lunedì 13 febbraio 2012

Giorno da cani

Quel tale era un poveraccio. Chi lo aveva fatto a pezzi non aveva interesse a derubarlo, però gli aveva svuotato le tasche. Le possibilità erano due: o non voleva che lo identificassimo, o stava cercando qualcosa in particolare. La vittima doveva essersi cacciata in qualche brutta storia...

Barcellona, anni Novanta. All'ispettore Petra Delicado e al suo collega Fermin Garzon viene affidato il caso di un'aggressione notturna in strada, probabilmente una rissa tra ubriachi. Cercando di ricostruire identità e attività della vittima, guidati dal fiuto sorprendente del suo cane, i due poliziotti si troveranno a dover dirimere un'intricata vicenda di furti e scommesse clandestine...

In Giorno da cani, il secondo romanzo dedicato alla coppia investigativa Delicado-Garzon, Alicia Giménez-Bartlett conduce il lettore nel variegato mondo dei cosiddetti "migliori amici dell'uomo", tra animalisti appassionati, come l'elegante libraia Angela, addestratori di professione, come l'appariscente e giovanile Valentina, affascinanti veterinari, allevatori specializzati e sfruttatori senza scrupoli. Un giallo promettente e intrigante, che sbiadisce solo un po' nel finale, con una soluzione piuttosto convenzionale.

Rispetto al precedente Riti di morte, l'intreccio narrativo e la dinamica tra i due personaggi principali funzionano complessivamente meglio: i rapporti tra Petra e Fermin, la loro amicizia e il rispetto e la lealtà reciproci, sono ormai consolidati e possono essere messi in scena nella loro quotidianità, senza il bisogno di appositi excursus. Al giallo, poi, si affianca e mescola il racconto delle loro avventure e/o traversie sentimentali, molto più interessanti e vivaci rispetto allo stereotipato ricordo degli ex che contraddistingueva il primo romanzo. 

A differenza di molti frequentatori e lettori appassionati dei romanzi della Giménez-Bartlett, non riesco a trovare particolarmente avvincente Petra, la protagonista: la sua personalità complessa, un mix un po' forzato di carattere, perspicacia, sensibilità, spregiudicatezza e debolezze, mi suscita una simpatia molto molto tiepida. Così come l'ossimoro insito nel suo nome, presagio della sua indole, del suo modo di essere e di condurre le proprie indagini e la propria vita privata, mi sembra una scelta facile e un po' scontata da parte dell'autrice.

Ciò non significa che non apprezzi o che sconsigli i romanzi della serie a lei dedicata. Al contrario: Giorno da cani non sarà un capolavoro, ma si rivela una lettura ottima per il tempo libero, scorrevole, intrigante e gradevole al punto giusto.


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Riti di morte

lunedì 6 febbraio 2012

Treno di notte per Lisbona

Ciò che scuoteva di più il suo equilibrio erano gli incontri con allievi che avevano vissuto nel frattempo molti anni all'estero, in un altro continente, in un altro clima, parlando un'altra lingua. E lei? Sempre a Kirchenfeld? chiedevano [...] Nella notte che seguiva a un incontro di quel genere si ritrovava a difendersi dapprima rispetto alla domanda, e poi rispetto alla sensazione di doversi difendere.

Da Berna a Lisbona per svelare un mistero letterario e dare un nuovo senso alla propria esistenza: ecco l'avventura in cui l'incontro fortuito con una giovane e misteriosa donna portoghese trascinerà un solitario ed erudito professore di liceo, Raimund Gregorius, spingendolo ad abbandonare la sicurezza di un piccolo mondo chiuso in cui tutto è familiare e prevedibile e a salire su un treno, per mettersi sulle tracce di uno sconosciuto scrittore andaluso.

Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier, pseudonimo letterario del filosofo Peter Bieri, inizia nella Berna contemporanea e racconta di un cinquantenne sedentario, insicuro e abitudinario che, a causa di una serie di eventi assolutamente casuali, si ritrova tra le mani un volume in portoghese, opera unica di un enigmatico medico intellettuale, Amadeu de Prado. Rapito dall'incipit e, in particolare, dalla profondità e familiarità dei sentimenti ivi espressi da Prado, Gregorius decide improvvisamente di abbandonare il proprio posto di lavoro per partire alla volta di Lisbona e provare a rintracciare il medico. Il romanzo è interamente costruito intorno a questa ricerca un po' folle e si sviluppa attraverso le riflessioni del protagonista e le voci e i racconti delle persone con cui entra in contatto, e che lo catapultano nel Portogallo degli anni bui della dittatura.

Romanzo di formazione sui generis, in cui un adulto chiuso da decenni nella monotona ripetitività della propria esistenza finisce per ribellarsi a se stesso e alle proprie paure, scegliendo, per la prima volta, l'ignoto e l'imprevisto, l'opera di Mercier presenta numerosissimi spunti di interesse, a partire dalla psicologia del personaggio principale, fino alla descrizione dei luoghi, da Berna a Lisbona, che finiscono per rifletterne i diversi stati d'animo e sentimenti. Un po' più convenzionale e meno riuscita è invece la costruzione del "mistero de Prado", che ha il difetto di essere contaminata da una buona dose di retorica.

Nel complesso, il romanzo è davvero ben scritto, per quanto infarcito di rimandi e citazioni più o meno dotte, in coerenza con il carattere erudito del protagonista, imbattibile conoscitore di greco, latino ed ebraico, e il racconto si rivela abbastanza intrigante. Consigliato come lettura invernale, comodamente seduti sul divano, magari con il crepitio di un caminetto a fare da sottofondo, mentre fuori nevica.

venerdì 3 febbraio 2012

Sherlock Holmes - Gioco di ombre

Professor Moriarty: "Are you sure you want to play this game?"
Sherlock Holmes: "I'm afraid you'd lose."

Londra, 1891. Sherlock Holmes e il fidato Watson si ritrovano a fronteggiare il diabolico professor Moriarty. Tra esplosioni, omicidi, fughe rocambolesche, colpi di scena e con l'aiuto dalla zingara Madame Sinza, dell'eccentrico fratello maggiore di Holmes e della fresca sposa del dottor Watson, la coppia investigativa più famosa di sempre dovrà prevenire lo scoppio di una guerra mondiale...

Seconda puntata di quella che, con ogni probabilità, diventerà una trilogia, Sherlock Holmes - Gioco di ombre, sempre con la direzione di Guy Ritchie, ripropone tutti gli ingredienti che hanno fatto la fortuna del primo film: grafica e fotografia accurate e di effetto, scene che sembrano uscite da un videogame, con esplosioni spettacolari e movimenti al rallenty, schermaglie, siparietti comici e dialoghi paradossali per la coppia Holmes-Watson e tanto, a volte fin troppo, ritmo. In un bombardamento di immagini e situazioni, la trama è ridotta al minimo indispensabile, tanto che, per una buona mezzora, lo spettatore non ha alcun modo di capire cosa stia succedendo e perché. E non è che successivamente le cose migliorino di molto...

E' evidente che la storia ha un'importanza relativa, riducendosi a mero pretesto per mettere in scena tutto l'ambaradan di effetti e controeffetti di cui sopra. Come ho scritto a proposito del primo film, siamo di fronte ad un'opera di puro intrattenimento: divertente, leggera. godibile, senza pretese e da prendere così com'è, evitando di cercarvi significati o spunti di riflessione. Se si assume questo punto di vista, bisognerà ammettere che Ritchie ha nuovamente centrato l'obiettivo.

Basta non essere spettatori troppo esigenti e puntigliosi e, soprattutto, non essere fan ortodossi dello Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, con cui questo Robert Downey Jr. eccentrico e sbruffone, eroe geniale, sì, ma in salsa molto americana, non ha molto da condividere. Pertanto, se siete dei puristi holmesiani, consolatevi così: convincetevi che sia un curioso caso di omonimia...

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Sherlock Holmes

giovedì 2 febbraio 2012

Ma che monotonia!

I precari della mia generazione, quelli nati negli anni Ottanta e che dalla metà dei primi anni Duemila cercano di inserirsi nel mondo del lavoro con risultati spesso deprimenti, sanno perfettamente che non possono aspirare al posto fisso che tante gioie e fortune ha regalato alle generazioni precedenti. La maggior parte di loro è consapevole di doversi adattare alla realtà che cambia, magari sperando che, con il tempo, arrivino una qualche tutela sociale e una retribuzione "decente". E, al di là dei titoli di studio vanamente "accumulati", questa maggioranza silenziosa si adatta ogni santo giorno, tra co.co.pro, co.co.co e ritenute di acconto.

Sigle e parole vuote, queste ultime, per molti di quelli che, questa mattina, moralizzano sui principali quotidiani riguardo alla scarsa intraprendenza dei cosiddetti "giovani" (ammesso e non concesso che una persona, a trent'anni, sia da considerarsi tale...), ergendosi a giudici dal caldo dei loro contratti a tempo indeterminato - un diritto acquisito a cui non rinuncerebbero mai e poi mai... - e con la sicumera di chi è abituato a ricevere ogni mensilità dello stipendio. Spesso si tratta di quelle stesse persone che hanno lasciato che il mondo del lavoro italiano diventasse una specie di giungla, confondendo per anni una sana e costruttiva flessibilità, magari sul modello dei paesi nordeuropei, con questa sconfortante precarietà tutta made in Italy.

A questi paladini della concorrenza e dell'intraprendenza bisognerebbe rispondere: state tranquilli, lo abbiamo capito che non esiste il posto fisso e, a differenza di molti tra voi, non lo abbiamo mai cercato. Ma, per cortesia, abbiate almeno la decenza di non prenderci per il culo!

mercoledì 1 febbraio 2012

Riti di morte

Quell'inverno nevicò. Motivo in più per ricordarsene: a Barcellona succede di rado. Però, fu tale la valanga di avvenimenti di quell'inverno che me ne sarei ricordata comunque, senza bisogno di vedere coperto di bianco il mio giardinetto appena piantato. Un anno fitto di avvenimenti. Inaugurai la mia nuova casa, intrapresi una vita indipendente, e le circostanze, più che il destino, vollero che mi venisse affidata la mia prima indagine e che, di conseguenza, per disgrazia o per fortuna, facessi la conoscenza dell'ispettore Garzon.

Barcellona, anni Novanta. In un momento in cui il personale scarseggia, un caso di stupro apparentemente ordinario viene affidato ad una coppia improbabile di investigatori: un'ispettrice relegata da anni ad un monotono lavoro di archivio, l'ex avvocato Petra Delicado, e un poliziotto da poco trasferito in città e prossimo alla pensione, Fermin Garzon. Come in ogni romanzo che si rispetti, scopriremo ben presto che nella vicenda non c'è nulla di ordinario: gli stupri si moltiplicano, collegati da un curioso simbolo che il violentatore imprime sul braccio delle vittime, e la stampa comincia a seguire le indagini con morbosità...

Con Riti di morte, Alicia Giménez-Bartlett mette in scena per la prima volta la coppia investigativa Delicado-Garzon, protagonista, ad oggi, di una decina di romanzi gialli. Nel corso dell'intero racconto, l'autrice prova a conferire ai due personaggi principali un profilo definito e a costruire tra loro una dinamica credibile. Di fatto, trattandosi di un inizio, la coppia investigativa non esiste ancora: bisogna crearla, delineando caratteri e motivazioni e indugiando su qualche episodio del passato particolarmente significativo (gli ex mariti di Petra, i suoi trascorsi da avvocato, la moglie defunta di Fermin...). Petra e Fermin, agli antipodi per formazione, pregiudizi, sensibilità ed esperienze, devono incontrarsi, conoscersi, cominciare a lavorare insieme, lamentarsi l'uno dell'altra e sfidarsi, per poi raggiungere, da un certo punto in avanti, quell'equilibrio necessario a risolvere il caso.

Seguendo il punto di vista della quarantenne Petra, fresca reduce dal secondo divorzio, il lettore assiste alle loro schermaglie, talvolta convincenti, talvolta piuttosto piatte e stereotipate. Nonostante la dinamica, spesso, funzioni, l'impressione generale è che sia tenuta in piedi da piccole forzature sparse qua e là. E lo stesso può dirsi del giallo: inizialmente intrigante, specie per quanto riguarda il ruolo svolto dalla stampa e dall'opinione pubblica, viene poi concluso in modo un po' prevedibile o comunque senza una grande suspense, facendo collimare quasi meccanicamente tutte le tessere del puzzle. Il risultato è formalmente corretto, ma al lettore resta una vaga impressione di incompiutezza.

L'ambientazione catalana, poi, ha il demerito di non aggiungere nulla di particolare o di rilevante alla vicenda: siamo a Barcellona, ma potremmo essere ovunque, dato che non c'è niente di caratterizzante o di unico nella descrizione dei luoghi (mi rendo conto che nel formulare questo giudizio potrei essere stata influenzata da un'eccessiva frequentazione dei romanzi di Zafon...).

A questo punto, avendo elencato tutte le debolezze di Riti di morte, devo dire anche, per completezza, che la storia è piuttosto godibile e che la lettura risulta molto scorrevole: un mix perfetto per svagarsi, rilassarsi e divertirsi a mettere alla prova le proprie capacità deduttive ed investigative. Molto consigliato per viaggi in treno o per serate invernali solitarie.