mercoledì 22 luglio 2009

Quando ci vuole, ci vuole

E' arrivata l'estate anche per la sottoscritta, che si prende qualche settimana di pausa. Il blog tornerà ad essere aggiornato dopo ferragosto, più o meno.

Nel frattempo, buone vacanze a tutti coloro che capiteranno da queste parti!

martedì 21 luglio 2009

Let's go fly a kite! - Parte seconda

[come si passa dal progetto alla sua realizzazione]

Dopo oltre cinque anni di studi e ricerche, dal prossimo autunno a Berzano S. Pietro (Asti), inizieranno i test su Stem (letteralmente "stelo"), la prima creatura di KiteGen... (continua su greenMe.it)

lunedì 20 luglio 2009

Momento salute e benessere

[date le temperature proibitive di questi ultimi giorni, mi sono data ai consigli utili per ottenere un po' di refrigerio...]

In questi giorni di afa e caldo, mentre sognate vacanze esotiche imbottigliati nel traffico cittadino o stipati su autobus affollati, ci sono alcuni piccoli accorgimenti a cui potete ricorrere per cercare di ottenere un po' di refrigerio e combattere quella fastidiosa quanto inevitabile sensazione di spossatezza... (continua su greenMe.it)

venerdì 17 luglio 2009

Bum bum



Questa canzone è a tutti gli effetti un reperto storico: è stata la mia "canzone dell'estate 1995", ai tempi in cui avevo esattamente la metà degli anni che ho adesso... Dal secondo album di Irene Grandi, In vacanza da una vita (1995).

mercoledì 15 luglio 2009

Di tramonti viennesi

Era torbido e greve il cielo,
noi tanto solitarii eravamo,
e l'un dall'altro distaccati!

Ma ora non è piú cosí:
in qua e in là circola l'aria;
e in mezzo il mondo intero
risplende come se fosse di vetro.

Hugo von Hofmannsthal, da Canto di vita e altre poesie

Oggi ricorre l'ottantesimo anniversario della morte di Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), uno dei poeti che hanno cantato il declino dell'Impero austro-ungarico: l'atmosfera che prevale nei suoi componimenti è quella malinconica dei romanzi di Joseph Roth, anche se, generalmente, più aulica e quasi pittorica (personalmente, ho l'impressione che leggere le sue poesie equivalga spesso ad osservare le luci e le sfumature di un tramonto).

Approfitto della ricorrenza per ricordare il mio primo "incontro" con Hofmannsthal: nel 2003, mentre preparavo la biennalizzazione dell'esame di Lingua e Letteratura tedesca sui poeti di Ottocento e Novecento, con il prof. Zagari, un vero gran signore, di quelli vecchio stile, che se n'è andato poco più di un anno fa.

lunedì 13 luglio 2009

Balzac e la Piccola Sarta cinese

Di punto in bianco, come un intruso, quel libro mi parlava dell'insorgere del desiderio, della passione, delle pulsioni, dell'amore, tutte cose su cui, fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto niente.

Siamo in Cina negli anni della Rivoluzione Culturale (1966-1976). Le università vengono chiuse e gli studenti liceali vengono allontanati dalle proprie famiglie borghesi e dalle città per essere "rieducati" dai contadini poveri nei villaggi di montagna. L'istruzione, la lettura di romanzi e saggi e la cultura in genere sono considerate "reazionarie", minacce da debellare. I due adolescenti protagonisti del racconto, il narratore e il suo amico Luo, figli di medici "nemici del popolo", si ritrovano così a vivere nei pressi della montagna della Fenice del Cielo, in un angolo sperduto della provincia del Sichuan, tra privazioni e violenze. Ma la passione per la lettura, una valigia colma di libri proibiti e l'incontro con la Piccola Sarta daranno loro nuove ragioni per resistere e guardare avanti.

La storia raccontata da Dai Sije è assolutamente deliziosa: nonostante i numerosissimi elementi tragici (l'esilio, la minaccia, l'impotenza davanti alle ingiustizie), il tono del romanzo è leggero, delicato, a tratti persino ilare. Basti pensare alla scena iniziale, nella quale il protagonista, appena giunto al villaggio tra le montagne, si trova costretto a suonare il violino davanti ai contadini: la sonata di Mozart diventa così Mozart pensa al presidente Mao, per placare diffidenza e sospetti. Una sveglia portata dalla città - un oggetto mai visto in quelle remote regioni di montagna - si trasforma in una sorta di talismano, mentre la lettura clandestina dei romanzi occidentali - da Balzac a Tolstoj a Dumas - ritrovati nella valigia di un altro giovane "rieducato", diventa il modo per evadere da quel confinio e dai percorsi obbligati della Rivoluzione Culturale, e per acquisire una maggiore consapevolezza di sé.

Alla passione per la lettura si accompagna l'amore di entrambi i ragazzi per la Piccola Sarta, di cui non conosceremo mai il nome. La ragazza è il personaggio che più evolve, dalla montanara semi-analfabeta ma di indole curiosa delle prime pagine alla giovane donna pronta ad abbandonare la sua casa e il suo villaggio per abbracciare una nuova vita in città. La sua trasformazione avviene di capitolo in capitolo, dapprima attraverso il contatto con i due ragazzi e con la novità che essi rappresentano per il villaggio di montanari, e successivamente grazie ai romanzi nascosti nella valigia, e in particolare a Balzac e ai suoi personaggi femminili. Alla sua educazione sentimentale si affianca una progressiva emancipazione sociale e culturale, che ne fa una donna completamente diversa, non più paga di quanto ha e di quanto conosce e desiderosa di avere e di conoscere di più. Anche a costo di separarsi per sempre dal suo giovane innamorato.

Nonostante la durezza dei temi affrontati e la malinconia e la tragicità di alcune situazioni, Balzac e la Piccola Sarta cinese è un romanzo scorrevole e lieve, tra quadretti quasi bucolici e diverse concessioni al sogno e all'immaginazione, con boschi, dirupi, sentieri e laghetti che a volte sembrano dipinti. E' un racconto di amore e di amicizia, ma, soprattutto, è un romanzo che parla di libri e di letteratura, e del loro potere di cambiare o salvare la vita.

venerdì 10 luglio 2009

Germania contro Grecia



I Monty Python e un avvincente match di calcio filosofico (bisogna sempre essere autoironici...). :)

giovedì 9 luglio 2009

Un diario

Uno sguardo interessante su queste giornate aquilane si può trovare nel diario del giornalista del Centro Giustino Parisse, che ad Onna, la notte del 6 aprile, ha perso il padre e i due figli. Dategli un'occhiata, è una cronaca dignitosa, lucida, ironica e "dal di dentro" di questo G8 a L'Aquila, molto più significativa delle mille parole dei tg. E scritta da un uomo che di forza ne ha davvero tanta.

Qui sopra, invece, Yes we camp, la protesta dignitosa, educata e ironica dei comitati cittadini aquilani, sul colle di Roio (Roio caput mundi, si diceva fino a qualche mese fa dalle mie parti...). Come dire, ok il G8, ma è ora di cominciare a pensare seriamente alle persone, perché tra un mese e mezzo da queste parti arriva ju friddu...

mercoledì 8 luglio 2009

Sì, al di là della gente


Sì, al di là della gente
ti cerco.
Non nel tuo nome, se lo dicono,
non nella tua immagine, se la dipingono.
Al di là, più in là, più oltre.

Al di là di te ti cerco.
Non nel tuo specchio e nella tua scrittura,
nella tua anima nemmeno.
Di là, più oltre.

Al di là, ancora, più oltre
di me ti cerco. Non sei
ciò che io sento di te.
Non sei
ciò che mi sta palpitando
con sangue mio nelle vene,
e non è me.
Al di là, più oltre ti cerco.

E per trovarti, cessare
di vivere in te, e in me,
e negli altri.
Vivere ormai di là da tutto,
sull'altra sponda di tutto
- per trovarti -
come fosse morire.

Pedro Salinas, da La voce a te dovuta, 1933

lunedì 6 luglio 2009

L'Aquila, tre mesi dopo


(foto tratte da Il Centro)

Mentre l'attenzione generale è monopolizzata da piani di evacuazione riservati ai Big della Terra e da preparativi e risonanza mediatica di un G8 che, francamente, avrebbe dovuto svolgersi altrove, in una zona in cui avrebbe creato meno scompiglio, non andando a sovrapporsi ad una vita quotidiana già molto incerta e complicata, questo blog rivolge un pensiero alle 307 vittime del 6 aprile 2009, alle loro famiglie, a tutte le persone rimaste ferite, e non soltanto nel corpo, durante quella lunghissima notte, e ai tantissimi sfollati.

Operazione Shylock

Era come se il genio della rimostranza fosse fuggito dalla bottiglia in cui si tengono in salamoia, per conservarli meglio, i risentimenti degli scrittori, e si fosse manifestato in forma umana, generato dall'incrocio delle mie vecchissime e leccatissime ferite, copia beffarda dell'uomo che sono.

Gerusalemme, 1988. Mentre si celebra il processo a John Demjanjuk, un ucraino naturalizzato americano accusato di essere stato uno spietato torturatore del lager polacco di Treblinka, il cinquantenne scrittore Philip Roth, reduce da un violento esaurimento nervoso, incontra un uomo che gli somiglia in modo impressionante e che sostiene di chiamarsi Philip Roth. Un eccentrico personaggio che sfrutta somiglianza fisica ed omonimia per propugnare la causa del diasporismo, vale a dire, di un improbabile ritorno in massa degli ebrei in Europa, e che si fa accompagnare da una donna seducente, ex-infermiera ed ex-antisemita. Tra indagini e complicatissime congetture, patrioti palestinesi e agenti dei servizi segreti israeliani, riflessioni più o meno serie sullo Stato di Israele e sull'identità ebraica, lo scrittore-protagonista si ritrova ad emulare il proprio impersonatore, alla ricerca del bandolo di una matassa che si fa sempre più confusa.

Operazione Shylock di Philip Roth è un romanzo davvero complicato e davvero cervellotico, tanto che si fa un po' fatica a seguirne tutte le sterzate, le giravolte, le coincidenze e i colpi di scena. Per lo meno, per gran parte della lettura la sensazione dominante per me è stata di una grandissima confusione. Anche perché gli eventi raccontati come reali sono tutti esplicitamente filtrati attraverso la mente del protagonista e a volte confusi con i postumi del suo esaurimento nervoso, rimanendo sospesi al confine tra sogno e realtà, verità e allucinazione. Credo poi che ci sia una buona dose di narcisismo e di egocentrismo nella scelta di Roth di mettere in scena e di romanzare non soltanto se stesso e ma anche il proprio misterioso impersonatore (omonimo o impostore che sia): un artificio letterario opinabile, anche se il gioco di equivoci e gli intrecci che ne discendono sono piuttosto comici e originali.

Tra i tanti temi che il romanzo affronta ci sono Israele, l'annosa questione dei territori occupati, il confronto con palestinesi, gli opposti estremismi e vittimismi, l'ebraismo (e soprattutto, cosa significhi, oggi, essere ebrei americani; cosa significhi, oggi, essere ebrei israeliani), l'Olocausto e l'antisemitismo, con tutti i suoi stereotipi e striscianti luoghi comuni. Ad esempio, proprio nel giorno della condanna del settantenne Bernard Madoff a 150 anni di carcere, mi sono imbattuta nella lunga riflessione di uno dei curiosi personaggi in cui il Roth-personaggio incappa verso la fine del romanzo: il tema del monologo erano i "Tremila ducati" con i quali Shylock entra in scena ne Il mercante di Venezia e sullo stereotipo dell'ebreo avido, che userebbe qualsiasi mezzo pur di conseguire un profitto personale.

Come faceva notare in un'intervista televisiva un noto rabbino americano, Madoff è un personaggio reale, un ebreo statunitense che, per una sorta di scherzo del destino, finisce per interpretare proprio il ruolo dello Shylock contemporaneo, incarnando quella serie di pregiudizi di cui l'antisemitismo si nutre da sempre. Pregiudizi che Roth descrive e sviscera minuziosamente nel proprio romanzo, colorandoli con una buona dose di ironia, a partire dalla trovata (per me assolutamente geniale) di mettere in scena un'Associazione degli Antisemiti Anonimi. Per questo, e per molti altri motivi, Operazione Shylock, composto nel lontano 1993, è un romanzo profondamente attuale. Un po' cervellotico, come ho detto, con lunghissime tirate e "botte di cultura" di cui io avrei fatto anche a meno, ma (nel complesso) originale e abbastanza divertente.

Post collegati:
Il complotto contro l'America

venerdì 3 luglio 2009

Il dentifricio per gli elefanti



Per ridere un po', un (voluminoso e colorato) esperimento del Trio Medusa a La Gaia Scienza.

giovedì 2 luglio 2009

Idiocracy

Come sarà il mondo tra cinquecento anni? Stando al regista Mike Judge e al suo Idiocracy (2006), un vero disastro, in mano ad un'umanità sempre più stupida, credulona e limitata. E quello che a prima vista sembrerebbe un film grottesco e demenziale si rivela, in primo luogo, amaro e pessimista.

Ma procediamo con ordine. E' il 2005 quando un giovane soldato, Joe (Luke Wilson), e una ragazza squillo, Rita (Maya Rudolph), entrambi di intelligenza media, vengono ibernati in via sperimentale con la promessa di essere risvegliati dopo un anno. Ma nel giro di qualche mese lo scienziato militare artefice dell'esperimento viene arrestato per sfruttamento della prostituzione e le due cavie sono completamente dimenticate sia dalle autorità che dall'esercito.

Si risvegliano casualmente nel 2505, in un mondo del tutto diverso, dominato da cumuli di spazzatura, da programmi televisivi assolutamente demenziali e da una massa di persone incolte, volgari, con un lessico limitatissimo e incredibilmente stupide. Questo perché, stando alla tesi del film, gli illetterati, gli irragionevoli e gli sbandati procreano molto più dei colti e degli intelligenti: un dato che ha portato, nel corso dei secoli, alla progressiva estinzione di questi ultimi e al dominio incontrastato dell'idiozia.

Per questo, nel 2505 l'ordinario e "nella media" Joe si ritrova ad essere, con sua enorme sorpresa, l'uomo dal quoziente intellettivo più alto del mondo, e viene chiamato dal Presidente degli Stati Uniti in persona, il pittoresco Camacho (ex wrestler ed ex pornodivo), a fare fronte alla carestia che affligge il Paese. Un problema causato - scopriremo poi - dall'abitudine di irrigare i campi con una bevanda energetica tipo Gatorade ("per via degli elettroliti", come recita la pubblicità. Per quanto nessuno, poi, sappia davvero cosa siano o a cosa servano, questi elettroliti...), mentre l'acqua viene utilizzata solo per lo sciacquone del water e si ignora completamente che possa essere anche bevuta.

Insomma, un mondo abbastanza raccapricciante, con un'umanità imbambolata, incapace di ragionare e ostaggio di slogan pubblicitari, che rischia l'estinzione non per carenza di risorse, ma per la propria totale inettitudine. Un'umanità che è stata completamente deviata da secoli di televisione-spazzatura, che non sa cosa sia un libro, che considera pacatezza ed educazione "roba da gay" e che non riesce a concepire che si possa formulare una frase più lunga di due/tre parole. Il film punta sul grottesco e sul demenziale ma alla fine, in qualche modo, dà da pensare.