lunedì 31 agosto 2009

Il gioco dell'angelo

Ricordai che il vecchio libraio diceva sempre che i libri hanno un'anima, l'anima di chi li ha scritti e di chi li ha letti e sognati.

Qualche mese dopo L'ombra del vento, ho deciso di fare ritorno nella Barcellona oscura, passionale e torbida di Carlos Ruiz Zafon. Stavolta siamo negli anni Venti e il protagonista, David Martin, è un giovanissimo scrittore di pochi mezzi ma di grande talento, autore di romanzi gotici a puntate per un giornale locale. La sua vita cambierà radicalmente, complicandosi a dismisura, quanto riceverà una proposta di lavoro ben remunerata ma molto misteriosa da un altrettanto misterioso editore parigino.

Il gioco dell'angelo mi era stato vivamente sconsigliato da persone che, come me, avevano letto e apprezzato L'ombra del vento: il commento più ricorrente era che si trattasse di una sbiadita e poco riuscita imitazione di quest'ultimo. Detta brutalmente: di un romanzo composto troppo in fretta, per pure esigenze commerciali. Dopo averlo letto, però, posso dire di non essere d'accordo con un giudizio così drastico. Qualche pregio questo libro deve pur averlo, se che mi ha tenuta incollata a sé per ore ed ore, monopolizzando la mia attenzione fino all'ultima pagina: un romanzo che non si lascia chiudere e posare sul comodino è, in qualche modo, un romanzo riuscito.

L'atomosfera gotica ha un suo fascino indiscutibile e sono certa che, se per un attimo provassimo a dimenticare L'ombra del vento - quanto ci è piaciuto, quanto era intrigante, che bella storia d'amore ecc. ecc. -, Il gioco dell'angelo ci parrebbe un romanzo più che degno. Oltretutto, siamo di fronte ad una storia diversa, più adulta e complessa, nella quale il soprannaturale ha un valore molto più marcato e risolutivo, e ci troviamo catapultati in una Barcellona più cupa, violenta e sanguinosa, nonostante la guerra civile non abbia ancora avuto luogo.

E' vero, spesso riconosciamo alcuni personaggi che avranno un ruolo ne L'ombra del vento (dal custode del Cimitero dei Libri Proibiti Isaac Montfort, al collezionista erudito Gustavo Barcelò, al nonno e ai genitori di Daniel Sempere) e possiamo accogliere con scetticismo il tentativo di stabilire un qualche collegamento tra i due racconti, così come alcune particolari analogie (la polizia corrotta, case editrici con la singolare tendenza ad andare a fuoco, il cambiamento di identità di uno dei personaggi, un mistero legato ad una villa abbandonata e un fatto di sangue accaduto numerosi anni prima), ma l'effetto fotocopia non c'è.

Il talentuoso protagonista ossessionato dai propri demoni artistici e dal debito nei confronti del proprio ricco benefattore, ad esempio, è un punto di partenza molto interessante. E anche i numerosi colpi di scena, i sogni e le allucinazioni di David e i simboli disseminati qua e là (l'angelo e la colomba su tutti) hanno un loro fascino, e contribuiscono a tenere il lettore col fiato sospeso, alimentando la sua curiosità di pagina in pagina. Se c'è una critica che si deve muovere al romanzo, quindi, non è nella vicinanza a L'ombra del vento, ma nell'inconcludenza finale. Al climax ascendente ed estremamente efficace di enigmi, misteri e delitti non corrisponde alcuna spiegazione soddisfacente: l'autore si perde proprio nelle pagine finali, quelle in cui dovrebbe chiudere il cerchio e far intuire anche alla lettrice più tonta quanto è accaduto e perché, e inventa una conclusione onirica che lascia un po' perplessi, per quanto prefigurata (questo lo dico con il senno di poi) da alcuni indizi sparsi in giro per il racconto.

Intendiamoci: non pretendo che il narratore si trasformi in un pedante e mi spieghi ogni singola cosa, azione o situazione, per filo e per segno. Però, ecco, quando arrivo tutto d'un fiato all'ultima pagina di un romanzo, mi piacerebbe che i molti tasselli prendessero posto, lasciandomi la possibilità di completare il quadro. E' stato così ne L'ombra del vento, mentre non accade qui: certo, mi sono formata una mia interpretazione dei fatti, che tira in ballo poteri sovrannaturali molto forti, ma non è che tutto torni, e mi restano numerose perplessità. Un romanzo che ti lascia addosso una simile sensazione di incompiutezza è un po' come una promessa non mantenuta: per fare un paragone televisivo, è un po' come guardare Lost...

Post collegati:
L'ombra del vento

Marina

venerdì 28 agosto 2009

Stone Cold Sober



Il singolo di debutto di Paloma Faith, uscito nello scorso giugno, che anticipa di qualche mese la pubblicazione dell'album Do You Want the Truth or Something Beautiful?, previsto per settembre.

giovedì 27 agosto 2009

Di(a)lettiamoci

Ok, i dialetti nelle scuole, i dialetti nelle fiction tv, i dialetti nei Tg. Perchè, ci dicono, dobbiamo preservare le nostre identità locali, la nostre culture locali, le nostre tradizioni locali e chi più ne ha, più ne metta. Va bene, dico io. Se lo scopo è davvero di "preservare", però, perché ostinarsi a parlare di "dialetto lombardo", "dialetto siciliano", "dialetto veneto", ecc. ecc.? Mi spiego meglio, partendo dall'unica realtà dialettale che conosco (un po'): quella della regione in cui sono nata, l'Abruzzo. Ebbene, sarà che siamo un popolo un po' particolare, ma un dialetto cosiddetto "abruzzese" non esiste mica! Per questo, volendo realizzare un Tg regionale dialettale (o, che so, una bella fiction su Pietro da Morrone), le opzioni sarebbero due: 1) creare un esperanto dei dialetti abruzzesi, una lingua artificiale che nessuno parla davvero; 2) conferire una dignità superiore ad uno dei tantissimi vernacoli locali.

La prima opzione è abbastanza ridicola: abbiamo già l'italiano come lingua comune, una gran bella lingua oltretutto, sempre più bistrattata e sempre meno conosciuta, sia nell'ortografia (doppie, h e accenti...) che nella fonetica (il tabù delle vocali aperte o chiuse...) - per non parlare poi dei pronomi e dei congiuntivi...

La seconda opzione, invece, è ingiusta e discriminatoria: perchè dovremmo avere un Tg regionale in pescarese, o in teramano, o in aquilano? Perché livellare la molteplicità dei vernacoli - non so da voi, ancora una volta saremo noi quelli particolari, ma in Abruzzo il dialetto varia sensibilmente ogni 3-4 chilometri. Cambia il modo di formare i tempi verbali, cambiano le vocali predominanti, cambiano i termini: nel raggio di 15 chilometri da casa mia, ad esempio, esistono almeno 4 parole diverse per indicare il concetto di "bambino"... - imponendone uno ed uno soltanto come "abruzzese doc" e, quindi, come prioritario rispetto agli altri? Non si corre il rischio di cancellare e appiattire invece di preservare e valorizzare? E il campanilismo, poi, dove lo mettiamo? Non esisterebbe un solo giuliese pronto a sorbirsi venti minuti di Tg in teramano, sarebbe una violenza bella e buona, da fare ricorso al Tribunale dell'Aja...

A questo punto, le soluzioni possibili sono nuovamente due: 1) ogni paesino, contrada o città si fa il suo Tg locale, nella sua lingua, in modo da avvolgersi definitivamente su se stesso e barricarsi intorno ad un minuscolo orticello (e lo stesso dovrà accadere per le scuole: in ogni istituto dovranno esserci solo insegnanti certificati locali da almeno 2 generazioni, altrimenti il dialetto si imbastardisce, e non sia mai!); 2) oppure si torna all'italiano, una gran bella lingua, lo ripeto. Che poi, siamo nel 2009 e la storia avrebbe dovuto insegnarci che chiudersi a riccio su se stessi non ha mai portato da nessuna parte. Già, la storia, quest'altra sconosciuta...

(comunque, a voler essere precisi, il cinema in pescarese esiste già, ed è esilarante: guardare per credere)

martedì 25 agosto 2009

Momento promozionale

A Modena, Carpi e Sassuolo, dal 18 al 20 settembre 2009, torna il festivalfilosofia. Quest'anno si parla di comunità.
Accorrete numerosi, ne vale davvero la pena!

lunedì 24 agosto 2009

Twenties Girl - La ragazza fantasma

The thing about lying to your parents is, you have to do it to protect them. It's for their own good.

Avvertenza. Tenere un blog personale può farci capire (e può mostrare al mondo intero) quanto siamo prevedibili: basta guardare questo post, e anche questo, per realizzare che la qui-presente-blogger, in un certo senso, torna piuttosto spesso sul luogo (o sull'argomento, o sul genere...) del delitto. ;)

Avevo resistito alla tentazione dell'acquisto dopo aver passato ai raggi x la vetrina di una libreria di Londra. Mi ero trattenuta (a stento...) davanti al settore best-sellers di una libreria di Salisbury. Ma quando ho ritrovato l'oggetto in questione sullo scaffale di un duty-free shop all'aeroporto di Stansted, ad un prezzo e in un formato molto molto più agevoli e convenienti, ho pensato che non è possibile sfuggire al proprio destino, e l'ho comprato. Volete mettere, leggere un romanzo della Kinsella prima ancora che sia pubblicato nel vostro Paese??? (e sì, lo so che l'80% di voi non è interessato ad un simile primato, ma sono altrettanto certa che almeno due lettrici di questo blog capiranno perfettamente cosa voglio dire... E ne è ben consapevole anche il Ragazzo, che in sette-quasi-otto anni di frequentazione ha compreso su quali temi e argomenti la qui-presente-blogger va assolutamente assecondata...)

Twenties Girl (La ragazza fantasma nella traduzione italiana, uscita nelle librerie lo scorso 20 agosto) è esattamente il romanzo frizzante, spassoso e a lieto fine che mi aspettavo che fosse, con una marcia in più rispetto alla saga shopaholic di Becky Bloomwood e anche, per molti versi, rispetto a quelli che da un po' considero i miei "Kinsella preferiti", Sai tenere un segreto? e Ti ricordi di me? (so che di fronte a questa affermazione le due lettrici di cui sopra sentiranno montare la curiosità e abbandoneranno il computer per correre in libreria).

Mi spiego meglio: i romanzi di Sophie Kinsella non sono alta letteratura per intenditori. Si tratta piuttosto di storie standardizzate, pane per i denti di ragazze stressate: trama molto semplice (insoddisfazione iniziale, una situazione di caos che si complica sempre di più, poi intuizione e colpo di scena ai limiti dell'inverosimile, soluzione del problema e immancabile lieto fine), situazioni comiche da far ridere le lettrici a crepapelle, una protagonista assolutamente nella media che passa dallo stato di brutto anatroccolo a quello di ape regina, un/un'antagonista subdolo/a da smascherare e, dulcis in fundo, un uomo perfetto, bello, ricco, intelligente, di successo e persino sensibile (sotto sotto...), di quelli che sai che non esistono in natura, ma che sognare non costa nulla.

Se Sai tenere un segreto? aggiungeva a questi ingredienti una simpatica protagonista un po' sovrappeso, complessata e imbranata (stile Bridget Jones) e Ti ricordi di me? un'amnesia dalle conseguenze comiche e imprevedibili, Twenties Girl tira fuori - udite! udite! - una ragazza fantasma (da cui il titolo dell'edizione italiana), Sadie, paracadutata nel 2009 dagli anni Venti - dal 1927, per l'esattezza - e decisa a recuperare una preziosa quanto misteriosa collana. E, guarda caso, soltanto Lara, la protagonista della storia, una ventisettenne decisamente ordinaria, con una famiglia un po' particolare alle spalle, appena mollata dal fidanzato storico e in crisi per alcune scelte di lavoro avventate, può vederla. Perché? Perché Lara è la pronipote di Sadie, una donna dal passato turbolento con cui la famiglia non intratteneva più rapporti da un paio di decenni, recentemente deceduta in una casa di riposo alla veneranda età di 105 anni, e perché le due ragazze hanno in comune molto di più di quanto possa sembrare...

Tra misteri, graziosi abitini d'epoca, momenti terribilmente imbarazzanti, charleston, scoperte e rivelazioni, la storia scorre che è un vero piacere, fino all'agognato lieto fine, che stavolta è accompagnato da un lieve ma percepibile tocco di malinconia. Il tutto arricchito da un tentativo (per quanto appena accennato) di introspezione, che conferisce una fisionomia più definita alle due protagoniste rispetto alle precedenti creature della Kinsella. Mentre sullo sfondo c'è sempre una Londra vivace, colorata e affollata, che oggi posso apprezzare anche di più, perché mi è molto più familiare. Ecco, Twenties Girl non sarà un capolavoro letterario (e comunque, ammettiamolo, c'è davvero molto di peggio, in giro...), ma è perfetto per rilassarsi, per distrarsi e per divertirsi. Di questi tempi, e con questo caldo, cosa desiderare di più?

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Letture lievi - Shopaholic & Co.
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venerdì 21 agosto 2009

Inghilterra 2009 - Lost in Austen

Per la serie Turisti per caso, ecco a voi l'itinerario della nostra vacanza estiva 2009: volo di andata e ritorno Rimini-Londra Stansted e trasferimenti da una località all'altra in treno, grazie alla efficientissima rete ferroviaria britannica. In otto giorni abbiamo "subito" un solo ritardo (di 45 minuti), seguito tra l'altro da vari "ci scusiamo" e da spiegazioni sulla natura del problema: per me, che sono abituata ai silenzi delle nostre Ferrovie e ai controllori che svaniscono nel nulla non appena c'è un contrattempo, è stata un'esperienza unica.

I giorno
Tra ritardi di aerei e treni, arriviamo a Londra in serata. Pernottiamo in un hotel discreto ma piuttosto anonimo vicino alla stazione di Paddington.

II giorno
Turismo a piedi per Londra, con enorme accumulo di punti-vacanza e punti-cultura, grazie anche alla visita al British Museum. Unico neo: la continua alternanza di sole e pioggia, anche se gli autoctoni la vivono con enorme naturalezza. Così come sembra la cosa più naturale al mondo che le chiese siano a pagamento e i musei gratuiti.

III giorno
Dopo una mattinata a spasso per la City, prendiamo il treno che ci porta a Bath. Nel pomeriggio iniziamo la nostra visita della città e la nostra immersione in atmosfere austeniane - Persuasion e Northanger Abbey, per intenderci -, complice anche lo stile "campagna inglese" del grazioso bed&breakfast in cui pernottiamo.

IV giorno
Per accumulare punti-turismo, abbiamo prenotato un tour guidato in autobus con tappe a Stonehenge, Silbury Hill, Avebury, Lacock (il piccolo borgo in cui hanno girato tantissime miniserie in costume della BBC, nonché alcune scene di un paio di Harry Potter) e Castle Combe.
 
V giorno
Ultima passeggiata a Bath e poi partenza alla volta di Salisbury. Visitiamo la Cattedrale e il borgo e constatiamo con un certo stupore che in alcuni angoli del mondo la vita si ferma completamente alle ore 18.00.

VI giorno
Gita a Winchester: il viaggio in treno è comodo e breve, anche se c'è un cambio da fare a Southampton. Dopo aver visitato la Cattedrale e il centro, ci concediamo un'escursione nell'escursione: sommando un autobus di linea ad una bella passeggiata nel nulla della campagna inglese raggiungiamo la casa-museo di Jane Austen a Chawton. I punti-turismo aumentano vertiginosamente, così come il mio personale compiacimento di fan austeniana...

VII giorno
Da Salisbury a Londra, con visita alle attrattive della capitale inglese che mancavano al nostro carnet di turisti duri e puri, compresa la National Gallery.

VIII giorno
Causa sciopero dei treni, siamo costretti a ripartire molto presto alla volta dell'aeroporto e trascorriamo la lunga attesa facendo uno spuntino e dando un'occhiata ai negozi: ne approfitto per acquistare una copia di Twenties Girl, per portare con me in Italia un pizzico di Inghilterra.