato, dei tanti ragazzi che tornavano a L'Aquila dopo il week-end in famiglia, non mi rimane che qualche immagine sfocata. Non so chi fossero, né che fine abbiano fatto, ma li ho pensati spesso in queste lunghe settimane.

Il cumulo di oggetti era ancora lì, abbandonato in quel cortile, proprio come nella foto trovata per caso. Accanto all'immensa distesa di calcinacci su cui sorgeva la palazzina ("la casa non c'è più, la casa non c'è più" ripeteva piangendo al telefono un nostro amico, alle sette del mattino del 6 aprile). Si fa fatica a pensare che proprio lì, in quel 'buco' polveroso, sorgesse un condominio di quattro piani. Si fa fatica a pensare che la maggior parte delle persone che vi abitavano non ce l'abbia fatta. E si fa fatica (e si prova quasi rabbia) a pensare alle loro cose dimenticate per terra, a prendere pioggia e vento; cose che per molti di loro avevano un valore e un significato, e di cui nessuno si cura più. Come in Verga, ho pensato.

"Giorno e notte, dal muro sventrato, si vedevano le stanze nude e abbandonate, colle pitture del soffitto che pendevano, le gole dei camini squarciate e nere. La carta gialla ricompariva sotto la tappezzeria lacera, il segno del letto e le macchie scure, i chiodi sul camino a cui era appeso il grande specchio dorato, il campanello ciondoloni sull'uscio della scala spalancato. Il vento vi faceva turbinare la polvere, la pioggia le inondava, il sole vi rideva ancora sulle pitture, gialle, verdi, azzurre; la luna e la luce dei lampioni vi entravano ogni notte, si posavano sulla macchia unta del letto, sui fiorami dorati del salottino misterioso, scendendo sempre, di mano in mano che il piccone dei muratori si mangiava le rovine."


Di molte piccole cose si comprende il valore solo quando si è perso tutto. Come per i superstiti di una guerra o di un bombardamento, e L'Aquila sembra Beirut, o Dresda. La gente fa la fila alle postazioni dei vigili del fuoco per recuperare quel che può, sopporta stoicamente le lunghe attese, combatte gli ostacoli e la disorganizzazione, rassegnata eppure sdegnata, pacata eppure critica. Non è piaciuto il comportamento dei media, e non è piaciuto e continua a non piacere quello della politica. "Non è stato un 5.8, è stato un 6.3" ripeteva accorato un signore seduto accanto a me, facendo eco ad una polemica nata da qualche giorno. "Per tutto il mondo è stato un 6.3, solo per l'Italia hanno diffuso dati diversi, per non accordarci gli indennizzi speciali". E giù ad esprimere la frustrazione per il famoso "decreto Abruzzo", per l'incognita dei finanziamenti spalmati dal 2010 al 2033, che non si sa dove verranno presi, per le promesse che ogni giorno sembrano più lontane dal poter essere mantenute. "A differenza di te, io almeno posso dire di non averli votati", gli rispondeva un altro, con un mezzo sorriso. E ancora: "Credevi che il terremoto li avrebbe fatti diventare persone serie?"

Ecco, appunto, il terremoto. Questa parola che faccio fatica a pronunciare e a scrivere. Nel corso di questo lunghissimo mese ho pensato a tutte quelle volte in cui la usiamo a sproposito e con leggerezza, in iperboli e metafore. E al suo significato reale, che da giorni mi sta davanti agli occhi. Ma so di essere stata fortunata. E penso continuamente a chi non può dire altrettanto.

lunedì 4 maggio 2009

Moon Palace

Il sole è il passato, la terra il presente e la luna il futuro


L'estate del 1969, passata alla storia per i passi lunari di Neil Armstrong, segnerà per sempre la vita del giovane Marco Stanley Fogg. Studente alla Columbia University, orfano di madre dall'infanzia e ignaro riguardo all'identità del padre, M.S. precipita a poco a poco, per inettitudine, per solitudine, per rassegnazione e per puro caso, in un vortice di incontri ed eventi che gli stravolgeranno la vita, offrendogli la possibilità, dopo aver quasi toccato il fondo, di andare incontro ad un nuovo inizio.

Questa è, molto in breve, la storia raccontata in Moon Palace di Paul Auster, uno strano ma affascinante incrocio tra romanzo di formazione e racconto di avventura. Il giovane protagonista intraprende sia un viaggio nel tempo -attraverso le proprie memorie e attraverso quelle dei personaggi che mano a mano incontra - che nello spazio - da New York alle spiagge dell'Oceano Pacifico, passando per Chicago e per il deserto dello Utah - scoprendo a poco a poco le proprie radici familiari e finendo per acquisire una nuova consapevolezza di sé. Il percorso che compie di pagina in pagina gli permette, alla fine del racconto, di ricominciare. In questo senso, il romanzo non finisce. O meglio, finisce con un inizio: una costatazione che probabilmente turberà tutti quei lettori che amano chiudere un libro sapendo con precisione dove sono andati a finire i diversi personaggi e cosa ne sarà, d'ora in avanti, di loro.

Il viaggio reale e metaforico del protagonista, prefigurato sin dall'inizio dalle teorie dell'eccentrico zio Victor sull'origine del suo nome (Marco per Marco Polo, Stanley per l'esploratore che partì alla ricerca di Livingstone, e Fogg per il mitico Phileas de Il giro del mondo in ottanta giorni) è davvero straordinario, in quanto fondato su una serie di esperienze e di coincidenze che in alcuni casi vanno ben al di là del possibile e del verosimile. Il continuo richiamo alla luna - dalla luna raggiunta da Armstrong a quella immaginata da Cyrano de Bergerac; dall'insegna al neon di un locale newyorkese al paesaggio monotono e desolato delle Utah - accresce questa sensazione di irrealtà e di spaesamento. Tutta la vicenda di M.S., in fondo, è segnata dall'inconsapevolezza di sè, da un disorientamento generale e dall'assenza di una famiglia e di una figura paterna. Di conseguenza, la ricerca della propria identità e del proprio posto nel mondo e il desiderio di colmare il proprio vuoto affettivo segnano tutti i comportamenti, i desideri, le azioni e gli errori del ragazzo, determinandone sia le (poche) scelte che le (numerose) non-scelte.

A dirla tutta, io appartengo proprio alla schiera dei lettori che amano chiudere un libro sapendo con precisione dove sono andati a finire i diversi personaggi e cosa ne sarà di loro. Tuttavia, questo tuffo nell'America un po' reale e un po' immaginaria di Auster, in cui si può passare dal non avere nulla ad avere tutto, e viceversa, e dal non sapere chi sia il proprio padre ad intraprendere uno sconclusionato viaggio con lui, non mi è dispiaciuto affatto. Certo, mi è sembrato che ogni tanto ci fossero delle soluzioni un po' prevedibili, quasi stereotipate - ad esempio il fatto che entrambi, il padre e il figlio, siano cresciuti senza conoscere il proprio genitore, e nutrano per questo un forte senso di inadeguatezza - e alcune forzature - la straordinaria cultura dei personaggi o il (finto) parallelismo delle due storie d'amore raccontate o il loro burrascoso epilogo. Ma la lettura è gradevole, alcuni passaggi sono decisamente avvincenti, e il protagonista, nonostante quello che riesce a combinare e a non combinare, è un ragazzotto simpatico, al quale ognuno finirà per augurare tutto il bene di questo mondo.

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